Pure Montalbano si è rotto "i cabbasisi" di Ferragosto: storie tragicomiche dalla Sicilia
Chissà se Salvo Montalbano a Ferragosto tiene gli stessi problemi di noi comuni mortali. Un racconto nato da un sogno che descrive alcune sventure del 14 agosto
Montalbano
Il mondo si divide in due categorie: quelli che ci rompono i cabbasisi su cosa fare a Capodanno e quelli che rompono i cabbasisi su cosa fare a Ferragosto. A proposito di rotture di cabbasisi, quest’anno non farò nulla. Resterò felicemente spalmato sul divano a leggere un buon libro; magari Camilleri.
Chissà se Salvo Montalbano a Ferragosto tiene gli stessi problemi di noi comuni mortali. Chissà se nella sua Vigata c’è qualcuno che gli rompe i cabbasisi per organizzarsi. Dopo qualche pagina, complice l’abbiocco post-pranzo e il condizionatore, mi si appesantisce la palpebra.
Entro in fase ipnagogica, sento aumentare l’adenosina, inizia la secrezione della serotonina. Boom, stecchito, crollato, dentro il romanzo. Urtimamente era pricipitato nel girone ‘nfernale delle serie turche. Can che si ‘nzitava con Karem, che lasciava Seyran, che si ‘nzitava con Miran, che intanto se la ‘ntenneva con Karim. Altro che fumare, sti turchi tenevano la testa solo a ‘na cosa.
‘Mprovvisamenti, il telegiornali: il ponti di Ferragosto aveva fatto scattari un tragicissimo bollino rosso su strate e autostrate di tutta la penisola. «Quindici milioni di autovetture attualmente in viaggio verso le principali località balneari» diceva la vuci del telegiornalista. Spostò la tenna della finestra che affacciava sulla spiaggia.
Minchia! Malgrado fosse ancora matina era già un vero bordello! Vuoi vidiri che i quindici milioni di veicoli in viaggio, s’erano dati vuci di annari tutti nella spiaggi di fronte casa so?
Come se non fussi già bastevolmente pesante, Giuliacci annunciava la terribile trentesima ondata di cavuro, anche ‘sta volta portante nomi di un qualche demone, dittatore o epidemia del passato. Pinsò di pigliare tavole, chiodi e martello, e di barricarisi dintra casa, manco fosse scoppiata una epidemia zombie.
Poi s’arricordò che l’urtima vota c’aveva aperto il frigorifero era accussì vacante, che aveva sentito la eco della so stissa vuci. Tra tutte le tragedie che gli potevano accapitare, quella dover nesciri di casa il quattordici d’agosto per fare la spisa era indiscutibilmente la più granne di tutte. Non ebbe tempo di accettare la sconfitta che sunò il campanello. Andò a rapriri la porta.
«Addomando pirdonanza, ci voleva spiare ‘na cosa». Che ci faceva la mummia di Tutankhamon a lo so casa? Il vecchietto alle spalle della mummia turnò a parlare. «Mia mogliere Sarina non deambula bene». Non era Tutankhamon, era la mogliere. «Le farebbe comodo accedere alla spiaggia da casa sua. Non è che potrebbe farle questa carezza?».
Il solo pinsero di accarezzare Sarina gli fece ‘mprissioni. Per scongiurare questa possibilità la fece passare subitamente, andandole dietro a passo di corteo funebre. Già che c’era si fece la pinsata di raggiungere il supermercato direttamente dalla spiaggia. Non fu cosa, s’attrovò in un altro girone ‘nfernale peggio assai di quello delle serie turche: quello dei tasci in villeggiatura.
Dove il jorno prima sorgeva timido un castelletto di sabbia, ora s’innalzava prepotenti ‘na baraccopoli bifamiliare arredata di tutto punto. Sta vota fu iddu che dovette attraversare l’abitazione per reimmettersi nella spiaggia libera. Vuoi però il cavuro, vuoi le strane scelte dell’architetto, sbagliò stanza finenno in quello che era il bagno, dove trovò il nanno accovacciato, impegnato in una facenna che richiedeva concentrazione.
Mortificato, tentò di fare il percorso al contrario ma fu rapito da una tribù locale. L’attimo dopo era assitttato in una lunga tavolata con tutta la settima generazione: da una latata gli adulti, dall’avutra i piciriddi. Disperato, tintò di estorciri informazioni a quest’ultimi facenno conversazione.
Michael, Kevin, Dennis, Bryan, Sharon, Jennifer: doveva trattarisi sicuramente di qualichi comunità Amish emigrata dal nord America e giunta in Sicilia in cerca di travagghio. Proprio quanno stava per affidarsi al traduttore simultaneo, la nanna annunciò che il nanno aveva finalmente partorito, pirtanto si poteva principiare a manciari.
Le femmine di casa si pricipitarono a trafichiare nella dispensa e in men che non si dica turnarono armate di tigghie di anellettti cu furnu: una a testa. A Capotavola, lo zio con la lupara ‘ncocciata alla spalla, pronto a freddare chiunque si fussi azzardato a lasciarne mezza forchittata.
Preferenno il coma glicemico alla soppressione per arma da fuoco, affruntò il resto del menù con estrema dignità: milinciane frittte, milinciani alla parmiciana, panelle, cazzilli, frittata di pasta, sarde a beccafico e ‘nsalata per sgrassare. Da bere, birra Forst fino all’estrema unzione.
Terminato il pranzo accomodato, fu costretto insieme ai masculi del branco al rito del bagno in piena digestione, per dimostrare alle femmine di poter garantire la sopravvivenza della specie. A un passo dal blocco intestinale, fu tratto in sarbo dallo zio che annunciava l’inizio del Festivalle della canzoni napoletana.
Dopo un’interminabile carrellata di capolavori di genere, passando immancabilmente da "Povero gabbiano" e "Dal cuore mio fa bam bam", fu finalmente rimesso in libertà. Provato e accutufato mandò la malsana idea di raggiungere il supermercato a catafottersi. La parola d’ordine era una, solenne e senza appello: turnarisinni alla casa.
Era junto quasi alla scaletta della salvezza che gli vinni una botta d’accupa terribile. Non si riniscì più a catamiare; cadì con la facci ‘nterra. Una vuci luntana, menzu a tante e ovattate, gli giunse alla recchia chiara. «Sono un dottore. È un infarto». Il campanello mi sveglia da quello strano incubo.
Forse semplicemente un umile tributo a Camilleri per il Ferragosto, ma pur sempre un incubo. Il risveglio è traumatico, e come direbbe il maestro: mi sento ancora tutto amminchiato. Vado ad aprire. Alla porta, un vecchietto e la mummia di Tutankhamon. «Mia mogliere Sarina non deambula bene. Le farebbe comodo accedere alla spiaggia da casa sua. Non è che potrebbe farle questa carezza?».
Chissà se Salvo Montalbano a Ferragosto tiene gli stessi problemi di noi comuni mortali. Chissà se nella sua Vigata c’è qualcuno che gli rompe i cabbasisi per organizzarsi. Dopo qualche pagina, complice l’abbiocco post-pranzo e il condizionatore, mi si appesantisce la palpebra.
Entro in fase ipnagogica, sento aumentare l’adenosina, inizia la secrezione della serotonina. Boom, stecchito, crollato, dentro il romanzo. Urtimamente era pricipitato nel girone ‘nfernale delle serie turche. Can che si ‘nzitava con Karem, che lasciava Seyran, che si ‘nzitava con Miran, che intanto se la ‘ntenneva con Karim. Altro che fumare, sti turchi tenevano la testa solo a ‘na cosa.
‘Mprovvisamenti, il telegiornali: il ponti di Ferragosto aveva fatto scattari un tragicissimo bollino rosso su strate e autostrate di tutta la penisola. «Quindici milioni di autovetture attualmente in viaggio verso le principali località balneari» diceva la vuci del telegiornalista. Spostò la tenna della finestra che affacciava sulla spiaggia.
Minchia! Malgrado fosse ancora matina era già un vero bordello! Vuoi vidiri che i quindici milioni di veicoli in viaggio, s’erano dati vuci di annari tutti nella spiaggi di fronte casa so?
Come se non fussi già bastevolmente pesante, Giuliacci annunciava la terribile trentesima ondata di cavuro, anche ‘sta volta portante nomi di un qualche demone, dittatore o epidemia del passato. Pinsò di pigliare tavole, chiodi e martello, e di barricarisi dintra casa, manco fosse scoppiata una epidemia zombie.
Poi s’arricordò che l’urtima vota c’aveva aperto il frigorifero era accussì vacante, che aveva sentito la eco della so stissa vuci. Tra tutte le tragedie che gli potevano accapitare, quella dover nesciri di casa il quattordici d’agosto per fare la spisa era indiscutibilmente la più granne di tutte. Non ebbe tempo di accettare la sconfitta che sunò il campanello. Andò a rapriri la porta.
«Addomando pirdonanza, ci voleva spiare ‘na cosa». Che ci faceva la mummia di Tutankhamon a lo so casa? Il vecchietto alle spalle della mummia turnò a parlare. «Mia mogliere Sarina non deambula bene». Non era Tutankhamon, era la mogliere. «Le farebbe comodo accedere alla spiaggia da casa sua. Non è che potrebbe farle questa carezza?».
Il solo pinsero di accarezzare Sarina gli fece ‘mprissioni. Per scongiurare questa possibilità la fece passare subitamente, andandole dietro a passo di corteo funebre. Già che c’era si fece la pinsata di raggiungere il supermercato direttamente dalla spiaggia. Non fu cosa, s’attrovò in un altro girone ‘nfernale peggio assai di quello delle serie turche: quello dei tasci in villeggiatura.
Dove il jorno prima sorgeva timido un castelletto di sabbia, ora s’innalzava prepotenti ‘na baraccopoli bifamiliare arredata di tutto punto. Sta vota fu iddu che dovette attraversare l’abitazione per reimmettersi nella spiaggia libera. Vuoi però il cavuro, vuoi le strane scelte dell’architetto, sbagliò stanza finenno in quello che era il bagno, dove trovò il nanno accovacciato, impegnato in una facenna che richiedeva concentrazione.
Mortificato, tentò di fare il percorso al contrario ma fu rapito da una tribù locale. L’attimo dopo era assitttato in una lunga tavolata con tutta la settima generazione: da una latata gli adulti, dall’avutra i piciriddi. Disperato, tintò di estorciri informazioni a quest’ultimi facenno conversazione.
Michael, Kevin, Dennis, Bryan, Sharon, Jennifer: doveva trattarisi sicuramente di qualichi comunità Amish emigrata dal nord America e giunta in Sicilia in cerca di travagghio. Proprio quanno stava per affidarsi al traduttore simultaneo, la nanna annunciò che il nanno aveva finalmente partorito, pirtanto si poteva principiare a manciari.
Le femmine di casa si pricipitarono a trafichiare nella dispensa e in men che non si dica turnarono armate di tigghie di anellettti cu furnu: una a testa. A Capotavola, lo zio con la lupara ‘ncocciata alla spalla, pronto a freddare chiunque si fussi azzardato a lasciarne mezza forchittata.
Preferenno il coma glicemico alla soppressione per arma da fuoco, affruntò il resto del menù con estrema dignità: milinciane frittte, milinciani alla parmiciana, panelle, cazzilli, frittata di pasta, sarde a beccafico e ‘nsalata per sgrassare. Da bere, birra Forst fino all’estrema unzione.
Terminato il pranzo accomodato, fu costretto insieme ai masculi del branco al rito del bagno in piena digestione, per dimostrare alle femmine di poter garantire la sopravvivenza della specie. A un passo dal blocco intestinale, fu tratto in sarbo dallo zio che annunciava l’inizio del Festivalle della canzoni napoletana.
Dopo un’interminabile carrellata di capolavori di genere, passando immancabilmente da "Povero gabbiano" e "Dal cuore mio fa bam bam", fu finalmente rimesso in libertà. Provato e accutufato mandò la malsana idea di raggiungere il supermercato a catafottersi. La parola d’ordine era una, solenne e senza appello: turnarisinni alla casa.
Era junto quasi alla scaletta della salvezza che gli vinni una botta d’accupa terribile. Non si riniscì più a catamiare; cadì con la facci ‘nterra. Una vuci luntana, menzu a tante e ovattate, gli giunse alla recchia chiara. «Sono un dottore. È un infarto». Il campanello mi sveglia da quello strano incubo.
Forse semplicemente un umile tributo a Camilleri per il Ferragosto, ma pur sempre un incubo. Il risveglio è traumatico, e come direbbe il maestro: mi sento ancora tutto amminchiato. Vado ad aprire. Alla porta, un vecchietto e la mummia di Tutankhamon. «Mia mogliere Sarina non deambula bene. Le farebbe comodo accedere alla spiaggia da casa sua. Non è che potrebbe farle questa carezza?».
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