STORIA E TRADIZIONI

Una è famosa per la cantilena, le altre per le loro peripezie: Scibilia e le 4 Sultane siciliane

Quelle che vi raccontiamo sono storie, in parte diventate leggende, in un tempo lontano in cui il mar Mediterraneo era teatro di pirati, scorrerie e traffico di schiavi

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • Pubblicato il
    6 settembre 2026

“A Scibilia Nobili si pigghiaru.
La porta n’terra cci sbalancaru.
Cu’ ‘nu peri e cu ‘na manu
Supra la navi si la purtaru
.”

Scibilia Nobili, chi era costei? Era una giovane siciliana, “nobile o per casato o per cognome”, che venne rapita dai corsari di Tunisi guidati da Dragut e poi riscattata dal proprio sposo «ad un prezzo che aveva del favoloso».

A raccoglierne la storia, sospesa tra leggenda e poesia popolare, fu il marsalese Salvatore Struppa, che dopo averla udita sotto forma di cantilena dolorosa da una contadina di Marsala, informò Giuseppe Pitrè. Lo studioso siciliano pubblicò il poemetto in ottave nel 1875 su le Nuove Effemeridi Siciliane, ringraziando pubblicamente Struppa per avergliela fatta conoscere ed elogiandone la rarità: il medico palermitano scriveva infatti che di 400 fiabe, racconti e aneddoti raccolti nella Biblioteca delle tradizioni popolari «una sola ve n’era che narrava imprese turchesche».

La leggenda di Scibilia venne ripresa anche da Salvatore Salomone Marino nel volume del 1880 “Leggende popolari siciliane in poesia” e fu poi inserita nell’antologia del 1965, curata dal professor Aurelio Rigoli, “Scibilia Nobili e altre storie”. Inoltre Scibilia venne resa celebre in musica dal cantastorie Otello Profazio in un album inciso nel 1978.

A voler spaccare il capello in quattro bisogna ricordare poi che lo studioso Michele Barbi dimostrò che il tema della richiesta di riscatto e dei vari rifiuti dei parenti apparteneva a una ballata europea diffusa in Italia: la canzone popolare di Scibilia Nobili sarebbe dunque la fusione di due distinte canzoni, quella di donna Candia o Canfura, rapita dai pirati e per la quale fu invano dal marito chiesto il riscatto, “onde ella muore disperata” e della canzone della donna rapita che chiede invano di esser liberata dai parenti e viene invece riscattata dall’innamorato.

Santi Correnti nel volume del 1975 “Leggende di Sicilia e loro genesi storica” riporta anche un’altra interessante leggenda quella delle Quattro sultane di Aci (Acireale): Stella, Venera, Rosalia e Rosa. Erano «quattro ragazze del litorale acese, tra le molte rapite dai corsari turchi tra il XVI e il XVII secolo, che ebbero straordinarie avventure»: Stella divenne la favorita del sultano Murad III; Venera fu uccisa mentre tentava di tornare in Sicilia; Rosalia scoprì che la sua famiglia era morta e non le era rimasto più nessuno e sospirava pensando ai suoi cari, dicendo di essere vittima della punizione divina per aver rinnegato Dio; solo Rosa riuscì a far ritorno alla terra natìa, scappando insieme al suo innamorato Felice.

Dietro la leggenda di Scibilia e quella delle Quattro sultane di Aci si nasconde una terribile verità storica, spesso dimenticata: c’è stato un periodo in cui gli schiavi erano europei e i padroni nord africani.

Per molti secoli la vicinanza al mare ha rappresentato un grave pericolo in Sicilia, per questo motivo la maggior parte dei centri abitati sorgeva su colline o montagne dell'entroterra: tra Cinquecento e Seicento pirati come Hayreddin Barbarossa e Dragut, imperversavano in tutto il Mediterraneo, con improvvisi sbarchi e razzie di merci e di esseri umani (da commerciare come schiavi nei porti del nord Africa o da rilasciare dietro pagamento di riscatto).

Il Mediterraneo era stato oggetto delle scorrerie dei musulmani (detti anche Saraceni) già a partire dall'VIII secolo, ma il fenomeno della pirateria si manifestò con particolare drammaticità nel corso del XVI secolo, dopo l'espansione della potenza ottomana nel bacino occidentale del Mediterraneo.

Il terrore per le incursioni, per i saccheggi e per le atrocità commesse da pirati e corsari, fu tale da indurre la deputazione del regno di Sicilia a creare un efficiente sistema di avvistamento lungo il periplo dell’isola: vennero restaurate le antiche torri in rovina e ne vennero costruite di nuove. Da ognuna era possibile scrutare il mare e inviare segnali luminosi e di fumo alla torre successiva, per trasmettere un messaggio o richiedere soccorso.

La maggior parte degli assalti avvenivano nel periodo che andava da aprile ad ottobre, quando il mare era generalmente calmo e i traffici commerciali erano intensi.

I pirati rapivano centinaia di uomini, donne e bambini che venivano ridotti in schiavitù e venduti ad Algeri, Tunisi, Tripoli, in Marocco e in Egitto. I potenziali acquirenti valutavano la buona salute degli uomini e l’avvenenza delle donne, ispezionavano la dentatura: volevano essere sicuri che “la merce” fosse in buono stato. Il padrone sperava di rivendere bene lo schiavo, nel caso in cui i familiari non fossero stati disposti a pagarne il riscatto.

Fabrizio Moncada, marito della celebre pittrice Sofonisba Anguissola, quando la sua nave venne attaccata dai pirati algerini nei pressi dell’isola di Capri, preferì gettarsi in mare (dove trovò la morte per annegamento) piuttosto che finire nelle mani dei mercanti di schiavi.

Tra i prigionieri illustri a esser catturati dai pirati ci furono anche San Vincenzo de’ Paoli (imprigionato nel 1605 dai pirati turchi durante il viaggio da Marsiglia a Narbona, venduto come schiavo a Tunisi, rimasto prigioniero per due anni) e l’autore del Don Chisciotte, Miguel de Cervantes, catturato dai corsari turchi nel 1575 e portato ad Algeri (dove sarebbe rimasto per ben cinque anni).

L’attenta studiosa Giovanna Fiume ha inoltre raccolto la testimonianza di centinaia lettere, inviate da siciliani prigionieri ad Algeri, a Tunisi e a Tripoli, alle proprie famiglie o alle confraternite. Le lettere dei captivi (prigionieri) avevano una struttura drammatica e codificata: venivano descritte le catene, la fame, i maltrattamenti e le torture subite, per convincere i parenti o le istituzioni pubbliche per inviare il denaro del riscatto.

L’ordine dei Padri Mercedari - che si insediarono a Palermo nel 1464 - venne fondato da Pietro Nolasco a Barcellona proprio per il riscatto di quanti venivano rapiti dai pirati «La mia vita per la tua libertà» era il nobile motto dell’Ordine. La contrattazione non era cosa semplice: richiedeva la presenza di un interprete, del competente nel cambio e del funzionario del sovrano turco. Se il denaro non bastava, i mercedari si consegnavano in cambio del prigioniero, fino al pagamento dell’intera somma pattuita. Se il denaro si perdeva (magari a causa di un naufragio) il mercedario veniva ucciso per vendetta.

In una relazione dei padri mercedari del 1678 si racconta che i padroni dei cristiani possono fare quello che vogliono dei loro schiavi. Oltre a colpirli con le corde «li attaccano al giogo delle carrette e li obbligano, a forza di colpi, a trascinare calce, sabbia, pietre per le loro costruzioni».

Nella stessa relazione si fa riferimento anche alla storia di una bambina di nome Federica, che il padrone aveva custodito gelosamente per darla in moglie a suo figlio. Quando il figlio era morto prematuramente, il padrone aveva cominciato a maltrattarla e insultarla, ripetendole spesso che sarebbe stato meglio se fosse morta lei. Federica sarebbe poi stata riscattata dietro pagamento di 440 scudi.

L’opera dei Padri Mercedari (e dei padri trinitari) fu insostituibile per un periodo molto lungo: si ha notizia di scambi e di “riscatti” di schiavi cristiani fino a tutto il primo decennio del 1800. Si calcola che col sistema di scambio dei Mercedari siano stati liberati circa 52.000 schiavi cristiani nei primi 130 anni della costituzione dell’Ordine Religioso. Accanto a loro anche alcune confraternite come l'Arciconfraternita del Gonfalone a Roma o la Deputazione per la Redenzione dei Cattivi a Palermo e Napoli, si occuparono di raccogliere tasse e donazioni per pagare i riscatti.

Il fenomeno della pirateria berbera nel Mediterraneo si concluse, per data canonica, solo nel 1830, con la conquista di Algeri da parte della Francia.

Molto si è scritto sulla tratta degli schiavi africani, raramente però si ricorda anche la tratta dei bianchi: lo storico Robert Davis stima «con buona approssimazione» che tra il Cinquecento e l’Ottocento 1,25 milioni di europei vennero ridotti in schiavitù e venduti ad Algeri, Tunisi, Tripoli, in Marocco e in Egitto. Il mare che oggi immaginiamo come una via di incontro, poteva in passato diventare una prigione: bastava una nave nemica all’orizzonte.
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