ARTE E ARCHITETTURA

Via i ponteggi, Santa Caterina brilla a Palermo: ma i restauri non sono ancora finiti

Dopo un articolato intervento di conservazione e valorizzazione, torna all'antico splendore sia su piazza Bellini che su piazza Pretoria. L'intervista al Rup

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • Pubblicato il
    12 settembre 2026

Santa Caterina a Palermo

Dopo un articolato intervento di conservazione e valorizzazione, l’ex monastero domenicano di Santa Caterina d’Alessandria torna oggi a mostrarsi nel suo pieno splendore, sia su Piazza Bellini che su Piazza Pretoria. I lavori di restauro si sono conclusi nel corso dell’estate 2026, adesso le maestranze stanno procedendo al definitivo smontaggio dei ponteggi, restituendo alla città la splendida vista dei prospetti ripuliti da strati di colore che erano stati aggiunti nel tempo.

Lo studio sui colori

Uno studio stratigrafico ha permesso infatti di capire che i colori utilizzati in origine sulla facciata di Piazza Pretoria non erano quelli che conoscevamo. Sotto l’intonaco a finti mattoni sono state trovate le tracce dell’intonaco originale, che aveva la stessa cromia del prospetto principale. Si è proceduto dunque a un restauro che ha valorizzato un progetto decorativo con tonalità di colore identiche, come era in origine, sia per il prospetto su Piazza Pretoria che per quello su Piazza Bellini: le due facciate si sono finalmente riconciliate.

L’ex complesso monastico domenicano di Santa Caterina, che sorge nel cuore di Palermo, a poca distanza dai celebri Quattro Canti, venne fondato nel 1311 da una nobildonna palermitana, Benvenuta Mastrangelo, sulle case e i tenimenti che la sua famiglia possedeva lungo il Cassaro. Nei secoli il complesso si ingrandì, con la creazione di ampi locali, arrivando ad ospitare nel Seicento, epoca di maggiore splendore, quasi 200 monache. Oggi occupa una vasta area delimitata dalla strada del Cassaro (odierno Corso Vittorio Emanuele), da Piazza Pretoria, da Piazza Bellini, dalla Discesa dei Giudici e da Via degli Schioppettieri.

L’enorme edificio appartiene dal 1866 (a seguito delle leggi eversive e della soppressione delle corporazioni religiose) al Fondo edifici di culto (FEC) ed è gestito dal Ministero dell’Interno. Le ultime tre religiose nel 2014 sono state trasferite al monastero di Sant’Agnese a Rieti; l’ex complesso dal 2017 è aperto al pubblico come museo della vita monastica, ma la chiesa è ancora consacrata e vi si svolgono regolarmente le funzioni religiose, compresa la celebrazione della messa domenicale.


I lavori di restauro

I lavori di restauro appena terminati hanno riguardato i fronti della chiesa che si affacciano su piazza Pretoria e piazza Bellini e i letterini, ovvero i matronei protetti da grate che percorrono la parte superiore dell’edificio e dai quali le monache assistevano alle funzioni religiose. Sono state eseguite inoltre opere di manutenzione delle coperture delle terrazze e sono stati realizzati nuovi servizi igienici.

Questi interventi di restauro rappresentano l’ultimo capitolo di un percorso di messa in sicurezza e recupero iniziato già diversi anni fa. Un primo intervento di somma urgenza risale addirittura all’aprile 2010, quando ancora le monache domenicane erano presenti nel complesso: le infiltrazioni d’acqua avevano provocato danni agli intonaci e all’alto cornicione del prospetto su piazza Pretoria, rendendo necessarie anche riparazioni ai tetti delle cappelle laterali.

Nel settembre 2013, dopo la caduta di alcuni intonaci in via Discesa dei Giudici, era stato necessario l’intervento dei Vigili del fuoco e la conseguente messa in sicurezza dell’area. Nel 2014, a tutela della pubblica incolumità, l’accesso alla chiesa venne inibito al pubblico e il Ministero dell’Interno finanziò ulteriori interventi di sicurezza su diverse parti del complesso, prima di riaprire l’edificio al culto. Tra il 2017 e il 2025 sono stati realizzati infine altri importanti lavori: dal restauro filologico delle celle, al recupero del portale trecentesco dell’Aula Capitolare; dall’installazione dell’ascensore e all’abbattimento delle barriere architettoniche, senza dimenticare il restauro del pavimento in marmi policromi della chiesa, terminato nel 2025.

Cosa dice Giulio Verro, Rup del progetto

Giulio Verro, RUP ossia responsabile unico del progetto in sinergia con la Sopraintendenza, ci spiega che per quanto riguarda la pavimentazione c’è stato un intervento preliminare, curato dall’università, con saggi e rilievi, per una mappatura del degrado e uno studio delle varie tipologie di marmo presenti. L’utilizzo di strumenti come il georadar e la termografia ha permesso in maniera non invasiva di acquisire altre informazioni sul distacco, sulla presenza di vuoti, ecc.

È emersa una situazione di degrado dovuta soprattutto all’ usura, in particolare nelle zone più battute dai fedeli e dalle religiose, nella navata centrale della chiesa. «Il lavoro più difficile in un progetto di restauro è compiere una valutazione consapevole della scelta progettuale da seguire - ci dice Verro -. Bisogna cercare di contemperare le esigenze di un restauro conservativo, che protegga il valore artistico, architettonico o testimoniale del bene con quelle di un restauro duraturo, con un approccio metodologico e tecnico che miri a garantire che gli interventi di conservazione rimangano efficaci, stabili e inalterati nel tempo, riducendo al minimo la necessità di successivi cicli di manutenzione straordinaria».

E poi spiega: «Nella ricerca di non snaturare l’essenza dell’opera d’arte, si devono contemperare dunque l’esigenza della conservazione dell’opera d’arte e del documento di storia, con l’istanza estetica e stilistica. Nel caso di una superfetazione ad esempio, ossia un'aggiunta successiva che altera l'unità originaria del bene storico artistico, spesso degradandone il valore estetico o storico, la decisione di demolirla o conservarla non è mai automatica, richiede un'attenta valutazione storico-critica. Se l'aggiunta ha acquisito un proprio valore storico-artistico stratificato nel tempo (ad esempio non è questo il caso del cemento utilizzato dalle monache per fissare al pavimento le tarsìe), essa testimonia la vita del monumento e, secondo i moderni principi del restauro, va conservata». Questa ultima fase del restauro, iniziata nel 2024 e terminata nel 2026, è stata finanziata con fondi PNRR, ha richiesto un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro e ha consentito un significativo intervento di recupero e valorizzazione di uno dei luoghi monumentali più importanti del centro storico palermitano.

Cosa resta da fare

«Il percorso tuttavia non si è ancora concluso definitivamente - continua - si sta ultimando il restauro degli antichi stalli del Coro e nel 2027 dovrebbero avere inizio i lavori di restauro del chiostro e della fontana in marmo di Carrara, scolpita da Ignazio Marabitti, che raffigura il padre San Domenico da Guzman, fondatore dell’Ordine. Gli studi e i saggi preliminari in tal senso si sono già conclusi».

La fontana settecentesca, voluta da Suor Rosalia Migliaccio dei principi di Baucina venne collocata nel chiostro nel 1781 per sostituire una vasca più antica, con raffigurazioni della Samaritana con Gesù. Si spera inoltre in futuro di trovare i fondi per finanziare studi e restauri della cripta cimiteriale, posta sotto l’altare maggiore. Il monastero di Santa Caterina, dunque, non è ancora un capitolo chiuso, ma rimane un cantiere aperto sulla storia di Palermo.

Ogni intervento di restauro sembra restituire, insieme alla bellezza del monumento, un nuovo frammento del suo passato. Ci racconta ancora Giulio Verro: «È accaduto anche durante il recupero del Coro, rimasto chiuso per oltre vent’anni nel dopoguerra, per pericoli di crollo: negli antichi stalli delle monache sono stati ritrovati preziosi libri di preghiera del Settecento e dei primi decenni dell’Ottocento, alcuni appartenuti alle nobili monache Tomasi, antenate del celebre autore del Gattopardo».

Piccole tracce, rimaste nascoste per secoli, che fanno di ogni restauro non soltanto un’opera di conservazione, ma una nuova scoperta.
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