TRADIZIONI

A Scicli si fa con miele, carrube e un pettine: il dolce delle nonne (quasi dimenticato)

Quando i dolci non dovevano stare in vetrina bastavano mosto, miele, mandorle, qualche profumo di agrumi e, quando il miele costava troppo, le carrube

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • Pubblicato il
    20 settembre 2026

I mustazzola di Scicli (foto realizzata con AI)

A Scicli il dolce non aveva bisogno di essere elegante. Non doveva stare in una vetrina scintillante, né avere un nome capace di conquistare Instagram. Bastavano mosto, miele, mandorle, qualche profumo di agrumi e, quando il miele costava troppo, le carrube. E poi un oggetto che oggi farebbe sorridere: un pettine.

Così prendevano forma i Mustazzola ri Scicli, piccoli dolci della tradizione sciclitana che rischiano di diventare una di quelle ricette che esistono ancora soltanto perché qualcuno si è ricordato di averle mangiate da bambino.

Non chiamateli biscotti

A guardarli oggi potrebbero sembrare biscotti qualunque, ma dietro quei piccoli impasti si nasconde una storia fatta di case, feste, mani infarinate e ricette tramandate oralmente. E soprattutto una Sicilia nella quale la cucina non aveva bisogno di ingredienti costosi per trasformare una giornata speciale in una festa.

La prima cosa da fare è non confonderli con i mustazzoli preparati in altre zone dell’Isola. I Mustazzola di Scicli hanno una fisionomia propria e sono legati soprattutto alle ricorrenze di Natale e San Giuseppe. Le testimonianze locali li ricordano come un dolce antico, oggi quasi scomparso dalla produzione abituale e custodito soprattutto da chi ne ha ricevuto la ricetta in famiglia. La loro storia comincia dalla dispensa.

Il mosto poteva essere concentrato fino a diventare vino cotto; il miele dava dolcezza e profumo, mentre la carruba rappresentava una soluzione preziosa quando il miele non era alla portata di tutti. E proprio la carruba racconta bene l’ingegno della cucina povera: un ingrediente semplice, disponibile sul territorio, poteva trasformarsi in uno sciroppo capace di dare carattere al dolce. Poi arrivavano le mandorle, la cannella, i chiodi di garofano e le scorze degli agrumi.

Perché hanno questa forma

Nulla di sofisticato, almeno secondo i criteri di oggi. Ma provate a mettere insieme questi profumi e immaginate una cucina di campagna durante le feste: improvvisamente il Mustazzola smette di sembrare un semplice dolcetto e diventa una piccola macchina del tempo. Anche la forma ha qualcosa da raccontare.

L’impasto veniva lavorato fino a diventare consistente e poi trasformato in piccoli bastoncini. La superficie poteva essere rigata con una forchetta o con altri strumenti domestici. Ma nella memoria della tradizione compare anche il pettine usato per tessere. Altro che attrezzatura professionale: a Scicli bastava guardarsi intorno e capire quale oggetto potesse servire. Il risultato è un dolce dalla consistenza particolare e dal gusto intenso, nel quale il miele e il vino cotto incontrano la frutta secca e le spezie.

Prepararlo, però, richiede tempo. L’impasto deve essere cotto e lavorato, lasciato raffreddare, modellato e completato con il ripieno e gli aromi. Non è esattamente il genere di ricetta che si prepara mentre si aspetta che l’acqua della pasta raggiunga il bollore. Una volta, però, il tempo in cucina era parte della festa. I Mustazzola erano legati alle occasioni nelle quali il paese usciva dalla quotidianità. San Giuseppe, in particolare, rappresentava uno dei momenti nei quali il dolce poteva incontrare la tradizione collettiva della città e la spettacolare Cavalcata di San Giuseppe.

La cosiddetta "Cena", con i suoi prodotti offerti e messi in mostra, trasformava il cibo in una forma di partecipazione alla festa. Il dolce, dunque, non era soltanto qualcosa da mangiare. Era qualcosa da preparare insieme, da offrire, da riconoscere. E soprattutto da ricordare.

Custodire le ricette antiche

Il problema delle ricette antiche è che raramente scompaiono con un annuncio. Non arriva nessuno a dichiarare ufficialmente che un dolce è morto. Succede lentamente. Una nonna smette di prepararlo, una figlia non impara più la ricetta, una pasticceria decide di non produrlo perché non lo chiede più nessuno.

Poi passa un’altra generazione e resta soltanto il nome. Per fortuna, nel caso dei Mustazzola, non siamo ancora arrivati a questo punto. La tradizione continua a essere ricordata e, ancora recentemente, sono state organizzate iniziative dedicate alla loro preparazione, compresi laboratori sui Mustazzola al vino cotto.

È un piccolo segnale, ma importante: significa che il dolce può ancora essere sottratto all’oblio. E forse è proprio questo il momento giusto per farlo. Perché recuperare una ricetta non significa necessariamente trasformarla in una moda o riempire i social di fotografie. Significa soprattutto impedire che scompaia un pezzo di memoria.

Dietro i Mustazzola ci sono ingredienti, certo, ma anche una famiglia, una festa, un territorio e un modo antico di usare quello che la terra offriva. A Scicli, insomma, c’è ancora un dolce che merita di essere assaggiato prima ancora che dimenticato.

E se per prepararlo serve davvero un pettine, tanto meglio. Almeno, per una volta, possiamo dire che la tradizione siciliana si è fatta bella senza andare dal parrucchiere.
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

LEGGI ANCHE