Vetri rotti, ticchettii, gemiti e il "respiro della terra": il silenzio sull'Etna non esiste
Sono diversi i suoni che rendono misterioso l'Etna. Quello più straordinario e ipnotico è quello che si ascolta camminando la sera su una colata lavica recente
L'eruzione dell'Etna vista da Gravina di Catania (foto di Massimiliano Giammusso, sindaco di Gravina)
Il silenzio, sull’Etna, non esiste. Chiunque decida di risalire i suoi fianchi neri, lasciandosi alle spalle il rumore del traffico costiero e i paesi di pietra lavica, scopre che la montagna è un organismo perennemente sveglio. E, soprattutto, che parla. Non si tratta dei boati spaventosi che fanno tremare i vetri durante le grandi eruzioni, ma di un sussurro continuo, intimo e profondamente umano. Un linguaggio fatto di scricchiolii, rintocchi e respiri che trasforma il vulcano in un vero e proprio interlocutore.
C'è qualcosa di profondamente vulnerabile in questo suono e sembra quasi un pianto di assestamento della roccia che passa dallo stato fluido e vitale a quello solido ed eterno. La montagna si sta letteralmente rimpicciolendo, adattandosi alla sua nuova pelle, e lo fa lamentandosi con un sussurro metallico e argentino.
Sono centinaia le grotte di scorrimento lavico, vere e proprie vene sotterranee dove scorre il sangue di fuoco della terra. In molte di queste cavità, scorre solo l'aria e quando il vento di scirocco o di tramontana si infila in questi canali di pietra, la montagna si trasforma in uno strumento a fiato gigantesco. Il suono che ne esce è un fischio profondo, un gemito sordo che sembra nascere direttamente dal petto di un gigante addormentato.
Chi si trova nei pressi di una "bocca" spenta sperimenta un senso di reverenza quasi religioso perchè quel flusso d'aria fredda che esce dall'oscurità sembra, a tutti gli effetti, il respiro della terra. Un respiro che rallenta il battito cardiaco di chi ascolta, sintonizzandolo sui ritmi della natura geologica.
I vecchi pastori e le guide vulcanologiche, che passano la vita in solitudine su questi crinali, descrivono spesso la sensazione di non essere mai davvero soli. La roccia si assesta continuamente sotto il proprio peso, imitando il rumore di passi furtivi o di un cammino zoppicante, quasi come se l'ombra del vulcano ci seguisse a distanza ravvicinata.
La scienza ci spiega in modo impeccabile le frequenze d'onda e le contrazioni dei materiali, ma è l'ascolto emotivo che trasforma la pietra in casa, e il vulcano in una presenza viva con cui convivere ogni giorno.
I suoni del vulcano
Sono diversi i suoni che rendono misterioso l'Etna. Quello più straordinario e ipnotico è quello che si ascolta camminando su una colata lavica recente, magari quando il sole comincia a calare e l'aria si rinfresca. In quel momento, la pietra lavica "canta". Dal punto di vista fisico, si tratta di contrazione termica ovvero, il basalto, raffreddandosi, si contrae e si spacca, generando minuscole fratture interne. Ma all'orecchio umano questo fenomeno si traduce in una melodia incredibile. Sembra il ticchettio leggero di milioni di orologi biologici, o il suono di mille bicchieri di cristallo che brindano all'unisono in lontananza.C'è qualcosa di profondamente vulnerabile in questo suono e sembra quasi un pianto di assestamento della roccia che passa dallo stato fluido e vitale a quello solido ed eterno. La montagna si sta letteralmente rimpicciolendo, adattandosi alla sua nuova pelle, e lo fa lamentandosi con un sussurro metallico e argentino.
Sono centinaia le grotte di scorrimento lavico, vere e proprie vene sotterranee dove scorre il sangue di fuoco della terra. In molte di queste cavità, scorre solo l'aria e quando il vento di scirocco o di tramontana si infila in questi canali di pietra, la montagna si trasforma in uno strumento a fiato gigantesco. Il suono che ne esce è un fischio profondo, un gemito sordo che sembra nascere direttamente dal petto di un gigante addormentato.
Chi si trova nei pressi di una "bocca" spenta sperimenta un senso di reverenza quasi religioso perchè quel flusso d'aria fredda che esce dall'oscurità sembra, a tutti gli effetti, il respiro della terra. Un respiro che rallenta il battito cardiaco di chi ascolta, sintonizzandolo sui ritmi della natura geologica.
I nostri passi sulla "sciara"
Non è finita qui, c'è poi un suono che creiamo noi, ma che appartiene interamente alla montagna: il rumore dei nostri passi sulla "sciara", la distesa di frammenti lavici. Camminare sull'Etna non è come camminare su un sentiero di terra. Sotto gli scarponi, la pietra friabile e porosa produce un suono vitreo, secco, simile a quello di piatti rotti o di porcellana calpestata. Questo rumore, unito allo scricchiolio naturale della roccia sotto l'escursione termica giornaliera, crea l'illusione che qualcuno stia camminando accanto a noi.I vecchi pastori e le guide vulcanologiche, che passano la vita in solitudine su questi crinali, descrivono spesso la sensazione di non essere mai davvero soli. La roccia si assesta continuamente sotto il proprio peso, imitando il rumore di passi furtivi o di un cammino zoppicante, quasi come se l'ombra del vulcano ci seguisse a distanza ravvicinata.
L'Etna come un essere umano
Umanizzare i suoni dell'Etna non è un semplice esercizio poetico, ma una necessità psicologica. Davanti a una forza della natura così imponente e potenzialmente distruttiva, l'essere umano ha bisogno di trovare una chiave di lettura familiare per non cedere alla paura. Dare un significato al crepitio della pietra, interpretare il boato come il brontolio di un vecchio burbero ma protettivo, ci permette di abitare questo spazio estremo.La scienza ci spiega in modo impeccabile le frequenze d'onda e le contrazioni dei materiali, ma è l'ascolto emotivo che trasforma la pietra in casa, e il vulcano in una presenza viva con cui convivere ogni giorno.
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