Quattro siciliani raccontano Gaza a fumetti: 8 storie di Emergency in "Un diavolo muto"
Marco Rizzo insieme ad altri autori dell'antologia trasformano le testimonianze della Ong italiana, riportando al centro le persone dietro ai numeri della guerra
Marco Rizzo, sceneggiatore di "Un Diavolo Muto"
«Chi tace sulla verità è un diavolo muto». È da questo detto palestinese che prende il nome "Un diavolo muto. Storie da Gaza", l’antologia a fumetti scritta e sceneggiata da Marco Rizzo e pubblicata da Tunuè. Una frase che, racconta Rizzo, gli è sembrata «appropriata per offrire un titolo evocativo e non didascalico e che si applica benissimo a quanto succede nella Striscia». Parlare quando il silenzio rischia di diventare complicità. Raccontare quando le immagini sono così tante da finire per non mostrarci più nessuno.
Otto sensibilità artistiche diverse, unite dalla sceneggiatura di Rizzo ma libere di interpretare le testimonianze secondo il proprio tratto e il proprio modo di guardare alla realtà. Tra i fumettisti ci sono anche tre siciliani – Cammamoro, Claudio Stassi e Lelio Bonaccorso – con cui Rizzo ha collaborato in più occasioni nel corso della sua carriera.
La copertina è firmata da Manuele Fior, che con il suo contributo chiude idealmente il percorso del volume. «Manuele è uno degli illustratori più amati e riconosciuti. Con una singola immagine riesce a trasmettere un’intera poetica ed è quello che sapevamo sarebbe stato il suo prezioso contributo», spiega Rizzo. Protagonisti delle storie sono medici e infermieri che operano sul campo dall’agosto del 2024 e i bambini, che rappresentano la principale fascia di pazienti.
«Lo scopo principale di questo volume, come era stato per Salvezza, è andare oltre le statistiche, per ricordarci che dietro quelle cifre ci sono esseri umani», spiega Rizzo. È proprio questo il terreno sul quale il fumetto trova la propria forza. «È uno strumento “slow”, che permette – anzi quasi obbliga – per sua stessa natura a soffermarsi sulle immagini, sui dettagli, a tornare avanti e indietro nella lettura semplicemente sfogliando le pagine».In un tempo nel quale le immagini di guerra scorrono rapidamente sugli schermi, il fumetto impone un altro ritmo. Costringe a fermarsi, a osservare. A tornare indietro. E, forse, a vedere davvero. Per lo sceneggiatore siciliano, fare giornalismo attraverso il fumetto significa anche assumersi la responsabilità di fare il suo mestiere utilizzando il linguaggio che conosce meglio.
La distanza dal luogo del conflitto, però, non ha significato distanza dalle persone. Al contrario, ha imposto una particolare responsabilità nel trattamento delle testimonianze: «Per ogni pagina, ogni balloon ho sentito il peso di dover rendere giustizia alle persone e alle loro storie. Storie verificate e che ho cercato di riportare con la massima fedeltà possibile, riportando buona parte dei dialoghi o dei monologhi esattamente così come riferiti nelle testimonianze».
Le testimonianze a disposizione erano numerose. Scegliere quali raccontare ha significato anche decidere cosa lasciare fuori: «Ce ne sono alcune che ho proprio evitato di includere perché sarebbero risultate troppo disturbanti, quasi horrorifiche. Il rischio era che il lettore ricordasse soltanto i dettagli più cruenti, perdendo di vista le persone».
Sensibilità, in questo caso, non significa attenuare l'orrore, ma rispettarlo. Mariam è una bambina, ma il suo dolore rappresenta simbolicamente quello di tanti altri bambini per i quali la guerra rappresenta la realtà nella quale sono cresciuti. «L'assurdità di un'infanzia alla quale è stato negato il diritto di essere soltanto un’infanzia». Il lavoro con gli otto disegnatori ha seguito percorsi differenti. Rizzo ha adattato il proprio modo di scrivere alle sensibilità degli autori, lasciando maggiore libertà a chi era abituato a costruire autonomamente le proprie storie e lavorando invece con sceneggiature più dettagliate con gli altri.
«È un dettaglio agghiacciante, di come, a un certo punto, la paura sistematica entri a far parte della quotidianità. La guerra non ha più bisogno di irrompere nella quotidianità: è già dentro la quotidianità». Mentre disegnava, Bonaccorso si chiedeva come sarebbe stata la vita di quelle migliaia di bambini, segnati per sempre da episodi di una simile violenza. Aprire l’immaginazione a certi scenari «lascia sempre qualcosa, che rimane lì, latente e si deposita». Anche il fumettista, dunque, porta con sé una parte di ciò che racconta. «Uno sforzo, che spero possa non farci mai dimenticare l'orrore di ciò che è stato e di ciò che continua a essere. Questa guerra e le altre, credo che ci abbiano portato via un po' della nostra umanità, incidendo sulla nostra capacità di riconoscere l’altro». E allora, conclude, «noi da fumettisti, cerchiamo di dare il nostro piccolo contributo».
Anche per Cammamoro il fumetto è, prima di tutto, uno strumento per raccontare il presente. «Una forma espressiva che, proprio perché a lungo considerata marginale dalla cultura letteraria tradizionale, conserva una particolare libertà». Ed è proprio questa libertà, sostiene, a rendere oggi il fumetto uno strumento particolarmente efficace per affrontare temi complessi e dolorosi.
In "Un diavolo muto", partendo da un soggetto ancora abbozzato, Rizzo gli ha affidato la costruzione visiva della storia, intervenendo soltanto in un secondo momento con dialoghi e didascalie. Un procedimento che gli ha permesso di lavorare non tanto sulla descrizione degli eventi quanto sulle sensazioni suscitate dal racconto.«In questo modo mi ha dato la libertà di costruire le pagine partendo direttamente dalle sensazioni nate dal suo testo».
Al centro della sua storia c'è il mare. Una scelta che assume un significato particolare anche per il rapporto personale che Cammamoro ha con questo elemento. «Marco mi ha affidato il racconto consapevole del mio amore fanatico nei confronti del mare che, in questo caso, oltre ad essere l’unico mezzo di sostentamento durante la guerra, rappresenta anche uno spazio simbolico, un luogo libero e pacifico in quanto vuoto, in prossimità del quale poter trovare un po’ di pace».
A questa distanza psicologica si aggiunge quella prodotta dalla tecnologia militare. «Nuovi strumenti bellici come i droni telecomandati o i missili lanciati da bunker a chilometri di distanza creano un’ulteriore barriera tra carnefice e vittima». "Un diavolo muto" nasce anche da un’esigenza personale: quella dell'impotenza di fronte a ciò che sta accadendo. «Ho provato a dare forma alla mia rabbia e alla mia indignazione costruendo un piccolo “promemoria” di carta come fatto in passato con i fumetti su figure storiche o su temi come i soccorsi in mare o l’accoglienza».
Il libro diventa così anche un modo per trasformare un sentimento di impotenza in qualcosa di concreto. Nelle intenzioni di Rizzo, può inoltre aiutare a comprendere il lavoro di chi continua a operare sul campo.«E forse anche capire, tra le altre cose, lo sforzo immane nel salvare vite umane da parte di Ong come emergency che – nonostante i blocchi dei farmaci, i missili sugli ospedali e i vari ostacoli posti dal governo di Netanyahu e con la complicità in primis degli USA di Trump – cerca di continuare nella propria missione».
Dopo la lettura, secondo Rizzo, dovrebbe restare anche la curiosità di andare oltre il libro: approfondire, confrontare le fonti, interrogarsi sulle informazioni che circolano, soprattutto in un contesto in cui fake news e narrazioni contrapposte rendono sempre più difficile orientarsi. Un invito rivolto in particolare ai lettori più giovani, per i quali il fumetto può diventare anche un primo strumento di conoscenza e approfondimento. Ma al di là della necessità di informarsi, resta un obiettivo ancora più semplice e, forse, più difficile: «provare empatia verso i protagonisti di quelle storie che sono persone vere, non personaggi di finzione».
È qui che le otto storie trovano un punto d'incontro. Otto sguardi diversi, ma con l'intento comune di fermarsi davanti alle storie abbastanza a lungo da restituire un volto a chi rischia di scomparire dietro i numeri. Perché, qualche volta, fermarsi ad ascoltarle è già un modo per non lasciarle scomparire.
Otto storie da Gaza
Restituire un volto ai numeri, una dignità alle storie delle persone. È da questa esigenza che nasce il volume: otto storie costruite a partire dalle testimonianze raccolte da emergency nella Striscia di Gaza e affidate ad altrettanti fumettisti che desideravano da tempo dare il proprio contributo sul tema: Cammamoro, Claudio Stassi, Lelio Bonaccorso, Boban Pesov, Simona Binni, La Tram, Elena Mistrello e Sualzo.Otto sensibilità artistiche diverse, unite dalla sceneggiatura di Rizzo ma libere di interpretare le testimonianze secondo il proprio tratto e il proprio modo di guardare alla realtà. Tra i fumettisti ci sono anche tre siciliani – Cammamoro, Claudio Stassi e Lelio Bonaccorso – con cui Rizzo ha collaborato in più occasioni nel corso della sua carriera.
La copertina è firmata da Manuele Fior, che con il suo contributo chiude idealmente il percorso del volume. «Manuele è uno degli illustratori più amati e riconosciuti. Con una singola immagine riesce a trasmettere un’intera poetica ed è quello che sapevamo sarebbe stato il suo prezioso contributo», spiega Rizzo. Protagonisti delle storie sono medici e infermieri che operano sul campo dall’agosto del 2024 e i bambini, che rappresentano la principale fascia di pazienti.
«Lo scopo principale di questo volume, come era stato per Salvezza, è andare oltre le statistiche, per ricordarci che dietro quelle cifre ci sono esseri umani», spiega Rizzo. È proprio questo il terreno sul quale il fumetto trova la propria forza. «È uno strumento “slow”, che permette – anzi quasi obbliga – per sua stessa natura a soffermarsi sulle immagini, sui dettagli, a tornare avanti e indietro nella lettura semplicemente sfogliando le pagine».In un tempo nel quale le immagini di guerra scorrono rapidamente sugli schermi, il fumetto impone un altro ritmo. Costringe a fermarsi, a osservare. A tornare indietro. E, forse, a vedere davvero. Per lo sceneggiatore siciliano, fare giornalismo attraverso il fumetto significa anche assumersi la responsabilità di fare il suo mestiere utilizzando il linguaggio che conosce meglio.
La collaborazione con Emergency
La collaborazione con Emergency nasce da un rapporto che Rizzo porta avanti da alcuni anni con il team comunicazione dell’ONG. «L’idea di lavorare a una graphic novel era già stata discussa e Gaza è un tema che merita di essere spinto sotto i riflettori. Il fatto che emergency avesse raccolto decine di testimonianze rendeva possibile trasmutarle in fumetto anche senza andare fisicamente sul campo. Cosa che mi sarebbe piaciuto fare ma che – ovviamente – oggi è resa impossibile».La distanza dal luogo del conflitto, però, non ha significato distanza dalle persone. Al contrario, ha imposto una particolare responsabilità nel trattamento delle testimonianze: «Per ogni pagina, ogni balloon ho sentito il peso di dover rendere giustizia alle persone e alle loro storie. Storie verificate e che ho cercato di riportare con la massima fedeltà possibile, riportando buona parte dei dialoghi o dei monologhi esattamente così come riferiti nelle testimonianze».
Le testimonianze a disposizione erano numerose. Scegliere quali raccontare ha significato anche decidere cosa lasciare fuori: «Ce ne sono alcune che ho proprio evitato di includere perché sarebbero risultate troppo disturbanti, quasi horrorifiche. Il rischio era che il lettore ricordasse soltanto i dettagli più cruenti, perdendo di vista le persone».
I bambini e la guerra
Lo stesso problema si è posto con le storie dei bambini: «Sono state le più toccanti e le più difficili da scrivere. Il pericolo era cadere nel pietismo o nella ricerca della lacrima facile, quando invece quelle storie sono dure e commoventi già da sé». Una difficoltà che Claudio Stassi ha sperimentato direttamente lavorando sulla storia di Mariam, una bambina che arriva in ospedale con il braccio martoriato. Ma sono soprattutto le sue urla a colpire: un dolore che sembra racchiudere tutto il peso della violenza che ha conosciuto.Mariam
«Rappresentare il dolore di Mariam è stato forse uno degli aspetti più difficili, proprio perché non volevo che quel dolore diventasse qualcosa da spettacolarizzare. Il rischio, quando si racconta la guerra, è che la violenza prenda il sopravvento sulle persone». Stassi ha cercato invece di fare il contrario, lavorando per sottrazione. Lasciare che fossero lo sguardo, il corpo, le urla e soprattutto il silenzio intorno a lei a raccontare ciò che stava vivendo. «Mariam non possiede gli strumenti di un adulto per comprendere quello che le sta accadendo. Conosce il dolore, la paura, la perdita, ma non necessariamente le parole per raccontarli. Il disegno doveva restituire la sua esperienza, la crudeltà della realtà era già lì. La vera difficoltà è stata trovare la misura, capire quando fermarmi».Sensibilità, in questo caso, non significa attenuare l'orrore, ma rispettarlo. Mariam è una bambina, ma il suo dolore rappresenta simbolicamente quello di tanti altri bambini per i quali la guerra rappresenta la realtà nella quale sono cresciuti. «L'assurdità di un'infanzia alla quale è stato negato il diritto di essere soltanto un’infanzia». Il lavoro con gli otto disegnatori ha seguito percorsi differenti. Rizzo ha adattato il proprio modo di scrivere alle sensibilità degli autori, lasciando maggiore libertà a chi era abituato a costruire autonomamente le proprie storie e lavorando invece con sceneggiature più dettagliate con gli altri.
"Zanana"
È una dinamica che Lelio Bonaccorso conosce bene. La collaborazione con Rizzo dura infatti da circa vent’anni. «Abbiamo realizzato parecchi lavori che mettono al centro il tema dei diritti umani. Abbiamo condiviso esperienze intense e anche rischiose nella nostra carriera». Per Bonaccorso l’arte possiede inevitabilmente una dimensione sociale e l'artista ha dunque il compito di raccontare, testimoniare e sensibilizzare l'opinione pubblica. Tra lui e Rizzo esiste una sintonia costruita nel tempo che permette di trovare esattamente il punto di equilibrio tra sceneggiatura e disegno. Nella storia illustrata da Bonaccorso, “Zanana” è il rumore dei droni che sorvolano i quartieri, simile al ronzio delle zanzare. Quel rumore è diventato familiare ai bambini, al punto che hanno bisogno di riprodurlo per riuscire ad addormentarsi.«È un dettaglio agghiacciante, di come, a un certo punto, la paura sistematica entri a far parte della quotidianità. La guerra non ha più bisogno di irrompere nella quotidianità: è già dentro la quotidianità». Mentre disegnava, Bonaccorso si chiedeva come sarebbe stata la vita di quelle migliaia di bambini, segnati per sempre da episodi di una simile violenza. Aprire l’immaginazione a certi scenari «lascia sempre qualcosa, che rimane lì, latente e si deposita». Anche il fumettista, dunque, porta con sé una parte di ciò che racconta. «Uno sforzo, che spero possa non farci mai dimenticare l'orrore di ciò che è stato e di ciò che continua a essere. Questa guerra e le altre, credo che ci abbiano portato via un po' della nostra umanità, incidendo sulla nostra capacità di riconoscere l’altro». E allora, conclude, «noi da fumettisti, cerchiamo di dare il nostro piccolo contributo».
Anche per Cammamoro il fumetto è, prima di tutto, uno strumento per raccontare il presente. «Una forma espressiva che, proprio perché a lungo considerata marginale dalla cultura letteraria tradizionale, conserva una particolare libertà». Ed è proprio questa libertà, sostiene, a rendere oggi il fumetto uno strumento particolarmente efficace per affrontare temi complessi e dolorosi.
In "Un diavolo muto", partendo da un soggetto ancora abbozzato, Rizzo gli ha affidato la costruzione visiva della storia, intervenendo soltanto in un secondo momento con dialoghi e didascalie. Un procedimento che gli ha permesso di lavorare non tanto sulla descrizione degli eventi quanto sulle sensazioni suscitate dal racconto.«In questo modo mi ha dato la libertà di costruire le pagine partendo direttamente dalle sensazioni nate dal suo testo».
Al centro della sua storia c'è il mare. Una scelta che assume un significato particolare anche per il rapporto personale che Cammamoro ha con questo elemento. «Marco mi ha affidato il racconto consapevole del mio amore fanatico nei confronti del mare che, in questo caso, oltre ad essere l’unico mezzo di sostentamento durante la guerra, rappresenta anche uno spazio simbolico, un luogo libero e pacifico in quanto vuoto, in prossimità del quale poter trovare un po’ di pace».
Sara
Il volume non racconta soltanto la distruzione. Ci sono anche forme di resistenza che passano attraverso gesti apparentemente piccoli. Come la storia di Youssif, disegnata proprio da Cammamoro, un insegnante che recupera libri e organizza una scuola di fortuna in una tenda. «Fanno parte della guerra così come della resistenza palestinese», dice Rizzo. «Raccontare Gaza non può prescindere anche da quei piccoli ma tenaci barlumi di speranza». È una speranza fragile, mai rassicurante.Lo dimostra la storia di Sara, una bambina alle prese con le conseguenze della guerra, della malnutrizione e delle condizioni igieniche precarie. «È stata una delle storie più difficili da scrivere - racconta - perché era difficile comprendere come una testimonianza tanto drammatica potesse comunque arrivare a un messaggio di speranza». La risposta è nello sguardo della bambina. «Il punto di vista è quello di una bambina che, pur avendo vissuto una vita breve e drammatica, riesce ancora a guardare nel futuro».Il fumetto apre spazi nuovi
È uno spazio che il fumetto può aprire: quello in cui una storia non finisce nel momento in cui viene raccontata, ma continua nello sguardo di chi la legge. Tra le storie emerge anche un altro aspetto della guerra: la disumanizzazione, che finisce per alimentare violenza e tensioni perfino tra gli sfollati. Per Rizzo, però, più che un effetto, è una delle cause. Nella sua lettura, si tratta di un processo che affonda le proprie radici nella storia del conflitto e che oggi trova nuove forme di espressione. «È un tema presente in ogni guerra e in quella in Israele, che è una guerra nata sulla scia del colonialismo, è ancora più agghiacciante», spiega Rizzo.A questa distanza psicologica si aggiunge quella prodotta dalla tecnologia militare. «Nuovi strumenti bellici come i droni telecomandati o i missili lanciati da bunker a chilometri di distanza creano un’ulteriore barriera tra carnefice e vittima». "Un diavolo muto" nasce anche da un’esigenza personale: quella dell'impotenza di fronte a ciò che sta accadendo. «Ho provato a dare forma alla mia rabbia e alla mia indignazione costruendo un piccolo “promemoria” di carta come fatto in passato con i fumetti su figure storiche o su temi come i soccorsi in mare o l’accoglienza».
Il libro diventa così anche un modo per trasformare un sentimento di impotenza in qualcosa di concreto. Nelle intenzioni di Rizzo, può inoltre aiutare a comprendere il lavoro di chi continua a operare sul campo.«E forse anche capire, tra le altre cose, lo sforzo immane nel salvare vite umane da parte di Ong come emergency che – nonostante i blocchi dei farmaci, i missili sugli ospedali e i vari ostacoli posti dal governo di Netanyahu e con la complicità in primis degli USA di Trump – cerca di continuare nella propria missione».
Dopo la lettura, secondo Rizzo, dovrebbe restare anche la curiosità di andare oltre il libro: approfondire, confrontare le fonti, interrogarsi sulle informazioni che circolano, soprattutto in un contesto in cui fake news e narrazioni contrapposte rendono sempre più difficile orientarsi. Un invito rivolto in particolare ai lettori più giovani, per i quali il fumetto può diventare anche un primo strumento di conoscenza e approfondimento. Ma al di là della necessità di informarsi, resta un obiettivo ancora più semplice e, forse, più difficile: «provare empatia verso i protagonisti di quelle storie che sono persone vere, non personaggi di finzione».
È qui che le otto storie trovano un punto d'incontro. Otto sguardi diversi, ma con l'intento comune di fermarsi davanti alle storie abbastanza a lungo da restituire un volto a chi rischia di scomparire dietro i numeri. Perché, qualche volta, fermarsi ad ascoltarle è già un modo per non lasciarle scomparire.
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Sui canali social
|























