Da via Volta a Piazzetta Vecchia, alcuni li vedi in Montalbano: tour nei "posti" di Camilleri
Vi portiamo alla scoperta dei luoghi frequentati e amati dal Maestro, che, sebbene in modo simbolico, rivivono anche nelle storie del Commissario Montalbano
Il murale dedicato ad Andrea Camilleri a Porto Empedocle
Nella magica atmosfera di “Lu Molu di Girgenti”, il viaggio, o meglio ancora, il racconto odierno, ci porta a vivere i luoghi del Maestro Andrea Camilleri. Porto Empedocle è l’ambiente perfetto per immergerci nell’atmosfera del Commissario Montalbano e chissà, con un gioco di parole o un episodio “mezzu strampalatu”, dare l’opportunità a tutti di vivere e cogliere l’occasione di visitare la cittadina agrigentina.
Inoltre, è possibile muovere i passi nei percorsi tanto amati dal “maestro” e, occorre dirlo, grazie all’Associazione Culturale “Oltre Vigata”. Questa, da anni - con il suo presidente Danilo Verruso - si spende a/per la conoscenza dei particolari e curiosità (oltre ai luoghi stessi) che hanno ispirato lo scrittore.
In una giornata poco mite per via delle condizioni climatiche, entriamo in gioco con discreta razionalità. Noi tre (il Verruso - Montalbano, il sottoscritto nelle vesti di Mimì e l’amico Nicolò - Fazio) saremo complici e protagonisti indiscussi della storia. Tutto ha inizio nella celebre via Roma di Porto Empedocle.
Lasciato il mezzo nella zona alta - dopo aver ricevuto la chiamata di Montalbano - il nostro incontro ha luogo presso il bar Elisir. “Qualchiduno” mezzu arricriatu pensa a lu Castiglioni. Fu, un tempo ormai passato (e andato), lu megghiu bar paisanu. Arristaru sulu lu nomi e li ricordi. Nel colorato e goliardico tran - tran di cristiani e rumori, Mimì, “appisulatu pi li so nuttati intralizzeri”, s’assetta con lo sguardo rivolto alla bellissima Chiesa Madre.
Fazio, intrepido e vispu comu li gabbiani tirrenici, ascuta lu commissariu. Tra un saluto e pizziddichi storici, l’argomento cade sugli eventi empedoclini. Considerata da molti una costola di Agrigento, il comune mediterraneo ha sviluppato, seppur in una giovane fase moderna, ricchezze e povertà.
Il porto, il granaio, la Montedison, la centrale elettrica, le spiagge e i percorsi letterari, sono mezzi socio-culturali che hanno toccato l’apice e, nel tempo, comprovato il declino di casa. In questa fase attuale, tra singhiozzi sociali e risvegli culturali, “pari - lu dicemu a bassa voce”, che ci sia, nella gente, un timido “mormorio battagliero”.
Nel bel mezzo dei preparativi per la festa di “San Calojero”, un cristianeddu “tarchiatu, ammudatu e vivace”, inizia a raccontare la sua vita. In pochi minuti ni cunta morte, vita e miraculi (pi un diri lu spiritu santu) di la so vita. Figghi, enneri, jucati a li carti e compaesani. Un tourbillon emotivo chi nni fici puru scantari.
Quando, improvvisamente, il Commissario riceve una chiamata da parte di Catarella. «Commissà, commissà». «Dimmi Catarè». «Sequestraru a Don Triglia di Scoglio». «E cu è - Catarè?». «Commissà - dissero chi lu sequestraru a lu portu». «Va bene Catarè, ci pinsamu niatri».
Mentre Montalbano continua con il suo tour letterario, Fazio si distacca leggermente, come “a lu solitu pari aviri na soluzione”. Mimì, invece, s’appanza, tra palazzi in stile Liberty ben conservati e appartenenti a famiglie nobili del luogo e una scalinata. Questa, sita in via (Inclima? Fede? Malato?) di raro formato siculo, “smovi” un piccolo indizio.
Tra colori “sgargianti”, “fiuri siciliani” e qualchicosa da decifrare, c'è un pesce abbandonato. A primo acchito sembra, il che non me ne voglia, un pezzo di triglia. «Salvo - dalla mia lunga esperienza, lo sai, qualcuno vuole indicarci il percorso esatto da seguire per trovare Don Triglia. Chi ti nni pari?». «Mimì, mi parli di indizi tu? Ma un mi rumpiri li cabbasisi».
Intanto, senza preavviso alcuno, il buon Fazio - dopo alcuni minuti di sparizione, si accoda. «Commissà» . «Dimmi Fazio». «Don Triglia u nn’e’ maritatu, u nnavi figghi, e pari, accusì dicono, chi sia allittratu». Dopo alcuni decine di metri, le statue del Commissario e di Luigi Pirandello ci permettono, con attenzione, di comprendere l’importanza di entrambi i personaggi.
Se il Commissario - tanto amato da Camilleri rappresenta, una parte della sua vita, il Pirandello è stato una sorta di venerazione. Nel primo caso, lo stesso Camilleri ha ripercorso quelle figure (compreso il padre) che hanno segnato la sua esistenza. È una testimonianza forte dell’influenza ricevuta.
Per quanto riguarda Pirandello (con tanto di aneddoto raccontato da Camilleri), lo scrittore empedoclino l’ha vissuto e considerato una figura importante, da contemplare (mai emulare - nel rispetto) nella sua spassionata vocazione letteraria. Accanto a quest’ultima è “allocata” una delle sei panchine letterarie dedicate al “Maestro”. E, prima di addentrarci nella zona vecchia di Porto Empedocle, messo piede nella salita Granet, Fazio trova un foglio con su scritto: «Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti».
Allorché - una volta ascutata la frase, Mimì, “accurnatu” ni li so pinseri, sbotta: «Salvo, qui vogliono prenderci in giro. Qualcuno si fa beffa di noi. Chi potrebbe essere?». Montalbano, avvolto nei pensieri dal possibile ritorno di Livia, ritrova la verve dei vecchi tempi e risponde: «Ma cu po esseri Mimì. Lu cretinu sulu tu po esseri».
Entrati nel vecchio polmone paesano, Montalbano inizia a raccontarci della trattoria San Calogero dove, Andrea Camilleri - insieme alla famiglia - andavano solerti ad assaporare le bontà di casa (sceglievano sempre lo stesso posto - a tal punto che rappresentava il posto di Camilleri). Una ventina di metri ancora e, finalmente aggiungeremmo, ecco la via Volta.
Oggi, delle vecchie botteghe, delle abitazioni tanto care allo scrittore, dei profumi genuini, della sensibilità empedoclina, di “lu scrusciu di lu mari”, dei fumi culinari e della gentilezza del tempo, rimane ben poco. La modernità ha declassato gli aspetti emotivi, quasi cancellandoli.
Ma, nel profondo cambiamento, proviamo a riavvolgere il nastro della storia e, passo dopo passo, cerchiamo - con un senso (minimo) di appartenenza a vivere quello che fu… Ogni metro percorso racconta una storia. Li jurnati erano scandite da vuci e vuciari, di ciavuri di pisci e salsa “accalurata”. Squisitezze di epoche andate!
Giunti alla casa del Maestro, Montalbano riceve una chiamata da Catarella. «Catarè dimmi». «Commissà, mi scurdavi, u nni lu fici apposta - a Don Triglia lu sequestraru a lu portu, vicino alla Torre di Carlo Pinto». «Catarè, Carlo V, imperatore asburgico». «Mi scusasse Commissà».
Nel frattempo, se Fazio è “inturciuniatu” a condividere atti e fatti con il Commissario, Mimì è aggruvigghiatu tra fimmini mascariati e immisca travagghiu e scorribande. Improvvisamente appare ai tre una donna. Idda è ciuriata, colorita, con quell’accento romano di origini empedocline.
Mimì chiede a Montalbano: «Cu è sta carusa?». Salvo risponde: «Lei è un’attrice teatrale: brava, bella e preparata». Il suo nome è Alessandra Mortelliti, nipote di Andrea Camilleri. «Chi malafiura chi fici, e come fazzu adesso?», aggiunge Mimì. «Ci voli na fotu e chiuremu la faccinna».
Il tour continua senza soste; anzi, a dirla tutta, la prossima fermata è nella Piazzetta Vecchia. “A li me tempi… [...]”. Quali…? Tanti anni fa, quella che vedete alle vostre spalle, era la prima Chiesa Madre. Un piccolo gioiello che, adesso, riveste i panni di polo culturale. A pochi metri, nella Salita Chiesa, la Scalinata dei Libri rappresenta un vero e proprio “gruzzolo di romanzi”. Sono sedici, con i nomi delle opere di Camilleri.
Scattate le foto di rito, il buon Fazio si accorge di un particolare non indifferente: «Commissà, taliassi ccà». Prima dell’opera di “Il Riccardino” c’è un nome “anniruto”. Montalbano annuisce e fiuta il colpo. Lo stesso Fazio prova a trasiri dintra li stessi paroli e dici: «Commissà… Luvera, Mollica, non capisco bene». Ci dirigiamo verso il murales dedicato allo scrittore.
Una gigantografia che unisce il popolo siciliano ed elegge Camilleri a icona indiscussa. Nel frattempo, tra sapuri culinari e biddizzi locali, proseguiamo verso il porto. A circa 300/400 metri, una volta superato l’Istituto Comprensivo L. Pirandello, sono circa cento - i passi - che ci separano dalla Torre Carlo V.
Superato uno dei vecchi tratti ferroviari (adibito a manto stradale), entriamo nella fortezza. Una ragazza locale (gentile) ci permette di visitare quello che, attualmente (in attesa dei lavori di ampliamento), è possibile. A forma di tronco piramidale su pianta quadrata, è tra le più grandi presenti in Sicilia.
Tra leggende e realtà, la struttura venne costruita nel 1554, voluta da Carlo V. Successivamente venne usata come carcere. Riaperta (dopo un periodo di chiusura) nel 2012, l’edificio è ricordato per “La strage dimenticata”. Il racconto - dello stesso Camilleri - cita di 114 carcerati morti all’interno. Tra un cannone e l’altro, Fazio si accorge di alcuni fogli ”mezzi strazzati”. Prende il primo, il secondo… il terzo.
Pensieri, parole, frasi, che si ricollegano in parte alla nostra indagine. Ma, alla domanda rivolta da Montalbano verso la picciotta, quest’ultima risponde in modo lapidario: «Commissà, ieri sera, sul tardi - mentre stavo per chiudere le porte della torre - si è avvicinato un tizio. Colto, ben vestito, s’atteggiava n’anticchia. Mi ha chiesto se potesse andare in bagno. Fatto entrare, passaru cincu minuti e siggnì senza salutari. Quando sono rientrata, mi sono accorta che mancava l’ultimo capolavoro scritto da Vincenzo Mollica e Bruno Luverà: "Amo le triglie di scoglio - Andrea Camilleri si racconta”».
In quel momento, noi tre, impassibili fino a trenta secondi prima, abbiamo pensato che per una volta: “Ni futteru - in senso buono” (con tanto di risata). Tra mancati sequestri, goliardia pura e tanta ironia, gli ultimi momenti sono stati spesi al porto.
Con le Pelagie non lontane dalle coste agrigentine, il porto rappresenta un’ancora di salvezza per l’economia locale e siciliana. Vanno abbattuti i costi, migliorata la rete progettuale e localizzati i punti da cui ripartire. Per una volta, con i difetti del caso, abbiamo provato a emulare un mostro sacro come il grande Maestro. In attesa, chissà, che Porto Empedocle ritrovi la via maestra tanto desiderata.
Inoltre, è possibile muovere i passi nei percorsi tanto amati dal “maestro” e, occorre dirlo, grazie all’Associazione Culturale “Oltre Vigata”. Questa, da anni - con il suo presidente Danilo Verruso - si spende a/per la conoscenza dei particolari e curiosità (oltre ai luoghi stessi) che hanno ispirato lo scrittore.
In una giornata poco mite per via delle condizioni climatiche, entriamo in gioco con discreta razionalità. Noi tre (il Verruso - Montalbano, il sottoscritto nelle vesti di Mimì e l’amico Nicolò - Fazio) saremo complici e protagonisti indiscussi della storia. Tutto ha inizio nella celebre via Roma di Porto Empedocle.
Lasciato il mezzo nella zona alta - dopo aver ricevuto la chiamata di Montalbano - il nostro incontro ha luogo presso il bar Elisir. “Qualchiduno” mezzu arricriatu pensa a lu Castiglioni. Fu, un tempo ormai passato (e andato), lu megghiu bar paisanu. Arristaru sulu lu nomi e li ricordi. Nel colorato e goliardico tran - tran di cristiani e rumori, Mimì, “appisulatu pi li so nuttati intralizzeri”, s’assetta con lo sguardo rivolto alla bellissima Chiesa Madre.
Fazio, intrepido e vispu comu li gabbiani tirrenici, ascuta lu commissariu. Tra un saluto e pizziddichi storici, l’argomento cade sugli eventi empedoclini. Considerata da molti una costola di Agrigento, il comune mediterraneo ha sviluppato, seppur in una giovane fase moderna, ricchezze e povertà.
Il porto, il granaio, la Montedison, la centrale elettrica, le spiagge e i percorsi letterari, sono mezzi socio-culturali che hanno toccato l’apice e, nel tempo, comprovato il declino di casa. In questa fase attuale, tra singhiozzi sociali e risvegli culturali, “pari - lu dicemu a bassa voce”, che ci sia, nella gente, un timido “mormorio battagliero”.
Nel bel mezzo dei preparativi per la festa di “San Calojero”, un cristianeddu “tarchiatu, ammudatu e vivace”, inizia a raccontare la sua vita. In pochi minuti ni cunta morte, vita e miraculi (pi un diri lu spiritu santu) di la so vita. Figghi, enneri, jucati a li carti e compaesani. Un tourbillon emotivo chi nni fici puru scantari.
Quando, improvvisamente, il Commissario riceve una chiamata da parte di Catarella. «Commissà, commissà». «Dimmi Catarè». «Sequestraru a Don Triglia di Scoglio». «E cu è - Catarè?». «Commissà - dissero chi lu sequestraru a lu portu». «Va bene Catarè, ci pinsamu niatri».
Mentre Montalbano continua con il suo tour letterario, Fazio si distacca leggermente, come “a lu solitu pari aviri na soluzione”. Mimì, invece, s’appanza, tra palazzi in stile Liberty ben conservati e appartenenti a famiglie nobili del luogo e una scalinata. Questa, sita in via (Inclima? Fede? Malato?) di raro formato siculo, “smovi” un piccolo indizio.
Tra colori “sgargianti”, “fiuri siciliani” e qualchicosa da decifrare, c'è un pesce abbandonato. A primo acchito sembra, il che non me ne voglia, un pezzo di triglia. «Salvo - dalla mia lunga esperienza, lo sai, qualcuno vuole indicarci il percorso esatto da seguire per trovare Don Triglia. Chi ti nni pari?». «Mimì, mi parli di indizi tu? Ma un mi rumpiri li cabbasisi».
Intanto, senza preavviso alcuno, il buon Fazio - dopo alcuni minuti di sparizione, si accoda. «Commissà» . «Dimmi Fazio». «Don Triglia u nn’e’ maritatu, u nnavi figghi, e pari, accusì dicono, chi sia allittratu». Dopo alcuni decine di metri, le statue del Commissario e di Luigi Pirandello ci permettono, con attenzione, di comprendere l’importanza di entrambi i personaggi.
Se il Commissario - tanto amato da Camilleri rappresenta, una parte della sua vita, il Pirandello è stato una sorta di venerazione. Nel primo caso, lo stesso Camilleri ha ripercorso quelle figure (compreso il padre) che hanno segnato la sua esistenza. È una testimonianza forte dell’influenza ricevuta.
Per quanto riguarda Pirandello (con tanto di aneddoto raccontato da Camilleri), lo scrittore empedoclino l’ha vissuto e considerato una figura importante, da contemplare (mai emulare - nel rispetto) nella sua spassionata vocazione letteraria. Accanto a quest’ultima è “allocata” una delle sei panchine letterarie dedicate al “Maestro”. E, prima di addentrarci nella zona vecchia di Porto Empedocle, messo piede nella salita Granet, Fazio trova un foglio con su scritto: «Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti».
Allorché - una volta ascutata la frase, Mimì, “accurnatu” ni li so pinseri, sbotta: «Salvo, qui vogliono prenderci in giro. Qualcuno si fa beffa di noi. Chi potrebbe essere?». Montalbano, avvolto nei pensieri dal possibile ritorno di Livia, ritrova la verve dei vecchi tempi e risponde: «Ma cu po esseri Mimì. Lu cretinu sulu tu po esseri».
Entrati nel vecchio polmone paesano, Montalbano inizia a raccontarci della trattoria San Calogero dove, Andrea Camilleri - insieme alla famiglia - andavano solerti ad assaporare le bontà di casa (sceglievano sempre lo stesso posto - a tal punto che rappresentava il posto di Camilleri). Una ventina di metri ancora e, finalmente aggiungeremmo, ecco la via Volta.
Oggi, delle vecchie botteghe, delle abitazioni tanto care allo scrittore, dei profumi genuini, della sensibilità empedoclina, di “lu scrusciu di lu mari”, dei fumi culinari e della gentilezza del tempo, rimane ben poco. La modernità ha declassato gli aspetti emotivi, quasi cancellandoli.
Ma, nel profondo cambiamento, proviamo a riavvolgere il nastro della storia e, passo dopo passo, cerchiamo - con un senso (minimo) di appartenenza a vivere quello che fu… Ogni metro percorso racconta una storia. Li jurnati erano scandite da vuci e vuciari, di ciavuri di pisci e salsa “accalurata”. Squisitezze di epoche andate!
Giunti alla casa del Maestro, Montalbano riceve una chiamata da Catarella. «Catarè dimmi». «Commissà, mi scurdavi, u nni lu fici apposta - a Don Triglia lu sequestraru a lu portu, vicino alla Torre di Carlo Pinto». «Catarè, Carlo V, imperatore asburgico». «Mi scusasse Commissà».
Nel frattempo, se Fazio è “inturciuniatu” a condividere atti e fatti con il Commissario, Mimì è aggruvigghiatu tra fimmini mascariati e immisca travagghiu e scorribande. Improvvisamente appare ai tre una donna. Idda è ciuriata, colorita, con quell’accento romano di origini empedocline.
Mimì chiede a Montalbano: «Cu è sta carusa?». Salvo risponde: «Lei è un’attrice teatrale: brava, bella e preparata». Il suo nome è Alessandra Mortelliti, nipote di Andrea Camilleri. «Chi malafiura chi fici, e come fazzu adesso?», aggiunge Mimì. «Ci voli na fotu e chiuremu la faccinna».
Il tour continua senza soste; anzi, a dirla tutta, la prossima fermata è nella Piazzetta Vecchia. “A li me tempi… [...]”. Quali…? Tanti anni fa, quella che vedete alle vostre spalle, era la prima Chiesa Madre. Un piccolo gioiello che, adesso, riveste i panni di polo culturale. A pochi metri, nella Salita Chiesa, la Scalinata dei Libri rappresenta un vero e proprio “gruzzolo di romanzi”. Sono sedici, con i nomi delle opere di Camilleri.
Scattate le foto di rito, il buon Fazio si accorge di un particolare non indifferente: «Commissà, taliassi ccà». Prima dell’opera di “Il Riccardino” c’è un nome “anniruto”. Montalbano annuisce e fiuta il colpo. Lo stesso Fazio prova a trasiri dintra li stessi paroli e dici: «Commissà… Luvera, Mollica, non capisco bene». Ci dirigiamo verso il murales dedicato allo scrittore.
Una gigantografia che unisce il popolo siciliano ed elegge Camilleri a icona indiscussa. Nel frattempo, tra sapuri culinari e biddizzi locali, proseguiamo verso il porto. A circa 300/400 metri, una volta superato l’Istituto Comprensivo L. Pirandello, sono circa cento - i passi - che ci separano dalla Torre Carlo V.
Superato uno dei vecchi tratti ferroviari (adibito a manto stradale), entriamo nella fortezza. Una ragazza locale (gentile) ci permette di visitare quello che, attualmente (in attesa dei lavori di ampliamento), è possibile. A forma di tronco piramidale su pianta quadrata, è tra le più grandi presenti in Sicilia.
Tra leggende e realtà, la struttura venne costruita nel 1554, voluta da Carlo V. Successivamente venne usata come carcere. Riaperta (dopo un periodo di chiusura) nel 2012, l’edificio è ricordato per “La strage dimenticata”. Il racconto - dello stesso Camilleri - cita di 114 carcerati morti all’interno. Tra un cannone e l’altro, Fazio si accorge di alcuni fogli ”mezzi strazzati”. Prende il primo, il secondo… il terzo.
Pensieri, parole, frasi, che si ricollegano in parte alla nostra indagine. Ma, alla domanda rivolta da Montalbano verso la picciotta, quest’ultima risponde in modo lapidario: «Commissà, ieri sera, sul tardi - mentre stavo per chiudere le porte della torre - si è avvicinato un tizio. Colto, ben vestito, s’atteggiava n’anticchia. Mi ha chiesto se potesse andare in bagno. Fatto entrare, passaru cincu minuti e siggnì senza salutari. Quando sono rientrata, mi sono accorta che mancava l’ultimo capolavoro scritto da Vincenzo Mollica e Bruno Luverà: "Amo le triglie di scoglio - Andrea Camilleri si racconta”».
In quel momento, noi tre, impassibili fino a trenta secondi prima, abbiamo pensato che per una volta: “Ni futteru - in senso buono” (con tanto di risata). Tra mancati sequestri, goliardia pura e tanta ironia, gli ultimi momenti sono stati spesi al porto.
Con le Pelagie non lontane dalle coste agrigentine, il porto rappresenta un’ancora di salvezza per l’economia locale e siciliana. Vanno abbattuti i costi, migliorata la rete progettuale e localizzati i punti da cui ripartire. Per una volta, con i difetti del caso, abbiamo provato a emulare un mostro sacro come il grande Maestro. In attesa, chissà, che Porto Empedocle ritrovi la via maestra tanto desiderata.
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