CINEMA E TV

Ha lavorato coi grandi, ora tocca a lei: Giulia Cosentino, siciliana alla Mostra del cinema

Il suo è un nome che nel settore conoscono in tanti: dopo gli studi di cinema è stata assistente alla regia sui set di grandi registi. L'intervista a Giulia Cosentino

Tancredi Bua
Giornalista
  • Pubblicato il
    5 settembre 2026

Giulia Cosentino

Quanto ci definiscono le cose che abbiamo? Quanto scrivono del nostro passato, e quanto hanno in carico di prevedere per il nostro futuro, soprattutto in Sicilia e nel sud Italia, dove in alcuni casi il destino di una donna viene già modellato alla nascita dal suo corredo genetico?

Sono queste alcune delle domande che sembrano animare il primo cortometraggio (di finzione) di Giulia Cosentino, catanese, classe ’90, in concorso all’ottantatreesima Mostra del cinema di Venezia, nella Settimana Internazionale della Critica.

Il suo è un nome che nel settore conoscono in tanti: dopo gli studi di cinema a Roma, Parigi, Lisbona e Barcellona, è stata assistente alla regia sui set di registi del calibro di Matteo Garrone (al cui fianco ha girato “Io capitano”), Pietro Marcello (al cui fianco ha girato “Martin Eden”), Francesca Archibugi (con lei è stata la volta de “Il colibrì”), Aleksandr Sokurov e Miguel Gomes (con cui ha lavorato a “Grand Tour”, film premiato a Cannes con il Prix de la mise en scène, il premio per la miglior regia).

Giulia Cosentino arriva al cinema di finzione dopo i cortometraggi “Lui e io”, “Le storie che saremo” e “Le prime volte”, ma trasporta nel suo nuovo lavoro parte della lezione del cinema documentaristico, contaminando le scene con estratti da film d’archivio degli anni Sessanta e da filmini anni Novanta in cui una nonna calabrese illustra il corredo e la dote che andrà alla figlia prossima al matrimonio.

Ambientato in una Catania le cui mattine sembrano colorate con la tavolozza di Éric Rohmer, “Se mai le cose” racconta di Rachele, di ritorno alla casa che ha condiviso con il ragazzo per portare via le sue, di cose, cose che hanno fatto parte di una vita – anzi di due – e che sono esse stesse animate da una.

«È un film – dice la regista – che ho scritto due anni fa, un po’ ossessionata dalla relazione con gli oggetti e le cose. Avendo traslocato tante volte da quando sono diventata adulta, ho sempre preso le cose e poi le ho perse, ritornare ad avere gli oggetti intorno è un momento salvifico per me dopo tanti mesi circondata da scatole e valigie. Gli oggetti rappresentano per me un po’ la mia identità.

Mi sono spesso interrogata su queste cose, passo tanto tempo ai mercatini, e così è nata l’idea di questo film, un cortometraggio su un trasloco in cui gli oggetti potessero prendere voce e raccontare il proprio valore immateriale, la vita immateriale che hanno. Lavorando a quest’idea degli oggetti che parlano poi ho legato insieme una serie di altre questioni che sono per me fondamentali, sull’identità femminile definita in relazione ai ruoli sociali e questa volta, rispetto ai miei lavori precedenti, ho voluto declinarle al presente.

La protagonista è una mia coetanea, la storia è ambientata ai giorni nostri. Quando ho scritto questo cortometraggio ho pensato subito di mandarlo alla produttrice Francesca Bennett, di Okta Film (fra i produttori del corto, ndr), che si è subito ritrovata nelle mie parole e lo ha proposto al produttore Paolo Benzi, e poi, tramite una vecchia conoscenza fatta sul set di “Martin Eden” ho trovato la co-produzione con i francesi Jessica Cressy e Frédéric Dubreui di Envie de Tempête Productions».

La notizia della partecipazione a Venezia è stata una vera sorpresa: «Sono stata molto contenta quando l’ho saputo – dice la Cosentino – e ci speravamo perché è uno dei primi festival a cui ci siamo iscritti. Abbiamo lavorato al montaggio fra gennaio e marzo, e ovviamente avere una risposta positiva da un festival prestigioso all’inizio del percorso di selezione fa dare sempre un grande sospiro di sollievo. Sono un’autrice italiana ed essere al festival italiano per eccellenza è una grandissima occasione. Sono molto grata».

Con “Se mai le cose”, Giulia Cosentino si è confrontata con la regia di un’opera di finzione per la prima volta, trovandosi a lavorare con degli attori dopo tanti anni dedicati alla ricerca d’archivio e al documentario: «È stata una sfida diversa – dice la regista – . Per me mettere degli attori in campo (i protagonisti Astrid Casali, Emanuele Linfatti, Francesca Melluso, ndr) era la novità assoluta. Lavorare con loro mi è piaciuto tantissimo.

Essendo stata per tanto tempo aiuto regia o un’assistente alla regia, ho potuto vedere come quel regista o quell’altro andavano a dirigere il loro cast, non vedevo l’ora di poter essere io a mettere in pratica tutti quei trucchi che avevo visto e che mi portavo dietro. Mi sono tornati utili anche quando abbiamo iniziato a lavorare alla sceneggiatura, e quando abbiamo lavorato alla preparazione, prima delle riprese.

Abbiamo lavorato tanto, con gli attori, nelle fasi prima del primo ciak, per far immaginare loro cosa potevano essere quelle frasi scritte sul copione, che non hanno alcuna risonanza sino a quando qualcuno non le pronuncia. Poi ci sono degli altri personaggi principali, e cioè le cose: le cose parlano attraverso gli attori. Il valore immateriale degli oggetti c’è perché c’è un valore umano.

Un oggetto è qualcosa che ereditiamo da un amico, da un partner, da un familiare, ha un valore per noi, che ricorda una sensazione legata a un gesto d’amore. È un cortometraggio in cui sono fondamentali le voci degli attori, il fatto che questi oggetti appartenessero a dei personaggi era importantissimo perché se no sarebbe stata un film asettico. L’idea era quella di costruire l’identità dei personaggi attraverso le loro cose.

Con la scenografa, Marta Morandini, abbiamo lavorato tantissimo sugli oggetti di scena. E lo stesso con Loredana Buscemi, la costumista. Ci siamo interrogate tanto su cosa potessero comprare i personaggi della storia, come avrebbero arredato la loro casa per manifestare la propria identità».

Per Giulia Cosentino, lavorare ai film è sempre un «lavoro profondissimo, che ho sempre preso con grandissima passione. Ogni film che ho fatto è stato importante in maniera diversa, perché cambiano i ruoli e il coinvolgimento è diverso di volta in volta.

Sono una persona che si mette molto in ascolto dell’idea registica del film, il che non significa solo ascoltare il regista ma prendere la sua intenzione e farla parte del proprio processo creativo. I registi con cui ho lavorato hanno aperto una finestra nel mio immaginario e mi hanno inconsapevolmente dato una fiducia in quelle creazioni e in quelle messinscene, che mi ha portato a intraprendere un discorso di sperimentazione personalissimo».

Oltre alle esperienze sui set in giro per tutta l’Europa, Giulia Cosentino è stata docente di riuso e valorizzazione del materiale filmico al centro sperimentale di cinematografia di Palermo e, da due anni, a Roma, ma non solo. In un’annata che non vede quasi nessuna donna in concorso a Venezia – quantomeno in concorso con un lungometraggio – la regista siciliana è autrice sia del suo primo cortometraggio di finzione, sia della sceneggiatura di “Anatomia di un ritratto” di Francesco Clerici e Mattia Colombo, documentario sulla direttrice della pinacoteca di Brera, Fernanda Wittgens, e sulla sua storia a cavallo fra arte, impegno sociale e impegno antifascista.

«In “Se mai le cose” c’è comunque un grande richiamo alla Sicilia – conclude la Cosentino – . Per quanto sia un film di finzione, c’è una parte d’archivio che riguarda i corredi delle spose, una tradizione che nell’isola ha un certo peso. Questo perché in questa analisi degli oggetti che parlano, in questa genealogia dei gesti femminili in una casa, mi sono interrogata sull’origine della mia ossessione per le cose intorno.

E mi sono data una delle possibili risposte trovandola nella mia eredità personale, quella di essere cresciuta in una terra, che è la Sicilia, in cui mia nonna paterna vendeva corredi, in cui io ho un corredo. Questa condizione, che è appartenuta molto di più alle nostre nonne e alle nostre madri, nella nostra generazione s’interrompe in maniera rivoluzionaria. Questa gestione degli oggetti che preparavano la sposa si è ereditata per moltissime generazioni, e la mia porta traccia di quel vissuto come genere.

Ho fatto un lavoro di ricerca sugli archivi che esistevano, che nel film fa da contrappunto di riflessione sulla questione del rapporto con le cose, con gli oggetti, nella scelta personale di essere chi siamo».

Sostenuto dalla Sicilia Film Commission, “Se mai le cose” è stato interamente girato a Catania, una Catania molto “francese”, immersa in un’atmosfera invernale calda ma distaccata: «Ho scelto di girare nella mia città natale perché il mio immaginario arriva anche da lì. Catania, d’inverno, ha dei colori molto tenui. C’è una presenza del rosa quasi onnipresente, è un film molto chiaro, in cui ho cercato di seguire i colori del mattino d’inverno a Catania».
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