Più di 60mila cani randagi in Sicilia: tutte le proposte per fermare l'emergenza
L'ultimo rapporto nazionale "Animali in Città" di Legambiente fotografa questo fenomeno la cui gravità anno dopo anno non cambia. Cosa dicono gli esperti
Cani randagi
L'ultimo rapporto nazionale "Animali in Città" di Legambiente, pubblicato di recente, fotografa proprio questo fenomeno che anno dopo anno, sebbene si susseguano le amministrazioni, cambia come numero, ma non come gravità. A livello nazionale oltre 14 mila cani rischiano di trascorrere il resto della propria vita in un canile rifugio.
Migliaia di altri cani randagi rischiano invece di rinselvatichirsi, divenendo un pericolo per sé e per gli altri animali, per non parlare dell’uomo. Considerando soltanto i 221 Comuni monitorati dall’associazione ne emerge un dato desolante: più di due animali su dieci dei canili non sono stati adottati, né sono tornati o ottengono dei nuovi proprietari.
Un’emergenza dietro cui ci sono migliaia di esistenze sospese, spiegano gli animalisti, che comporta un costo economico enorme sulle amministrazioni pubbliche. La Sicilia continua a rappresentare uno dei punti più critici del Paese. Non tanto perché l'Isola sia l'unico territorio dove il randagismo esiste, ma perché qui si sommano fragilità che si alimentano a vicenda.
Legambiente individua infatti proprio sulla nostra Isola, insieme a Calabria e Campania, le aree dove la presenza di Comuni in difficoltà finanziaria coincide con i livelli più elevati di randagismo. Il fenomeno diventa ancora più estremo in quei comuni con i bilanci sofferenti, i primi a non effettuare le sterilizzazioni e i controlli sul territorio per carenza di fondi.
L'immagine del cane abbandonato sul ciglio della strada, d’altronde, non basta più a spiegare il problema. Oggi il motore del randagismo è fatto soprattutto di cucciolate domestiche mai controllate, animali venduti attraverso il mercato online senza adeguate verifiche, al cattivo comportamento dei veterinari (non tutti per fortuna) che non segnalano gli animali non dotati di microchip e dei proprietari che affrontano la gestione degli animali domestici senza alcuna preparazione.
Sono queste le ragioni che spingono migliaia di animali a restare fuori da qualsiasi sistema di tracciabilità fino al momento in cui vengono recuperati come vaganti. Diamo un po’ di numeri, per capire il problema. Secondo alcune stime, in Sicilia ci sarebbero tra i 60.000 e i 70.000 cani randagi.
Ogni cane mantenuto in un canile costa mediamente circa 1900 euro all'anno, con rette che possono oscillare tra 1300 e oltre 2500 euro. Se quell'animale risulta inadottabile, anche per colpe che non rientrano nella sfera dell’animale ma dell’uomo, la spesa si moltiplica, anno dopo anno.
Al costo del cibo bisogna infatti sommare il costo dei farmaci, se il cane è vecchio o malato, e altre spese utili per il mantenimento del cane. Paradossalmente, spiega invece Legambiente che spendere nella formazione dei proprietari o considerare l’adozione di un animale come gesto utile per la collettività avrebbe un costo infinitamente inferiore.
Per invertire la rotta, l'associazione ambientalista propone un pacchetto di interventi che parte dall'istituzione di un fondo nazionale destinato ai servizi veterinari essenziali e che comprende corsi gratuiti e obbligatori per chi decide di prendere un animale.
Utile sarebbe anche una riduzione dell'IVA sulle cure veterinarie e una maggiore integrazione tra anagrafe degli animali, servizi sanitari e servizi sociali. Dietro queste proposte c'è anche il nuovo regolamento europeo dedicato alla tracciabilità degli animali domestici, destinato a entrare progressivamente in vigore dal 2028 e fondato sull'identificazione obbligatoria tramite microchip e su banche dati.
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