ITINERARI E LUOGHI

È un paesaggio da sogno, se sei in Sicilia devi andarci: come arrivare a Punta Bianca

Un luogo pazzesco. Arrivarci richiede tempo, ma quando arrivi è la meraviglia. La vedi spiccare maestosa, bianca, in contrasto con lo splendido mare azzurro

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • Pubblicato il
    16 agosto 2026

Punta Bianca (foto di Salvatore Di Chiara)

«Dda’, tra li brezzi marini e li culura, lu suli t’abbrazza e lu biancu ti pigghia. T’assummigghia comu na meravigghia. Di la punta n’avemu lu cori chinu, di la Bianca lu nomi e lu purtamentu. Sicilia, armamuni e partemu». Nella linea di confine tra aforismi e citazioni improvvise, il viaggio in solitaria porta - e ci porta - dentro la Riserva di Punta Bianca. Nel gioco di parole, dove la rete spesso inganna, volontà e gambe fanno la differenza.

La Statale 115 è - ormai da tempo - la nostra pagina preferita. Non si offenda nessuno, ma la costa agrigentina pari nisciuta da un racconto fiabesco. Superata la città di Agrigento e, con trepidazione, giunti a San Leone, altri 12 km circa ci separano dall’inizio della camminata. Di certo, malgrado tutto, tra sterrati perenni e indicazioni alquanto masochiste, la Provinciale 71 rappresenta il nostro unico sbocco di felicità. Tra gocce di sudore attese e un “filino” di speranza, mettiamo a tacere il mezzo di trasporto e diamo linfa alle nostre forze fisiche.

Punta Bianca è una delle massime manifestazioni cercate e sognate dai singoli turisti. Scatti, osservazione e immagini da copertina sono gli ingredienti da scolpire come un rituale “ripetitivo”. Partendo a ritroso, di alcuni chilometri, l’attento trekker, o qualsiasi curioso, può entrare nel magico mondo della riserva. Quello che, fino a giugno del 2022, era una chimera, finalmente è diventato realtà. Approvato l’iter, l’intera area di 437 ettari di macchia mediterranea (comprendente Monte Grande e lo Scoglio Patella) ha trovato la sua collocazione meritata.

Di certo, prima di addentrarci nel favoloso mondo di “Punta Bianca”, tentiamo di trovare uno spiraglio riflessivo lungo i 3 (e oltre) chilometri che ci separano dalla magia tanto desiderata. Il nostro cammino si sviluppa su uno sterrato apparentemente leggero, senza difficoltà altimetriche (per una volta).

È l’ambiente a prevalere, con variazioni variopinte da far stropicciare gli occhi. Se alla nostra sinistra giganteggiano le curiose forme rocciose, a destra, in un tourbillon colorato, sensazioni “celestiali” prendono possesso dello spirito di osservazione. Lo status vivendi momentaneo ci porta dritti a toccare - nel vero senso della parola - la doppia “personalità” della zona.

I passettini silenziosi mostrano i lati caratteristici e pittoreschi, lasciando poco spazio ai fronzoli. Con lo sguardo volto alla ricerca di angoli e pertugi misteriosi che mostrino l’eccezione, ci avviciniamo sempre più all’obiettivo. Sappiamo, se ce ne fosse ancora bisogno, di quanto la costa meridionale sia un museo a cielo aperto, dove la natura si erge a protagonista indiscussa.

Quando la camminata si fa incalzante, la linea di confine tratteggia i suoi elementi e non possiamo nasconderci più. Le forme rotondeggianti sono alle spalle; vegetazione, marne calcaree e paesaggi iniziano a ritagliarsi il loro spazio dovuto. Andiamo per singolo caso, altrimenti rischiamo di cadere nel baratro delle emozioni no-sense.

Dall’alto guardiamo la maestosa bellezza di Punta Bianca: sublime, non v'è altro termine che possa contraddistinguerla a primo impatto dell’immagine. A splendere, con estrema limpidezza, il Mediterraneo cristallino. Dalla lontana Menfi, passando per le coste riberesi fino a Realmonte, è un susseguirsi di grandi conquiste.

“Punta” (la consideriamo un’amica immaginaria) ha un qualcosa di magico e puro. Lei ci conduce alla ricerca dell’avifauna che, nel tempo, tra uccelli migratori nel bel mezzo della vegetazione “siciliana”, ha trovato terreno fertile. E, poi, la distesa bianca con la sottostante Casa dei Doganieri a completare il puzzle delle bellezze. In una forma (per alcuni di prua di nave) curiosa, mostra i giochi della natura. Esemplare, meravigliosa per certi versi.

Più ci avviciniamo e più tocchiamo la sensibilità del luogo. Lo sperone di roccia volge lo sguardo al continente africano. Manda forti segnali attraverso le falesie, le calette e, appunto, la marna. Entra in gioco, da qualsiasi angolazione la ammiriamo, la storicità morfologica del tratto costiero. Gli studi affermano e confermano il periodo Messiniano quando - nell’incredulità soggettiva - avvenne la chiusura del collegamento tra il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico.

Il “nostro” dovette affrontare la crisi della salinità e fu ridotto a pochi bacini di acqua ipersalina. Una crisi lunga, duratura, “calmata” - nel senso letterale della parola - circa 5,4 milioni di anni fa quando, nel Pliocene, la soglia dello Stretto di Gibilterra portò al riempimento del bacino del Mediterraneo.

Entra in gioco, da assoluta protagonista, la marna calcarea. Le variazioni sono legate al periodo della deposizione di Trubi (roccia costituita da gusci calcarei di microfossili planctonici) e ai contenuti di carbonato di calcio. Da buoni osservatori, cogliamo (o almeno proviamo a farlo) piccole e perfette essenze panoramiche.

La presenza militare è uno dei modi (non sempre migliori) per assistere - in “assemblea silenziosa” - al mondo circostante. I confini delimitano splendidi scenari di cui fanno parte le spiagge (San Leone), Capo Rossello, Palma di Montechiaro e il suo castello, la Punta Ciotta, Punta Grande e tanti piccoli particolari spumeggianti.

Tra scatti, visioni, immagini e fantasia, l’ultimo passaggio lo dedichiamo alla Casa dei Doganieri. Alle parole di Gabriele D’Annunzio: «Alle Fiamme Gialle, onore di Fiume» uniamo, con dissenso, le condizioni della struttura. A rischio crollo, diroccata e in condizioni a dir poco raccapriccianti, rappresenta il rovescio della medaglia di questa terra. E nulla vale se, tra le migliaia di volti noti che hanno immortalato Punta Bianca, nessuno, a partire dalla società civile, ha preso a cuore le sorti della caserma.

Con dispiacere, tanto, l’ultimo sguardo lo riserviamo al mare. Al ricordo del piroscafo della Leyland Line, un relitto dell’Almerian, che trasportava un carico di zolfo diretto a Liverpool. Affondato il 19 ottobre del 1918 dal sommergibile tedesco U-Boat 73, rappresentò l’ultima nave a incrociare il Titanic il 14 aprile del 1912. Accomunati da un tragico destino, iniziamo il cammino di ritorno. In attesa, con trepida speranza, di non assistere al crollo definitivo del simbolo di Punta Bianca.
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