Palermo come Milano e Napoli: la galleria monumentale (che rimase sulla carta)
E se anche Palermo avesse avuto come Milano e Napoli la sua Galleria? Qualcuno, quasi 150 anni fa, ci aveva in realtà pensato. Vi raccontiamo il progetto
Una ricostruzione del progetto della Galleria Oretea (realizzata con AI)
Nella storia di Palermo ci sono edifici che hanno cambiato il volto della città e altri che, pur non essendo mai stati costruiti, hanno lasciato una traccia altrettanto interessante. Sono i progetti rimasti sulla carta: ambiziosi disegni capaci di raccontare meglio di molte opere realizzate le aspirazioni, le contraddizioni e le idee di una determinata epoca.
Tra questi occupa un posto particolare la Galleria Oretea, progettata nel 1886 dall’architetto e ingegnere Giuseppe Damiani Almeyda, una delle figure più importanti dell’architettura e dell’urbanistica palermitana del secondo Ottocento.
La Palermo tra Ottocento e Novecento fu attraversata da una vera e propria febbre progettuale, ispirata come altre città europee alla creazione di piazze, strade larghe e nuovi edifici: il sovraffollamento nei centri storici medievali aveva trasformato i quartieri popolari in focolai di epidemie devastanti come colera, tubercolosi e tifo.
Per la prima volta, la salute pubblica divenne la priorità assoluta dei governi, portando alla nascita dell'urbanistica moderna intesa come strumento di prevenzione medica: bisognava demolire i tessuti edilizi più densi e insalubri, abbattere i vicoli ciechi e stretti per eliminare i "miasmi" (l'aria corrotta considerata causa delle malattie) e far penetrare i raggi solari.
All’epoca le strade di Parigi erano prive di marciapiedi ed erano invase da fango, detriti e carrozze. I passages offrivano ai cittadini un percorso scorciatoia pulito, sicuro e completamente riparato dalla pioggia e dalle intemperie.
L'architettura del ferro e del vetro, con ampie coperture trasparenti e cupole luminose, consentiva di illuminare naturalmente gli interni di giorno, mentre di sera l'introduzione dell'illuminazione a gas creava un'atmosfera magica e moderna.
Con l’ascesa e il consolidarsi della ricca classe borghese le gallerie divennero veri e propri centri del lusso, ricchi di boutique, sartorie, caffè, teatri e librerie. La galleria palermitana, un’opera di enormi dimensioni, avrebbe dovuto sorgere proprio nel cuore della città antica, a pochi passi dai Quattro Canti. Oggi ci restano solo i disegni.
Osservando le tavole originali viene spontaneo chiedersi: Palermo perse una grande occasione di modernizzazione o, al contrario, fu risparmiata da uno dei tanti “sventramenti” che avrebbero potuto cancellare una parte consistente della città storica?
La nuova struttura avrebbe collegato alcuni punti nevralgici del centro cittadino, sventrando gli antichi vicoli medievali della città. Non si trattava quindi semplicemente di costruire un elegante spazio commerciale: la Galleria Oretea avrebbe richiesto una trasformazione radicale dell’antico centro storico; per realizzarla sarebbe stato necessario intervenire pesantemente sul secolare tessuto edilizio esistente.
La costruzione di un'opera di grandi dimensioni avrebbe comportato demolizioni e profonde modifiche alla struttura urbana. Forse questa fu una delle motivazioni più forti che pesò sulla scelta finale, comportando la mancata realizzazione del progetto. Dal punto di vista economico inoltre un intervento così complesso avrebbe richiesto ingenti risorse finanziarie e una precisa volontà politica e amministrativa.
Palermo, in quegli anni, aveva davanti a sé numerose altre trasformazioni quali il risanamento dell’area della Conceria. I capitali e gli sforzi dell'amministrazione furono di fatto indirizzati verso altri grandi interventi, tra i quali il taglio della via Roma (l’unica delle quattro grande arterie del Piano regolatore Gianrusso del 1885 realizzate, con tempi biblici e scontrandosi con problematiche di ogni tipo..).
Anche in questo caso si trattava di un'opera colossale, paragonabile per dimensioni alla Galleria Vittorio Emanuele II di Milano: un grande blocco articolato su quattro elevazioni, destinato non soltanto alle attività commerciali ma anche a uffici e abitazioni; e anche questo progetto, tuttavia, non venne realizzato.
Sarà solo tra il 1933 e il 1937 che l'idea di una galleria troverà finalmente una concreta realizzazione, seppure in una forma molto più contenuta, con la costruzione della Galleria delle Vittorie, progettata dall'architetto Paolo Bonci e realizzata dal costruttore Emanuele Rutelli in Via Maqueda.
Rispetto ai grandi sogni ottocenteschi era un'opera di dimensioni molto ridotte, con un ingresso principale e due accessi laterali. L'interno della galleria era di forma quadrangolare con tetto in vetro e travi di metallo. Il lucernario era stato progettato da Salvatore Gregorietti.
La Galleria delle Vittorie era una sorta di versione ridimensionata di quell'idea di modernità commerciale che aveva attraversato Palermo per decenni. La vicenda della Galleria Oretea non è, del resto come abbiamo già visto, un caso isolato.
Diverse furono le proposte progettuali che all’epoca non videro mai la luce, come ad esempio il monumento celebrativo a Vittorio Emanuele: tra gli architetti che avevano partecipato al concorso per realizzarlo, figuravano lo stesso Damiani Almeyda e Giovan Battista Filippo Basile, padre di Ernesto. E proprio Ernesto Basile, nei primi anni del Novecento, si cimentò con un altro progetto destinato a rimanere sulla carta: un moderno cinema-teatro cittadino.
Ne elaborò diverse versioni, raffinate e innovative, delle quali sono rimaste le tavole progettuali conservate presso l'archivio del Teatro Massimo. I progetti di tutte queste opere incompiute, restano in ogni caso preziose testimonianze di un’epoca aurea e di una città in fermento, che - come il resto d’Europa - in un clima di apparente pace e ottimismo, sognava il progresso e il rinnovamento.
Tra questi occupa un posto particolare la Galleria Oretea, progettata nel 1886 dall’architetto e ingegnere Giuseppe Damiani Almeyda, una delle figure più importanti dell’architettura e dell’urbanistica palermitana del secondo Ottocento.
La Palermo tra Ottocento e Novecento fu attraversata da una vera e propria febbre progettuale, ispirata come altre città europee alla creazione di piazze, strade larghe e nuovi edifici: il sovraffollamento nei centri storici medievali aveva trasformato i quartieri popolari in focolai di epidemie devastanti come colera, tubercolosi e tifo.
Per la prima volta, la salute pubblica divenne la priorità assoluta dei governi, portando alla nascita dell'urbanistica moderna intesa come strumento di prevenzione medica: bisognava demolire i tessuti edilizi più densi e insalubri, abbattere i vicoli ciechi e stretti per eliminare i "miasmi" (l'aria corrotta considerata causa delle malattie) e far penetrare i raggi solari.
La Galleria Oretea
La Galleria Oretea era un progetto grandioso, che si inseriva nello spirito di rinnovamento dell’epoca e che si ispirava alle grandi gallerie commerciali europee. Le gallerie commerciali a vetri francesi, note originariamente come passages couverts (passaggi coperti), erano nate a Parigi alla fine del Settecento, trovando il loro periodo di massima diffusione e splendore nei primi trent'anni dell'Ottocento.All’epoca le strade di Parigi erano prive di marciapiedi ed erano invase da fango, detriti e carrozze. I passages offrivano ai cittadini un percorso scorciatoia pulito, sicuro e completamente riparato dalla pioggia e dalle intemperie.
L'architettura del ferro e del vetro, con ampie coperture trasparenti e cupole luminose, consentiva di illuminare naturalmente gli interni di giorno, mentre di sera l'introduzione dell'illuminazione a gas creava un'atmosfera magica e moderna.
Con l’ascesa e il consolidarsi della ricca classe borghese le gallerie divennero veri e propri centri del lusso, ricchi di boutique, sartorie, caffè, teatri e librerie. La galleria palermitana, un’opera di enormi dimensioni, avrebbe dovuto sorgere proprio nel cuore della città antica, a pochi passi dai Quattro Canti. Oggi ci restano solo i disegni.
Osservando le tavole originali viene spontaneo chiedersi: Palermo perse una grande occasione di modernizzazione o, al contrario, fu risparmiata da uno dei tanti “sventramenti” che avrebbero potuto cancellare una parte consistente della città storica?
Giuseppe Damiani Almeyda
Giuseppe Damiani Almeyda nacque a Capua da padre palermitano e madre di origini portoghesi. Si formò a Napoli, dove nel 1859 conseguì il titolo di ingegnere e architetto e poco dopo si trasferì in Sicilia, entrando prima nel Genio Civile e successivamente assumendo l’incarico di ingegnere capo del Municipio di Palermo. Fu anche docente universitario, diventando uno dei protagonisti del rinnovo architettonico della città nella seconda metà dell’Ottocento. Il suo nome è legato soprattutto al teatro Politeama Garibaldi, realizzato a partire dal 1865, alla facciata principale del Palazzo di Città e a Casa Florio a Favignana. Accanto alle opere realizzate, Damiani Almeyda lasciò però una serie di progetti rimasti solo sulla carta, tra questi il Gran Cimitero, il Gran Caffè e, appunto, la Galleria Oretea.Il progetto
Il progetto, oggi conservato nell’Archivio Giuseppe Damiani Almeyda, è accompagnato da 22 tavole a inchiostro e acquerello. Piante, sezioni, prospetti e studi degli ingressi restituiscono l'immagine di un complesso monumentale, concepito secondo i più aggiornati modelli dell'architettura europea. Il progetto, che era del 1886, prevedeva una grande galleria commerciale in ferro e vetro, simile a quelle che sarebbero sorte da lì a poco a Milano nel 1878 e a Napoli tra il 1887 e il 1890. La Galleria Orotea sarebbe sorta, nelle intenzioni di Almeyda, alle spalle dell'angolo nord-orientale dei Quattro Canti, nel cuore più antico di Palermo. Gli accessi principali sarebbero stati collocati lungo il Corso Vittorio Emanuele, tra Palazzo Costantino e la chiesa di San Matteo, e lungo via Maqueda.La nuova struttura avrebbe collegato alcuni punti nevralgici del centro cittadino, sventrando gli antichi vicoli medievali della città. Non si trattava quindi semplicemente di costruire un elegante spazio commerciale: la Galleria Oretea avrebbe richiesto una trasformazione radicale dell’antico centro storico; per realizzarla sarebbe stato necessario intervenire pesantemente sul secolare tessuto edilizio esistente.
La costruzione di un'opera di grandi dimensioni avrebbe comportato demolizioni e profonde modifiche alla struttura urbana. Forse questa fu una delle motivazioni più forti che pesò sulla scelta finale, comportando la mancata realizzazione del progetto. Dal punto di vista economico inoltre un intervento così complesso avrebbe richiesto ingenti risorse finanziarie e una precisa volontà politica e amministrativa.
Palermo, in quegli anni, aveva davanti a sé numerose altre trasformazioni quali il risanamento dell’area della Conceria. I capitali e gli sforzi dell'amministrazione furono di fatto indirizzati verso altri grandi interventi, tra i quali il taglio della via Roma (l’unica delle quattro grande arterie del Piano regolatore Gianrusso del 1885 realizzate, con tempi biblici e scontrandosi con problematiche di ogni tipo..).
Altri progetti incompiuti
La Galleria Oretea rimase così confinata alle tavole progettuali, ma l'idea di una grande galleria commerciale nel centro di Palermo, però, non scomparve del tutto. Nel 1925 Michele Utveggio (imprenditore e costruttore edile, famoso per aver ideato il celebre Castello sul Monte Pellegrino) propose un nuovo progetto nell’area della Conceria.Anche in questo caso si trattava di un'opera colossale, paragonabile per dimensioni alla Galleria Vittorio Emanuele II di Milano: un grande blocco articolato su quattro elevazioni, destinato non soltanto alle attività commerciali ma anche a uffici e abitazioni; e anche questo progetto, tuttavia, non venne realizzato.
Sarà solo tra il 1933 e il 1937 che l'idea di una galleria troverà finalmente una concreta realizzazione, seppure in una forma molto più contenuta, con la costruzione della Galleria delle Vittorie, progettata dall'architetto Paolo Bonci e realizzata dal costruttore Emanuele Rutelli in Via Maqueda.
Rispetto ai grandi sogni ottocenteschi era un'opera di dimensioni molto ridotte, con un ingresso principale e due accessi laterali. L'interno della galleria era di forma quadrangolare con tetto in vetro e travi di metallo. Il lucernario era stato progettato da Salvatore Gregorietti.
La Galleria delle Vittorie era una sorta di versione ridimensionata di quell'idea di modernità commerciale che aveva attraversato Palermo per decenni. La vicenda della Galleria Oretea non è, del resto come abbiamo già visto, un caso isolato.
Diverse furono le proposte progettuali che all’epoca non videro mai la luce, come ad esempio il monumento celebrativo a Vittorio Emanuele: tra gli architetti che avevano partecipato al concorso per realizzarlo, figuravano lo stesso Damiani Almeyda e Giovan Battista Filippo Basile, padre di Ernesto. E proprio Ernesto Basile, nei primi anni del Novecento, si cimentò con un altro progetto destinato a rimanere sulla carta: un moderno cinema-teatro cittadino.
Ne elaborò diverse versioni, raffinate e innovative, delle quali sono rimaste le tavole progettuali conservate presso l'archivio del Teatro Massimo. I progetti di tutte queste opere incompiute, restano in ogni caso preziose testimonianze di un’epoca aurea e di una città in fermento, che - come il resto d’Europa - in un clima di apparente pace e ottimismo, sognava il progresso e il rinnovamento.
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