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Palermitana, ha 20 anni ed è campionessa del mondo: chi è Silvia, stella di kickboxing

Inizia a 8 anni quasi per gioco e, giovanissima, ha già raggiunto uno dei traguardi più importanti per un atleta: il titolo mondiale. La storia di Silvia Gristina

Marika Ballarò
Studentessa di Scienze della Comunicazione
  • Pubblicato il
    12 settembre 2026

Silvia Gristina con l'allenatore, già campione del mondo di Wako, Gianpaolo Calajò

All’età di vent’anni, Silvia Gristina ha già raggiunto uno dei traguardi più importanti per un atleta: diventare campionessa del Mondo WAKO. Un risultato che, nonostante la sua straordinarietà, la giovane palermitana racconta con una semplicità quasi disarmante: «Da quando sono piccolina ho sempre sognato di diventare forte e riuscire a vincere tutto ciò che desideravo, mettendoci il massimo dell’impegno e della passione che provo per questo sport», afferma la giovane Silvia.

Il titolo mondiale non è però qualcosa a cui Silvia pensa continuamente. La sua attenzione è sempre rivolta al lavoro quotidiano, agli allenamenti ed ai prossimi obiettivi che segneranno il suo futuro. Quando però si ferma a riflettere su ciò che ha conquistato, il ricordo torna inevitabilmente a quelle emozioni vissute sul tatami.

«Raramente penso al fatto che sono campionessa del mondo e probabilmente nei momenti della vita in cui credo di non farcela dovrei pensarci un po’ di più. Però quando ci penso, sorrido e cerco di rivivere dentro di me quelle emozioni fortissime che ho provato e che sono uno dei motivi per cui mi piace competere», aggiunge.

La sua storia con la kickboxing è iniziata molto presto. Aveva appena otto anni quando ha messo piede all’Aikya, la palestra che sarebbe diventata negli anni la sua seconda casa. All’inizio era semplicemente un gioco: tecniche, qualche combattimento e soprattutto tanto tempo trascorso insieme agli altri bambini.

È proprio quell’ambiente ad aver fatto scattare la scintilla, ma non solo. Anche i suoi compagni e i suoi allenatori, Roberto e Gianpaolo, che nel tempo sono andate ben oltre il semplice ruolo tecnico: «Non sono mai stati solo allenatori, ma amici», racconta. Poi è arrivato il passaggio al gruppo degli agonisti, la scelta di combattere e di partecipare alle prime gare.

Silvia nel gruppo di agonisti

Da quel momento la passione si è trasformata in qualcosa di ancora più grande: l’amore per la competizione, per le trasferte, per il gruppo e per quei sacrifici che, una volta superati, regalano una soddisfazione difficile da spiegare. Da qui, la consapevolezza del lavoro.

Proprio a Budapest Silvia ha conquistato l’oro nella categoria -70 kg Senior Pointfight, oltre al bronzo nel Grand Champion. Un risultato arrivato in una competizione internazionale di grande rilievo e che ha rappresentato anche una tappa importante in vista dei prossimi Campionati Europei Senior di novembre.

L’oro di Budapest è stato costruito soprattutto attraverso concentrazione e adrenalina. La tensione non è mancata, proprio perché la posta in gioco era alta e la volontà di disputare buoni incontri era forte. Eppure, dietro quel risultato non c’è una trasformazione improvvisa. Silvia racconta di essere rimasta la stessa ragazza di sempre, senza filtri.

«La mia vita non è mai cambiata dopo aver ottenuto risultati importanti. Credo di aver sempre continuato a impegnarmi e dare il massimo al di là delle competizioni vinte o perse», precisa la campionessa. Anche fuori dalla palestra, nulla è realmente cambiato. Dopo le gare arrivavanogli abbracci, la felicità per il risultato e poi, il giorno dopo, tornava ad allenarsi. A vent’anni, essere un’atleta di alto livello significa inevitabilmente affrontare sacrifici, ma per Silvia non si tratta di una rinuncia, ma è una scelta.

«Quando sono stanca penso che è proprio quello che ho sempre desiderato», racconta. Non manca il confronto con la realtà sportiva palermitana: Silvia pensa che Palermo forse non sia del tutto pronta, soprattutto quando si tratta di discipline meno conosciute.

Secondo la giovane campionessa, il problema è anche legato alla visibilità di determinati sport: discipline che possono sembrare più nascoste rispetto ad altre, ma altrettanto importanti: «Io e i miei compagni dell’Aikya ci alleniamo tanto e costantemente come quasi atleti professionisti e non veniamo molto riconosciuti dalla città», spiega.

A dare ulteriore visibilità al suo percorso è arrivata anche la Rai, che le ha dedicato un profilo all’interno di Under 25 – Giovani Talenti, un’esperienza che Silvia ha vissuto con entusiasmo e gratitudine. Il futuro, intanto, ha già un appuntamento importante: i Campionati Europei Senior di Novembre. Il titolo mondiale non rappresenta dunque un punto di arrivo, ma una nuova partenza per Silvia Gristina.Ci spostiamo adesso dall’altra parte del tatami.

Chi è Gianpaolo Calajò

Ad osservare e accompagnare atleti come Silvia c’è anche chi, il tatami, lo ha vissuto prima da atleta e poi da allenatore. Gianpaolo Calajò è una figura che appartiene a entrambe le dimensioni. Campione del Mondo nel 1999, Calajò ha iniziato a insegnare ancora prima di smettere di gareggiare. Il passaggio dall’altra parte del tatami non è stato quindi una decisione improvvisa, ma un processo naturale costruito nel corso degli anni.

«Quando ho smesso di gareggiare insegnavo già da diversi anni», spiega.La sua esperienza da atleta di alto livello, però, continua ad avere un peso nel lavoro con i suoi ragazzi. Essere stato campione del mondo significa aver vissuto sulla propria pelle le dinamiche, la pressione e le difficoltà che accompagnano una finale mondiale.

Per questo, secondo Gianpaolo Calajò, quell’esperienza probabilmente aiuta a comprendere e ad affrontare determinate situazioni. Oggi il suo percorso lo ha portato anche fuori dall’Italia, fino a ricoprire il ruolo di Head Coach della Nazionale norvegese. Un’esperienza internazionale che, però, non gli ha fatto cambiare idea sulla mentalità degli atleti italiani.

«No», risponde con la sua consueta schiettezza quando gli viene chiesto se lavorare all’estero abbia modificato il suo modo di vedere gli atleti italiani.La differenza, secondo Calajò, non è tanto nella mentalità quanto nell’organizzazione che circonda gli atleti. «Tutti gli atleti al top hanno un solo obiettivo: vincere. Ogni atleta è prima di tutto una persona con la sua propria e unica personalità.

Non vedo differenze nella mentalità, ma ce ne sono diverse nell’assetto organizzativo, economico e nella metodologia degli allenamenti», racconta. Dopo 37 anni di attività, ciò che continua a sorprenderlo maggiormente è la velocità con cui crescono le nuove generazioni ed i mutamenti che avvengono negli anni. Ma c’è un'emozione che, nonostante gli anni, non sembra perdere intensità: vedere un proprio atleta diventare campione del mondo», racconta Gianpaolo.

Per Calajò, ogni vittoria mondiale di un suo allievo significa ripercorrere mentalmente tutto ciò che è stato necessario per arrivare a quel momento.«Tutte le volte, ma proprio tutte, che un mio allievo o una mia allieva ha vinto un mondiale ho sempre rivissuto mentalmente tutto il percorso, tutta la fatica, lo stress, gli infortuni, i sacrifici che lo hanno portato lì dove si trova adesso. Ed è una sensazione bellissima», ricorda l’atleta.

Dietro il rapporto tra allenatore e atleta, inoltre, esiste una dimensione umana che va oltre la semplice preparazione sportiva. Anni trascorsi insieme, allenamenti, sconfitte, vittorie e difficoltà creano inevitabilmente un legame profondo. Proprio per questo Calajò considera importante non confondere i sogni dell’atleta con le aspettative dell’allenatore.

«Gli allenatori come me passano tantissimo tempo con i ragazzi e ovviamente ilrapporto diventa qualcosa di molto profondo. Il rischio di sovrapposizione tra i loro sogni e i nostri desideri è qualcosa a cui stare molto attenti», ci racconta. «Personalmente non cerco mai di trasmettere loro qualcosa, kick a parte, ma difargli sapere che al momento del bisogno la mia mano sarà sempre lì», osserva Gianpaolo.

Una frase che racchiude forse meglio di qualsiasi definizione il senso del ruolo dell’allenatore: non vivere il sogno al posto dell’atleta, ma accompagnarlo mentre prova a realizzarlo. Le storie di Silvia Gristina e Giampaolo Calajò raccontano due momenti differenti all’interno della stessa disciplina.

Da una parte una giovane campionessa che a vent’anni ha già conquistato il mondo e guarda ai prossimi Europei; dall’altra un allenatore che ha trascorso decenni sul tatami, prima combattendo e poi formando nuove generazioni. Entrambi, però, sembrano condividere la stessa idea fondamentale: i risultati sono soltanto la parte visibile di un percorso molto più lungo.

Per Silvia, dietro una medaglia ci sono gli allenamenti, gli amici, la famiglia, le trasferte e la capacità di continuare a lavorare anche dopo una vittoria. Per Calajò, dietro una vittoria c’è tutto ciò che spesso il pubblico non vede: fatica, stress, infortuni, sacrifici e anni di lavoro.

Proprio quando il risultato arriva, il percorso non finisce. Ricomincia. Calajò, guardando alla propria carriera, non ha dubbi: è soddisfatto del viaggio compiuto e, se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto allo stesso modo, senzatralasciare nulla. «Finora è stato un viaggio molto, molto bello», evidenzia. Un viaggio che continua, ancora una volta, sul tatami.
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