TEATRO

Un palermitano nel primo spettacolo su Dylan Dog: Dario Battaglia è il dottor Xabaras

L'arcinemico che in “L’alba dei morti viventi”, uscito quarant’anni fa, resuscitava i morti con il suo siero per la vita eterna ha il volto dell'attore siciliano trentatreenne

Tancredi Bua
Giornalista
  • Pubblicato il
    21 ottobre 2026

Dario Battaglia e il "dottor Xabaras"

Di lettori di Dylan Dog è pieno il mondo, di spettacoli teatrali dedicati all’indagatore dell’incubo un po’ meno. Il primo, “Dylan Dog Horror Show”, per la regia di Valter Matosti, scritto da Tiziano Sclavi – il creatore del personaggio – e Nicola Russo, debutta in anteprima speciale domani al Teatro Eliseo di Roma, e poi dal 28 ottobre sino a dicembre. Nell’aria, l’augurio che lo spettacolo possa arrivare in altre città d’Italia, ma ancora nulla è certo.

Dario Battaglia è il dottor Xabaras

A portare sul palcoscenico Dylan Dog sarà Gabriele Graham Gasco, classe ’97, originario di Torino, ma il suo nemico principale – quel dottor Xabaras che nel primo, glorioso albo numero uno, “L’alba dei morti viventi”, uscito esattamente quarant’anni fa, resuscitava i morti con il suo siero per la vita eterna – ha il volto del trentatreenne palermitano Dario Battaglia, diplomato all’Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa e già al lavoro con Robert Carsen (per cui ha recitato al teatro greco di Siracusa sia in “Edipo re” sia nell’“Antigone”), Valter Matosti (sino allo scorso anno è stato per lui Valentine in “Lazarus”, l’adattamento italiano della rock opera di David Bowie ed Enda Walsh), e ancora Mauro Avogadro, Moni Ovadia, Massimo Popolizio, Carlo Cerciello e Cesare Lievi.

«La cosa bizzarra – dice Battaglia – è che io non ho mai letto “Dylan Dog”, ma "Tex Wille", un altro fumetto edito da Bonelli, da bambino e da adolescente. Un po’ bazzicavo i fumetti Marvel, ma mai Dylan Dog. Di Xabaras prima che venissi chiamato per lo spettacolo non sapevo nulla. Ed è stata una bellissima sfida, perché a noi attori quando si presenta un copione davanti, per un progetto così ambizioso di fronte, alla fine… è una materia che va trattata esattamente come i grandi autori di teatro, con quel doveroso immergersi nei temi, nello studio dei personaggi, nelle dinamiche delle vicende. Chiaramente un fumetto ha questa grandissima caratteristica e dote, rispetto ai testi scritti del teatro di prosa, del mostrarti anche le espressioni dei personaggi. Ti fa vedere come si vestono, le pose che assumono, è uno studio curioso e interessante per una trasposizione teatrale. È stato un innamoramento. Ora, con la scusa, di “Dylan Dog” ne ho letti un bel po’».

Firma il testo Tiziano Sclavi

A firmare il testo dell’adattamento teatrale sono, come già accennato, il padre di Dylan, Tiziano Sclavi, insieme a Nicola Russo. Sclavi, però, con gli attori non s’è mai visto. Del resto, quasi tutti conoscono la sua reticenza alle interviste o alle apparizioni in pubblico. «Nicola Russo, il drammaturgo che ha costruito questo testo teatrale – dice l’attore – si è molto basato, però, sugli albi di Tiziano Sclavi. Sclavi, bisogna dirlo, utilizza un linguaggio molto alto nei testi. I personaggi non parlano mai con frasi colloquiali, hanno una costruzione linguistica molto precisa e molto puntuale, a parte naturalmente i nonsense di Groucho. Per Xabaras io sono partito proprio dalle pose che lui assume. C’è l’albo numero 25, "Morgana", in cui Dylan Dog torna a trovare il dottor Xabaras in laboratorio e s’incontrano, hanno un dialogo, e lui, Xabaras, ha questa placida calma da scienziato, è seduto su una poltrona e guarda Dylan con questo sguardo molto penetrante.

Ho immaginato una posa statuaria per lui. E poi una cosa bellissima è trovare un modo di dire queste battute, di incarnare questi personaggi che si avvicini al cinecomic attuale. Stiamo cercando tutti un’essenzialità, un rigore, una precisione che sono propri degli universi non reali, e neanche tanto verosimili. È questo essere comunque sempre forti, ancorati, che mi ha dato un grandissimo aiuto. Poi io sono uno di quei personaggi che canta, nel momento in cui dialogo con Dylan c’è la coda di "Heresy" dei Nine Inch Nails, che esegue il trio in scena con noi (composto dagli stessi musicisti dello spettacolo "Lazarus", cioè Jacopo Battaglia, Paolo Spaccamonti e Luca Cavina, ndr.). La musica negli spettacoli di Valter ha sempre un ruolo centrale, io ho sempre cantato».

I primi passi in Sicilia

I primi passi Dario Battaglia li ha mossi a Siracusa, all’istituto nazionale del dramma antico, e quegli anni gli hanno permesso il contatto con i classici greci, di cui ancora oggi porta gli insegnamenti in scena: «L’ho frequentata, sì, ma è un po’ un falso mito, quello dell’accoppiare la provenienza da quella scuola con la formazione classica. Io nei miei tre anni di studi ho fatto solo l’“Elettra” di Euripide, poi abbiamo lavorato su altri autori: Cechov, Ibsen, Shakespeare. Il dramma antico in sé e per sé è un po’ un falso mito, uno stereotipo. Oggi è difficile – continua Battaglia – trovare spettacoli che incarnino sino in fondo il cliché di quello che la gente pensa sia la tragedia, il peplo, la maschera, la declamazione. Io sono fresco di esperienza con Robert Carsen in “Antigone”, e lo spettacolo – al di là dell’allestimento e della messinscena, o della recitazione che conserva il linguaggio di Sofocle – è basato sull’idea che Robert ha degli esseri umani che dialogano. Il lavoro d’attore è un lavoro che prescinde dai confini temporali. Io affronto allo stesso identico modo Euripide, Sofocle o Russo e Sclavi. Studio approfondito, chiedersi perché un personaggio parli in questo modo, perché dica queste cose anziché altre, scandagliare le dinamiche del testo che legano i personaggi è cosa fondamentale, qualunque cosa si faccia».

Su questo spettacolo, che arriva a coronare i quarant’anni dall’uscita del primo, ormai introvabile numero di “Dylan Dog” – copertina di Claudio Villa, testi di Tiziano Sclavi e disegni di Angelo Stano – la Bonelli sta investendo molto: «Michele Masiero di Sergio Bonelli Editore – conferma Battaglia – ha lavorato con noi, è sempre stato con noi durante il processo creativo. La sua presenza è stata la più costante, è stato con noi anche durante le prove. Poi è inevitabile che quando si mette in scena un testo ci siano degli equilibri che bisogna mantenere, la traduzione teatrale di qualsiasi testo è un tradimento, a maggior ragione se devi farlo su un fumetto che ha un immaginario ben preciso, ben costruito, c’è bisogno di un controllo. Poi il teatro ha delle ragioni che il fumetto non conosce, devono venire incontro l’uno con l’altro. Questa è la prima volta in cui mi capita di lavorare con una realtà non prettamente teatrale, ma che si sta impegnando nell’esserlo. Sclavi sino a questo momento non l’abbiamo conosciuto, speriamo di farlo al debutto».

Le voci su una miniserie

E forse, finalmente, qualcosa si muove anche sul fronte della crossmedialità: che l’indagatore dell’incubo possa diventare una serie, o miniserie, o un film, è una voce che circola da diverso tempo. Otto anni fa fu la rivista di settore Variety a lanciare la notizia che la Bonelli voleva affacciarsi al mondo della serialità televisiva, con una co-produzione targata Bonelli Entertainment – divisione specifica per le produzioni cinematografiche – e la Atomic Monster di James Wan (lui, il regista della saga horror “Insidious”, e prima ancora fra i creatori di “Saw – L’enigmista”).

«Non mi stupirei di niente – dice l’attore – . Primo perché sono delle persone che hanno uno sguardo molto preciso verso quello che vogliono raccontare e una grandissima varietà di modi per farlo. E secondo, perché Dylan Dog è materia che si presta. È un universo con una storia precisa, a ogni albo il lettore in qualche maniera fa un po’ i conti con sé stesso, con le proprie fragilità. Quando una storia diventa così universale, e nel nostro immaginario italiano lo è, è una storia che può adattarsi a qualsiasi veste».
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