ARTE E ARCHITETTURA

Dopo i restauri brillano a Palermo: riaprono la chiesa di Santa Cita e la cripta dei Lanza

Dopo la temporanea chiusura riapre le porte l’edificio di culto sorge nel quartiere della Loggia davanti al Conservatorio di Musica "Alessandro Scarlatti". La storia

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • Pubblicato il
    19 ottobre 2026

La chiesa di San Mamiliano (o chiesa di Santa Cita)

Sono finalmente terminati i restauri che hanno comportato la temporanea chiusura della Chiesa di Santa Zita o Cita. L’edificio di culto, che ha riaperto dunque le porte a fedeli e visitatori, sorge nel quartiere della Loggia, proprio di fronte al Conservatorio di Musica Alessandro Scarlatti, ed ha avuto nei secoli una storia lunga e complessa.

La Chiesa di Santa Zita

Scriveva Antonino Mongitore che la Chiesa di Santa Zita - probabilmente in origine un oratorio ad aula unica, con un piccolo ospedale annesso - fu fondata nei primi decenni del Trecento dal mercante lucchese Michele Trentino, presso la porta di San Giorgio, in un luogo poco urbanizzato dove esistevano ampi spazi verdi.

Trentino scelse di dedicare la chiesa a Santa Zita, protettrice della sua città d’origine, citata anche da Dante Alighieri nella Divina Commedia. Sono purtroppo poche le notizie di questo primitivo complesso, sappiamo però che l’esistenza della chiesa è attestata già nel 1359. I lucchesi ebbero il patronato della chiesa di Santa Zita fino al 1428 quando Nicolò Trentino, figlio ed erede di Michele, ne fece concessione, insieme al giardino, ad alcuni padri domenicani, fuoriusciti dal vicino convento di San Domenico perchè “in cerca di maggiore quiete”.

La nuova comunità trasformò l’ospedale in un convento, “magnifico, con ampi corridori e libreria fornita di ottimi volumi” scriveva Gaspare Palermo. In questo convento visse e morì anche il Beato Pietro Geremia, che lo trovò già fondato, quando cominciò a predicare. Nel 1850 purtroppo il convento dei padri di Santa Zita venne espropriato e trasformato prima in ospedale militare e successivamente in caserma (oggi è la caserma della guardia di finanza “Giacomo Cangialosi”).

Nel 1458 la chiesa venne ingrandita in modo anomalo: un nuovo tempio (di uguali dimensioni ma di direzione opposta) venne edificato accanto a quello preesistente e secondo il Mongitore “delle due chiese se ne fece una sola”. La nuova costruzione venne intitolata al domenicano San Vincenzo Ferrer ma per i palermitani restò sempre “la chiesa di Santa Zita”.

Trascorso circa un secolo dall’edificazione della seconda chiesa, si decise di demolire il vecchio complesso di Santa Zita e di costruire un altro edificio religioso, “più grande e più suntuoso”, grazie alle donazioni di Antonino Di Salvo; ma quando questi morì i lavori subirono un’interruzione. Quando ripresero, sotto la supervisione dell’architetto Antonio Giacalone, i padri domenicani decisero di spostare il luogo prescelto per la nuova costruzione, preferendo un altro sito, meno angusto, vicino alla chiesa di Valverde. La nuova architettura con pianta a tre navate, assunse dimensioni grandiose. Per realizzare il cappellone i domenicani ottennero, con il sostegno del Vicerè e dell’arcivescovo di poter sacrificare la chiesa dei SS. Quaranta Martiri della nazione pisana.

La prima domenica di ottobre del 1603 si cominciarono a officiare i sacramenti nel presbiterio della nuova chiesa, che però era ancora un cantiere aperto... . La grande cupola, probabilmente in progetto, non fu mai realizzata. Solo nel 1781 fu terminata la facciata, rivolta ad oriente, ornata di stucchi e impreziosita con le statue di due santi domenicani, del Beato Pietro Geremia e del Beato Giovanni Liggio.

Nel 1915 la chiesa di Santa Zita venne confiscata: divenne dapprima magazzino e poi aula di tribunale. Riconsacrata nel 1923 e riaperta al culto, fu poi semidistrutta nel 1943 dalle bombe sganciate nelle 3 incursioni aeree del 22 febbraio, dell'1 marzo e del 16 Aprile e divenne inagibile. Le funzioni religiose, vennero per molto tempo officiate nel vicino oratorio del Rosario di Santa Zita. La chiesa rimase chiusa per quasi dieci anni, fino al 2 Giugno 1952, quando venne riaperta al culto e venne elevata a sede parrocchiale dal Cardinale Ernesto Ruffini, con il titolo di San Mamiliano, Vescovo e martire palermitano.

Considerati i danneggiamenti bellici, i furti e le spoliazioni, le discutibili ricostruzioni nel periodo postbellico, appare evidente che la chiesa è oggi molto diversa da come doveva presentarsi un tempo. Fino al 1943 aveva ad esempio tre navate; sulla navata centrale si aprivano cinque arcate sia a destra che a sinistra e in ognuna delle navate minori c’erano 5 cappelle. Nel transetto, dalla parte del Vangelo, sulla sinistra rispetto all’ingresso, si trovava un tempo l’antico sepolcro in marmo del Beato Pietro Geremia (oggi nella chiesa di San Domenico).

Cosa è arrivato fino a noi

Dell’antico splendore a noi sono pervenute solo alcune opere di grande importanza e suggestiva bellezza. Ad esempio: la tribuna cinquecentesca di Antonello Gagini (nel presbiterio) decorata con le scene della vita di Santa Zita, immagini di santi e beati domenicani; la tribuna gaginesca e l'arco della Cappella Platamone; un antico altare ligneo policromo di grandi dimensioni; una statua quattrocentesca in marmo che raffigura Santa Zita e il miracolo dei fiori; un bellissimo crocifisso seicentesco (che era prima nella cappella Lanza).

I portali cinquecenteschi e le colonne della primitiva chiesa vecchia sono stati ricollocati nel Seicento nel chiostro e nel loggiato del vicino oratorio di Santa Zita. Gli affreschi lungo le navate provengono da Villa Filippina; mentre due grandi tavole cinquecentesche che appartenevano alla chiesa (“La disputa fra San Tommaso D’Aquino e Averroè”, attribuito a Mario Di Laurito e “La Deposizione” di Vincenzo Da Pavia) sono custodite oggi alla Galleria regionale di Sicilia Palazzo Abatellis.

È un tripudio di gusto barocco, a sinistra dell’altare, la cappella del Rosario, decorata con intarsi a marmi mischi e tramischi, putti, fiori, conchiglie, mostri marini… . Sulle pareti si ammirano i teatrini (scatole prospettiche) che raffigurano i misteri gaudiosi e dolorosi: furono scolpiti da Gioacchino Vitagliano, cognato di Giacomo Serpotta, su modelli in creta ideati dal grande stuccatore. I misteri gloriosi sono rappresentati sulla volta e vennero affrescati dal sacerdote Pietro dell’Aquila. Nella cappella ci sono diverse lapidi: qui venivano seppelliti i confrati della vicina Compagnia del Rosario di Santa Cita e i terziari domenicani.

La cripta dei Lanza

Molto interessante è poi la suggestiva cripta sotterranea che si apre al di sotto della cappella dei Lanza (a destra dell’altare maggiore): seppur danneggiata, desta stupore e ammirazione ancora oggi agli occhi del visitatore. Le pareti affrescate a vivaci motivi geometrici, i marmi policromi che raffigurano paesaggi orientali e giardini di cedri, agrumi e cipressi, i putti di marmo sospesi in volo come per un incantesimo su un intricato panneggio, anch’esso in marmo... .

La ricca decorazione barocca contribuisce, insieme alla presenza dei sarcofagi collocati nel sottoscala, a rendere la piccola cappella sotterranea un luogo raccolto, misterioso e quasi sospeso nel tempo. La cripta, destinata ad uso sacro e cimiteriale, rappresenta un caso insolito, nella città di Palermo, dove questi vani sotterranei erano solitamente concessi solo ai religiosi o alle confraternite. Venne realizzata successivamente al 1614, data in cui Ottavio Lanza e la moglie Giovanna Gioeni ottennero il giuspatronato della cappella Lanza.

Nell’atto notarile venne loro concesso di poter realizzare anche un vano sotterraneo, dove collocare i sarcofagi dei Lanza, provenienti dalla vecchia chiesa: quello dell’antenato Blasco, giureconsulto; di suo figlio Cesare e della seconda moglie Castellana Centelles e un sepolcro anonimo, con una fanciulla defunta in marmo scolpita sul coperchio. La cripta è rimasta in uno stato di oblio per più di cinquant’anni (da quando, all’indomani del secondo conflitto bellico, essendo ormai in uno stato di desolante degrado e abbandono, si ritenne opportuno ricoprire con una soletta di cemento il vano di accesso, per impedire l’ingresso).

È stata riscoperta per caso durante i lavori di rinnovo della pavimentazione ed è stata riaperta l’11 Novembre del 1996. I lavori di restauro conservativo, iniziati il 10 Marzo 1997 e ultimati l’8 Giugno 1998, hanno permesso di recuperare soltanto in parte l’aspetto originario della decorazione a marmi mischi (la cui committente fu la serva di Dio suor Caterina Giudice Venero, baronessa de’ Magazzinacci e terziaria domenicana).

Durante i restauri si è creata un’apertura con grate, per permettere l’aereazione del locale e si è eseguita anche la pulitura del gruppo marmoreo della Pietà (attribuito a Giorgio Brigno da Milano) eliminando i depositi di sporco, le macchie e le incrostature di cemento nero.

Nonostante le trasformazioni e le ferite del tempo, la chiesa di San Mamiliano conserva dunque - forse anche per via di tante vicissitudini storiche - un fascino particolare; è una delle tante tessere del mosaico di Palermo che merita di essere conosciuta da vicino.
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