U figghiu ru scantu, piccolo trattato sulla bruttezza: ecco come te lo dicono in Sicilia
Rivendichiamo il diritto di essere brutti e parlare di bruttezza, anche perché in quanto a ricchezza espressiva nell’esprimere il concetto siamo i più creativi
Una scena di "Fantozzi" con Mariangela
“Non si vede una cosa finché non se ne vede la bellezza". “La bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana". "La bellezza ha tanti significati quanti sono gli stati d’animo dell’uomo". Oscar Wilde. Ma va fatti ‘na suppa i cachì, Oscar! A mia Oscar m’avi a fari sulu i toitte mimose. Stiamo andando al fondo e ancora parlano di bellezza. Ma vero dicono? Noi, come direbbe il sommo maestro, ci siamo rotti i cabbasisi di questa bellezza.
Lo dobbiamo dire, glielo dobbiamo comunicare, “Ce lo dobbiamo” -per dirla a modo nostro- fare sapere a tutti i costi. Inizia così una carrellata di elogi alla bruttezza, dai più classici ed evergreen ai più creativi e improvvisati che il sottoscritto ha avuto la fortuna di udire ora nei centri storici ora nelle estreme propaggini urbane.
Ecco! A proposito di bruttezza ortofrutticola, se il lario non è un semplice lario, ma è un lario che ce l’ha fatta, si parla allora di “porro”, o pronunciato correttamente: “puarru!” (questa volta con la “r” francese sciddicata). Esempio: passa uno/a oggettivamente brutto/a: «’nkià ru puarru!» (e siamo in pole position, direttamente promossi, per eleganza, a lordo inglese). Poi ce n’è un'altra, che apparentemente è semplice: cosa laria. "Si ‘na cosa laria".
In questo enunciato immediato, si nasconde invece il concetto astruso di “reificazione”, nonché profondamente legato alla dottrina marxista anticapitalista, ovvero quel processo attraverso cui le persone, i rapporti umani o le coscienze vengono privati della loro soggettività, della vitalità e della qualità umana per essere ridotti a meri oggetti, merci o strumenti passivi. Si smette di essere una persona e si diventa una “cosa” (laria). Per glia amanti del citazionismo vero e proprio come dimenticare: “pari Cita, a scimia ‘i Taizzan (dove la “r” di Tarzan se ne va a passeggio e diventa una “i”).
Sempre per gli amanti del genere cinematografico, immancabile: “pari Mariangela, a figghia ‘i Fantozzi”. Ah, anche poeta! I più religiosi di rassegnano al volere di Dio: “si lariu comu u Signuri ti potti fari!”. I miopi se la prendono con le diottrie: “un si po taliari” e i fotosensibili con la luce: “sei bello come il sole, un ti pozzu taliari”. Poi c’è chi si affida allo sguardo del prossimo: “un si po taliari manco cu l’occhi ‘i l’avutri”, e chi invece si annaca sulle note del blues&jazz: “un ti po taliari manco Ray Charles”.
Aimè, ahinoi, poi c’è chi se la prende con i figli: “figghiu ru scantu”; figlio dello spavento, per i non siculoparlanti (60 figghiu, 90 scantu: giocateveli sulla ruota di Palermo). E quelli più metereologici che vanno appresso alle previsioni: “pari u figghiu ru malutiempu”. I mal pensanti che vedono bisticci ovunque preferiscono parlare di: “sciarriatu ca biddizza”, mentre i celiaci danno la colpa sempre al glutine: “si fussi pani ‘un’ni manciassi”. Poi ci sono i suscettibili che inorridiscono per nulla: “fa ‘imprissioni”, e quelli che additano i film horror: “quannu to patri e to matri ti ficiru, si stavano taliannu un film ri Dario Agento”.
Sempre gli stessi, tendono ad accanirsi anche contro il sistema di trasporti pubblico e le sue carenze: “ma unni ti ficiru, to patri e to matri, ‘ncapu a u 101?”. Provare per credere. I nostalgici invece rievocano esseri mitologi della cultura pop panormita. Se è lario senza pretese: “pari Sulino”, se invece è lario fashion: “pari u conte Cappello”. Infine, ci sono i riflessivi, quelli che di fronte alla bruttezza riflettono: “quannu ti viri, u specchio si fa u signu ra cruci”. Poi, per inteso, il limite alla bruttezza sta solo nel limite alla fantasia, e anche voi magari ne avrete sentite di cotte e di crude, e sarebbe bello, anzi bruttamente bello, se contribuiste ad arricchire questo l’elenco.
Con tale proposito, vi saluto invitandovi a condividere questo piccolo trattato sulla bruttezza, perché di questo si tratta, non fosse per fatto che più siamo più brutti diventiamo. Chi non condivide è un figghiu ru scantu!
Il diritto alla bruttezza
Noi rivendichiamo il sacrosanto diritto di essere brutti e parlare di bruttezza, anche perché, in quanto a ricchezza espressiva nell’esprimere il concetto di bruttezza, noi, in Sicilia, siamo i più creativi. Pertanto, volendo declinare questa bruttezza a un’accezione positiva, parleremo della creatività trinacrio-sicula nell’esprimere la bruttezza fisica, perché quando uno è brutto noi non ce la sappiamo proprio a starinni muti.Lo dobbiamo dire, glielo dobbiamo comunicare, “Ce lo dobbiamo” -per dirla a modo nostro- fare sapere a tutti i costi. Inizia così una carrellata di elogi alla bruttezza, dai più classici ed evergreen ai più creativi e improvvisati che il sottoscritto ha avuto la fortuna di udire ora nei centri storici ora nelle estreme propaggini urbane.
Tutti i modi di dire "brutto" in Sicilia
Partiamo da nucleo fondante: brutto in Sicilia si dice “lario” (per i radical chic), “lariu” (per gli scafazzati comuni), “ladiu” (pi chiddi ri muntagna). Probabilmente, la parola “lariu” proviene dal francese “laid”, che si pronuncia “lè”, con la “è” mezza sciddicata, un po’ perplessa, come quando si bacia un mezzo porro e non si è troppo convinti.Ecco! A proposito di bruttezza ortofrutticola, se il lario non è un semplice lario, ma è un lario che ce l’ha fatta, si parla allora di “porro”, o pronunciato correttamente: “puarru!” (questa volta con la “r” francese sciddicata). Esempio: passa uno/a oggettivamente brutto/a: «’nkià ru puarru!» (e siamo in pole position, direttamente promossi, per eleganza, a lordo inglese). Poi ce n’è un'altra, che apparentemente è semplice: cosa laria. "Si ‘na cosa laria".
In questo enunciato immediato, si nasconde invece il concetto astruso di “reificazione”, nonché profondamente legato alla dottrina marxista anticapitalista, ovvero quel processo attraverso cui le persone, i rapporti umani o le coscienze vengono privati della loro soggettività, della vitalità e della qualità umana per essere ridotti a meri oggetti, merci o strumenti passivi. Si smette di essere una persona e si diventa una “cosa” (laria). Per glia amanti del citazionismo vero e proprio come dimenticare: “pari Cita, a scimia ‘i Taizzan (dove la “r” di Tarzan se ne va a passeggio e diventa una “i”).
Sempre per gli amanti del genere cinematografico, immancabile: “pari Mariangela, a figghia ‘i Fantozzi”. Ah, anche poeta! I più religiosi di rassegnano al volere di Dio: “si lariu comu u Signuri ti potti fari!”. I miopi se la prendono con le diottrie: “un si po taliari” e i fotosensibili con la luce: “sei bello come il sole, un ti pozzu taliari”. Poi c’è chi si affida allo sguardo del prossimo: “un si po taliari manco cu l’occhi ‘i l’avutri”, e chi invece si annaca sulle note del blues&jazz: “un ti po taliari manco Ray Charles”.
Aimè, ahinoi, poi c’è chi se la prende con i figli: “figghiu ru scantu”; figlio dello spavento, per i non siculoparlanti (60 figghiu, 90 scantu: giocateveli sulla ruota di Palermo). E quelli più metereologici che vanno appresso alle previsioni: “pari u figghiu ru malutiempu”. I mal pensanti che vedono bisticci ovunque preferiscono parlare di: “sciarriatu ca biddizza”, mentre i celiaci danno la colpa sempre al glutine: “si fussi pani ‘un’ni manciassi”. Poi ci sono i suscettibili che inorridiscono per nulla: “fa ‘imprissioni”, e quelli che additano i film horror: “quannu to patri e to matri ti ficiru, si stavano taliannu un film ri Dario Agento”.
Sempre gli stessi, tendono ad accanirsi anche contro il sistema di trasporti pubblico e le sue carenze: “ma unni ti ficiru, to patri e to matri, ‘ncapu a u 101?”. Provare per credere. I nostalgici invece rievocano esseri mitologi della cultura pop panormita. Se è lario senza pretese: “pari Sulino”, se invece è lario fashion: “pari u conte Cappello”. Infine, ci sono i riflessivi, quelli che di fronte alla bruttezza riflettono: “quannu ti viri, u specchio si fa u signu ra cruci”. Poi, per inteso, il limite alla bruttezza sta solo nel limite alla fantasia, e anche voi magari ne avrete sentite di cotte e di crude, e sarebbe bello, anzi bruttamente bello, se contribuiste ad arricchire questo l’elenco.
Con tale proposito, vi saluto invitandovi a condividere questo piccolo trattato sulla bruttezza, perché di questo si tratta, non fosse per fatto che più siamo più brutti diventiamo. Chi non condivide è un figghiu ru scantu!
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