Sui muri di Modena vedi la "sua" Sciacca: Toni, pittore-insegnante con la Sicilia dentro
Alle sei, mentre fuori la città emiliana si sveglia, Toni Bongiovì inizia a dipingere, e a modo suo, ancora una volta, torna a casa. Vi raccontiamo la sua storia
Il pittore e insegnante Toni Bongiovì
Alle sei del mattino, quando Modena deve ancora cominciare la sua giornata, Toni Bongiovì è già nel suo laboratorio. Fino alle dieci dipinge. Ogni giorno. È il suo piccolo rituale, l'ordine dentro una vita che lui stesso definisce «disordinata e caotica». E dentro quei quadri, apparentemente astratti, c'è una terra che si trova a più di mille chilometri di distanza.
Sono colori che appartengono alla memoria di chi è cresciuto nell'isola: la luce intensa, il blu del mare, la terra, le pietre, i paesaggi mediterranei. Nella sua pittura non diventano necessariamente immagini riconoscibili, ma sensazioni. Toni Bongiovì ha 53 anni, è nato in Sicilia e vive a Modena dal 2007. In mezzo ci sono gli anni degli studi, la laurea in Lettere ad Arezzo e quattro anni trascorsi a Pisa per la specializzazione. Ma prima ancora dell'università c'era stata la scuola d'arte, quella frequentata nella sua città natale, dove è nata una passione che non lo ha mai abbandonato. «Il mio professore di italiano per tanti anni mi ha detto che sono stato l'unico della scuola d'arte a laurearmi in Lettere. Se volessi fare una battuta direi che l’italiano, che poi ha rappresentato il fulcro della mia professione di insegnante, è stato l'amante, ma l'amore vero è per l'arte».
«Mentre insegno imparo», dice richiamando una celebre frase di Seneca. Perché insegnare, soprattutto a chi arriva da Paesi e culture differenti, significa anche mettersi continuamente in discussione e imparare dagli altri. Poi, però, c'è il laboratorio, ed è lì che torna a essere soprattutto artista. La sua pittura è cambiata negli anni. Dagli inizi figurativi e dai soggetti legati al surrealismo è arrivato all'astrattismo materico: una ricerca fatta di superfici, stratificazioni e materiali, dalla sabbia al metallo fino al legno. «Sono un puro astratto», racconta. Il suo astrattismo però non è mai completamente affidato al caso.
«Nei miei lavori c'è sempre un cerchio e mai un caos vero e proprio». Per l'artista, il cerchio è l'elemento imprescindibile che chiude il percorso e simboleggia il ciclo stesso della vita, l'inizio e la fine di ogni cosa. La materia diventa così un modo per costruire un linguaggio personale e al tempo stesso un’ancora. Una delle sue prime mostre a Maranello, non a caso, si chiamava “Sabbia, sassi e colori”, e utilizzava anche sabbia siciliana.
«Quando esci dalla Sicilia ti manca molto di più». Eppure la distanza cambia anche lo sguardo. Da lontano si riescono a vedere con più amore le cose belle della propria terra; quando si torna, invece, tornano a galla anche i problemi che non sono stati risolti. È un rapporto fatto, per usare una citazione di De Crescenzo, di amore e ragione.
Toni Bongiovì torna in Sicilia soprattutto d'estate e durante le vacanze di Natale, ma nel frattempo continua a portarla con sé. Lo fa anche nei progetti più recenti. Come quando ha immaginato alcune etichette per il vino ispirate proprio alla sua terra. Un’idea realizzata pensando a delle Cantine giovani, magari, che avessero voglia di affidarsi al suo occhio creativo. Per Sambuca ha scelto l'antico nome Zabuth, accompagnandolo alla frase «Il silenzio delle vigne». Per Sciacca ha invece pensato a Xacca, con «L'affaccio del mare». Due idee grafiche che diventano quasi una dichiarazione d'appartenenza. La sua creatività, del resto, non si ferma alla pittura su tela.
Qui, sulla facciata di una cabina elettrica Hera e con il sostegno del gruppo di residenti "Noi del parco Amendola", ha firmato un murale dal gusto decisamente surrealista che somiglia a un quadro appeso all'aperto. In questo lavoro ritornano, tridimensionali e visibili a tutti i passanti, i nodi centrali della sua poetica: al centro c'è una Modena sospesa a mezz'aria su una pietra viola e ancorata al suolo da corde tese, metafora dell'instabilità del presente e del bisogno di aggrapparsi alle proprie certezze nei momenti di crisi.
A racchiuderla c'è l'immancabile cerchio, mentre sullo sfondo s'intravedono Bologna e Reggio Emilia, sorvolate da uno stormo di uccelli in volo libero. Un dettaglio, quest'ultimo, in cui risuona profondamente anche il suo essere docente al CPIA e uomo del Mediterraneo: per l'artista, infatti, quegli uccelli rappresentano il genere umano e la libertà di migrare, «persone che migrano da un luogo all'altro liberamente, come è avvenuto in passato, avviene ora e avverrà in futuro».
Dai muri della città alle sperimentazioni su richiesta — dalle opere grafiche alle bomboniere fino ai ventagli , la sua ricerca dimostra di non aver bisogno di un'unica forma. «Ho la fortuna di essere creativo. Le idee non mi mancano. Mi chiedono delle cose e io trovo l'oggetto, il simbolo che piace ai committenti». Può diventare un quadro, un muro, un'etichetta, ma qualunque sia il supporto, dentro resta qualcosa di riconoscibile: la Sicilia.
Toni non ha figli e riflette anche su questo quando parla delle proprie radici. Perché spesso sono i figli a creare un nuovo radicamento nel luogo in cui si vive. Nel suo caso, invece, quelle radici sono rimaste fortemente ancorate alla terra d'origine. «Dove sei nato e vissuto e dove hai trascorso l'adolescenza nessuno può cancellarlo».
E forse è proprio questa la chiave per leggere la sua pittura: non una Sicilia da cartolina, ma una Sicilia diventata memoria, materia e colore. Una Sicilia che da Sciacca è arrivata a Modena e che, ogni mattina, torna a vivere nel suo laboratorio. «Sono disordinato e caotico, ma l'unico ordine che tengo è quello di ritagliarmi queste ore. Dipingo in maniera maniacale, tutti i giorni». Così, alle sei, mentre fuori la città si sveglia, lui comincia a dipingere, e a modo suo, ancora una volta, torna a casa.
I colori di Sciacca
C'è Sciacca, c'è il mare, c'è la luce della Sicilia. Ci sono la sabbia e la pietra, e soprattutto ci sono quei colori «forti, decisi», che qualcuno, guardando le sue opere, ha riconosciuto immediatamente come siciliani. «Una volta uno che ha visto i miei quadri mi ha proprio detto: “I tuoi colori sembrano colori siciliani”. E sono davvero quelli».Sono colori che appartengono alla memoria di chi è cresciuto nell'isola: la luce intensa, il blu del mare, la terra, le pietre, i paesaggi mediterranei. Nella sua pittura non diventano necessariamente immagini riconoscibili, ma sensazioni. Toni Bongiovì ha 53 anni, è nato in Sicilia e vive a Modena dal 2007. In mezzo ci sono gli anni degli studi, la laurea in Lettere ad Arezzo e quattro anni trascorsi a Pisa per la specializzazione. Ma prima ancora dell'università c'era stata la scuola d'arte, quella frequentata nella sua città natale, dove è nata una passione che non lo ha mai abbandonato. «Il mio professore di italiano per tanti anni mi ha detto che sono stato l'unico della scuola d'arte a laurearmi in Lettere. Se volessi fare una battuta direi che l’italiano, che poi ha rappresentato il fulcro della mia professione di insegnante, è stato l'amante, ma l'amore vero è per l'arte».
La scuola serale
Oggi Toni Bongiovì è insegnante di italiano, storia e geografia. Ha insegnato a Mirandola fino al terremoto del 2012, poi è passato da Maranello e ha continuato il suo percorso nella scuola. Una decina di anni fa ha fatto una scelta che gli ha cambiato il modo di vivere l'insegnamento: provare la scuola serale. «Mi sono innamorato della scuola serale. Spero di finire la mia carriera lì». Al Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti di Modena incontra studenti provenienti da ogni parte del mondo. Culture, lingue e storie diverse entrano ogni giorno nella sua aula e diventano, per lui, un'altra forma di insegnamento.«Mentre insegno imparo», dice richiamando una celebre frase di Seneca. Perché insegnare, soprattutto a chi arriva da Paesi e culture differenti, significa anche mettersi continuamente in discussione e imparare dagli altri. Poi, però, c'è il laboratorio, ed è lì che torna a essere soprattutto artista. La sua pittura è cambiata negli anni. Dagli inizi figurativi e dai soggetti legati al surrealismo è arrivato all'astrattismo materico: una ricerca fatta di superfici, stratificazioni e materiali, dalla sabbia al metallo fino al legno. «Sono un puro astratto», racconta. Il suo astrattismo però non è mai completamente affidato al caso.
«Nei miei lavori c'è sempre un cerchio e mai un caos vero e proprio». Per l'artista, il cerchio è l'elemento imprescindibile che chiude il percorso e simboleggia il ciclo stesso della vita, l'inizio e la fine di ogni cosa. La materia diventa così un modo per costruire un linguaggio personale e al tempo stesso un’ancora. Una delle sue prime mostre a Maranello, non a caso, si chiamava “Sabbia, sassi e colori”, e utilizzava anche sabbia siciliana.
La Sicilia entra fisicamente nelle opere
La Sicilia, dunque, non è soltanto il soggetto dei suoi ricordi, ma entra fisicamente nelle opere. E quando l'astrazione diventa troppo lontana dal disegno, Toni torna ogni tanto a qualcosa di riconoscibile: i fari, per esempio, che ricorrono nella sua produzione e che sembrano quasi riportare lo sguardo verso il mare, che è una delle cose che gli mancano di più. «Se non vado a salutare il mare anche a Natale, non mi sembra di essere stato in Sicilia». La nostalgia non è fatta di grandi dichiarazioni, ma di piccoli rituali: una colazione con i dolci alla ricotta, il mare d'inverno, il dialetto da parlare, una velocità diversa da quella del Nord.«Quando esci dalla Sicilia ti manca molto di più». Eppure la distanza cambia anche lo sguardo. Da lontano si riescono a vedere con più amore le cose belle della propria terra; quando si torna, invece, tornano a galla anche i problemi che non sono stati risolti. È un rapporto fatto, per usare una citazione di De Crescenzo, di amore e ragione.
Toni Bongiovì torna in Sicilia soprattutto d'estate e durante le vacanze di Natale, ma nel frattempo continua a portarla con sé. Lo fa anche nei progetti più recenti. Come quando ha immaginato alcune etichette per il vino ispirate proprio alla sua terra. Un’idea realizzata pensando a delle Cantine giovani, magari, che avessero voglia di affidarsi al suo occhio creativo. Per Sambuca ha scelto l'antico nome Zabuth, accompagnandolo alla frase «Il silenzio delle vigne». Per Sciacca ha invece pensato a Xacca, con «L'affaccio del mare». Due idee grafiche che diventano quasi una dichiarazione d'appartenenza. La sua creatività, del resto, non si ferma alla pittura su tela.
I murales
Negli anni ha realizzato murales nelle scuole e nei parchi, lavorando con i ragazzi dei centri giovanili e partecipando a progetti di rigenerazione urbana del territorio. Una delle sue opere pubbliche più recenti si trova proprio nella zona ovest del parco Amendola a Modena.Qui, sulla facciata di una cabina elettrica Hera e con il sostegno del gruppo di residenti "Noi del parco Amendola", ha firmato un murale dal gusto decisamente surrealista che somiglia a un quadro appeso all'aperto. In questo lavoro ritornano, tridimensionali e visibili a tutti i passanti, i nodi centrali della sua poetica: al centro c'è una Modena sospesa a mezz'aria su una pietra viola e ancorata al suolo da corde tese, metafora dell'instabilità del presente e del bisogno di aggrapparsi alle proprie certezze nei momenti di crisi.
A racchiuderla c'è l'immancabile cerchio, mentre sullo sfondo s'intravedono Bologna e Reggio Emilia, sorvolate da uno stormo di uccelli in volo libero. Un dettaglio, quest'ultimo, in cui risuona profondamente anche il suo essere docente al CPIA e uomo del Mediterraneo: per l'artista, infatti, quegli uccelli rappresentano il genere umano e la libertà di migrare, «persone che migrano da un luogo all'altro liberamente, come è avvenuto in passato, avviene ora e avverrà in futuro».
Dai muri della città alle sperimentazioni su richiesta — dalle opere grafiche alle bomboniere fino ai ventagli , la sua ricerca dimostra di non aver bisogno di un'unica forma. «Ho la fortuna di essere creativo. Le idee non mi mancano. Mi chiedono delle cose e io trovo l'oggetto, il simbolo che piace ai committenti». Può diventare un quadro, un muro, un'etichetta, ma qualunque sia il supporto, dentro resta qualcosa di riconoscibile: la Sicilia.
Toni non ha figli e riflette anche su questo quando parla delle proprie radici. Perché spesso sono i figli a creare un nuovo radicamento nel luogo in cui si vive. Nel suo caso, invece, quelle radici sono rimaste fortemente ancorate alla terra d'origine. «Dove sei nato e vissuto e dove hai trascorso l'adolescenza nessuno può cancellarlo».
E forse è proprio questa la chiave per leggere la sua pittura: non una Sicilia da cartolina, ma una Sicilia diventata memoria, materia e colore. Una Sicilia che da Sciacca è arrivata a Modena e che, ogni mattina, torna a vivere nel suo laboratorio. «Sono disordinato e caotico, ma l'unico ordine che tengo è quello di ritagliarmi queste ore. Dipingo in maniera maniacale, tutti i giorni». Così, alle sei, mentre fuori la città si sveglia, lui comincia a dipingere, e a modo suo, ancora una volta, torna a casa.
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