Cento libri e la passione per le sue radici: Sara Favarò, orgoglio siciliano, si racconta
Scrittrice, giornalista, saggista, studiosa di tradizioni popolari, attrice e criminologa: l'intervista a una delle voci più originali della cultura siciliana
La scrittrice Sara Favarò
Scrittrice, giornalista, saggista, studiosa di tradizioni popolari, attrice e criminologa: Sara Favarò è una delle voci più originali della cultura siciliana. Per il suo impegno nella divulgazione del patrimonio culturale identitario dell’isola è stata nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella.
Il 7 novembre 2026 presenta nella Sala Piersanti Mattarella di Palazzo Reale, a Palermo," Il femminile sacro in Sicilia, viaggio dalle Veneri neolitiche e dai culti delle Grandi Madri — Cibele, Astarte, Tanit, Demetra e Kore — fino alla devozione per la Madonna e le sante". È il suo centesimo libro: una nuova tappa di ricerca sulle radici siciliane, nel segno della cultura come bene comune, da custodire e tramandare. L’abbiamo incontrata per ripercorrere le origini del suo mondo.
È nata a Vicari, ma vive a Palermo da molti anni. Senza dubbio però il legame con il suo paese d’origine ha alimentato la sua ispirazione. «Vicari è il luogo delle mie origini, da cui ancora attingo linfa per il mio mondo interiore. La lontananza ha rafforzato il desiderio di custodire e trasmettere la bellezza del patrimonio siciliano. La mia non era una famiglia contadina: il bisnonno materno era inventore, quello paterno assessore comunale e le zie insegnanti. Ci trasferimmo a Palermo quando avevo dodici anni. Le compagne mi emarginavano perché “villana”, venuta dalla provincia; bastava una parola in siciliano per essere derisa. Ero orgogliosa delle mie origini e quell’esperienza negativa, invece di mortificarmi, al contrario mi spinse a conoscere il mondo rurale e le tradizioni popolari».
A un certo punto un elemento particolar della cultura siciliana a cattura la sua attenzione. «Tutto cominciò per caso. Un pomeriggio andai a trovare i miei nonni materni, Don Giovannino e Donna Sesè, che abitavano in viale Lazio, a Palermo. Mi accorsi che recitavano un rosario diverso da quello ascoltato in chiesa o stampato sui libri di preghiera: ogni giorno prevedeva litanie diverse, che mi sembravano poesie bellissime, in siciliano. I nonni mi spiegarono che era il “loro rosario”, appreso oralmente dalla nonna di Vicari e da quella Petralia, dalla vicina che veniva a casa per pregare con loro. Cominciai a prendere appunti e a cercare testimonianze anche durante i cortei di protesta. Trent’anni dopo, quella ricerca sarebbe diventata Cruna, cioè la corona del rosario: i miei primi passi nell’antropologia».
A un certo punto però il suo modo di guardare alla Sicilia è cambiato profondamente. «Era il 1970, partecipavo ai comitati studenteschi e andai a Bologna e Ferrara per alcuni incontri. Fu un trauma: venni emarginata e giudicata per le mie origini. Ero siciliana e, secondo il pregiudizio, mafiosa. Lo capii già prima di scendere dal treno, quando un controllore mi chiese il biglietto e aggiunse beffeggiandomi: “E com’è, ah? Una ragazza come te viaggia da sola, da “Palemmo”? Non c’è un uomo con la lupara che ti accompagna?”". Sbiancai, anche se poi gli risposi per le rime. Io mi sentivo italiana, uguale agli altri.
Erano gli anni dei film di Pietro Germi e dei cartelli “Non si affitta ai meridionali”. «In televisione quando si nominava la Sicilia - prosegue - si vedevano soprattutto morti ammazzati e donne vestite di nero: essere siciliani sembrava significare solo essere mafiosi. Quegli stereotipi mi facevano soffrire. Dopo l’iniziale sconcerto compresi che se tutti ci vedevano così, evidentemente dovevamo cambiare l’immagine e la percezione che gli altri avevano di noi. Spesso non ci ribellavamo e scambiavamo la paura per rispetto. Dovevamo cominciare da noi stessi, fare autocritica e cercare di trasformare la nostra terra. Volevo riscattare la Sicilia e l’unico strumento che avevo per cambiare le cose era l’arte».
Nel 1979 fondò il gruppo musicale Sikelia. Un'esperienza significativa per la scrittrice. «Scrivevo io stessa i testi e li cantavo con il gruppo - formato da me, mio fratello, che veniva dal pop, e mio marito, appassionato di rock e musica psichedelica -. Fu una più di un’esperienza musicale: fu una vera battaglia culturale. Raccontavamo in musica una Sicilia diversa, “terra di pace” e cantavamo contro la guerra e la mafia. La musica amplificava la forza della parola e della denuncia».
Quel giorno all’Università, a Lettere, era apparso uno striscione: “Peppino è stato ammazzato”. «Nessuno credeva che si fosse suicidato, nemmeno io. Mi colpì il dolore di Felicia. Non era un dolore gridato, urlato, come ero da sempre abituata a vedere in Sicilia, specialmente quando ammazzavano un figlio o un marito. Era un dolore composto, silenzioso, che faceva male all’anima. A Felicia non vidi una lacrima. Ricordo che stavamo in penombra, davanti alle persiane socchiuse, quando ad un tratto lei esclamò: “Io a mio figlio lo vedo ogni giorno: impiccato nel finestrone del cane che me lo ha ammazzato”. Così mi disse la madre di Peppino Impastato, indicando il balcone di Tano Badalamenti. Da questa esperienza che mi sconvolse scrissi di getto “Il pianto di due madri” (che erano la madre di Peppino e la madre di Turiddu Carnevale, ucciso nel 1954). Lo lessi a Ignazio Buttitta, che ne rimase impressionato. Non mi vergogno a dire che all’epoca io ero giovane, non conoscevo nessun editore e i soldi per pubblicare il libro non li avevo, ma mi aiutarono due uomini dal cuore grande: Buttitta e Pippo Madè, il mio amico pittore. Così diedi alle stampe il mio primo libro dal titolo “Chista sugnu”».
Ignazio Buttitta «non si è limitato ad incoraggiarmi - sottolinea ancora l'autrice - ma da vero poeta mi ha trasmesso la consapevolezza del potere, della forza della parola come strumento di resilienza e la responsabilità del raccontare. Buttitta mi ha insegnato che la cultura può e spesso deve diventare un atto rivoluzionario».
Una donna forte, negli anni una rivoluzionaria, una combattente. «Non ho mai sopportato le ingiustizie e non sono mai stata disposta a subire le angherie. Da piccola ero una bambina magrolina, timida, silenziosa; ma i fatti della vita hanno risvegliato uno spirito guerriero che non sapevo all’inizio di possedere. Il mio vero primo atto di ribellione risale al periodo del trasferimento da Vicari a Palermo. Per un breve periodo vissi in collegio, dalle suore, con mia sorella. Da loro avevamo frequentato l’asilo e c’eravamo trovate bene, ma quando diventammo interne nel collegio l’atteggiamento delle suore cambiò, diventarono rigide, severe, manesche. Un giorno vidi una suora picchiare mia sorella per una colpa che lei non aveva commesso e lì mi trasformai in una vera furia. Strappai la bacchetta dalle mani della religiosa e cominciai a colpirla. Smisi solo quando lasciò stare la sorella. Si: da quel giorno cambiai».
Le chiedo se si tratta del suo ultimo libro o se andrà avanti. Sara sorride, dribbla la domanda e aggiunge: «Ho sempre considerato la scrittura non soltanto un esercizio artistico, ma un atto di trasmissione e di ascolto. Non sono io a cercare le storie: sono loro a cercare me, a bussare alla mia porta e a chiedermi di essere messe per iscritto e raccontate».
In attesa del libro numero 101, le auguriamo una presentazione ricca di lettori e amici, come sempre del resto.
Il 7 novembre 2026 presenta nella Sala Piersanti Mattarella di Palazzo Reale, a Palermo," Il femminile sacro in Sicilia, viaggio dalle Veneri neolitiche e dai culti delle Grandi Madri — Cibele, Astarte, Tanit, Demetra e Kore — fino alla devozione per la Madonna e le sante". È il suo centesimo libro: una nuova tappa di ricerca sulle radici siciliane, nel segno della cultura come bene comune, da custodire e tramandare. L’abbiamo incontrata per ripercorrere le origini del suo mondo.
Valorizzare il patrimonio siciliano
Sara si è espressa attraverso molte forme d’arte, dal teatro alla poesia, dalla saggistica alla narrativa, fino alla musica e alla ricerca antropologica. Un desiderio profondo di valorizzare il patrimonio culturale siciliano. «Dall’esigenza di dare voce a memorie e identità spesso dimenticate, ma essenziali per la mia terra e per me. Scrittura, poesia, musica, teatro e ricerca antropologica sono linguaggi che dialogano e si contaminano».È nata a Vicari, ma vive a Palermo da molti anni. Senza dubbio però il legame con il suo paese d’origine ha alimentato la sua ispirazione. «Vicari è il luogo delle mie origini, da cui ancora attingo linfa per il mio mondo interiore. La lontananza ha rafforzato il desiderio di custodire e trasmettere la bellezza del patrimonio siciliano. La mia non era una famiglia contadina: il bisnonno materno era inventore, quello paterno assessore comunale e le zie insegnanti. Ci trasferimmo a Palermo quando avevo dodici anni. Le compagne mi emarginavano perché “villana”, venuta dalla provincia; bastava una parola in siciliano per essere derisa. Ero orgogliosa delle mie origini e quell’esperienza negativa, invece di mortificarmi, al contrario mi spinse a conoscere il mondo rurale e le tradizioni popolari».
A un certo punto un elemento particolar della cultura siciliana a cattura la sua attenzione. «Tutto cominciò per caso. Un pomeriggio andai a trovare i miei nonni materni, Don Giovannino e Donna Sesè, che abitavano in viale Lazio, a Palermo. Mi accorsi che recitavano un rosario diverso da quello ascoltato in chiesa o stampato sui libri di preghiera: ogni giorno prevedeva litanie diverse, che mi sembravano poesie bellissime, in siciliano. I nonni mi spiegarono che era il “loro rosario”, appreso oralmente dalla nonna di Vicari e da quella Petralia, dalla vicina che veniva a casa per pregare con loro. Cominciai a prendere appunti e a cercare testimonianze anche durante i cortei di protesta. Trent’anni dopo, quella ricerca sarebbe diventata Cruna, cioè la corona del rosario: i miei primi passi nell’antropologia».
A un certo punto però il suo modo di guardare alla Sicilia è cambiato profondamente. «Era il 1970, partecipavo ai comitati studenteschi e andai a Bologna e Ferrara per alcuni incontri. Fu un trauma: venni emarginata e giudicata per le mie origini. Ero siciliana e, secondo il pregiudizio, mafiosa. Lo capii già prima di scendere dal treno, quando un controllore mi chiese il biglietto e aggiunse beffeggiandomi: “E com’è, ah? Una ragazza come te viaggia da sola, da “Palemmo”? Non c’è un uomo con la lupara che ti accompagna?”". Sbiancai, anche se poi gli risposi per le rime. Io mi sentivo italiana, uguale agli altri.
Erano gli anni dei film di Pietro Germi e dei cartelli “Non si affitta ai meridionali”. «In televisione quando si nominava la Sicilia - prosegue - si vedevano soprattutto morti ammazzati e donne vestite di nero: essere siciliani sembrava significare solo essere mafiosi. Quegli stereotipi mi facevano soffrire. Dopo l’iniziale sconcerto compresi che se tutti ci vedevano così, evidentemente dovevamo cambiare l’immagine e la percezione che gli altri avevano di noi. Spesso non ci ribellavamo e scambiavamo la paura per rispetto. Dovevamo cominciare da noi stessi, fare autocritica e cercare di trasformare la nostra terra. Volevo riscattare la Sicilia e l’unico strumento che avevo per cambiare le cose era l’arte».
Nel 1979 fondò il gruppo musicale Sikelia. Un'esperienza significativa per la scrittrice. «Scrivevo io stessa i testi e li cantavo con il gruppo - formato da me, mio fratello, che veniva dal pop, e mio marito, appassionato di rock e musica psichedelica -. Fu una più di un’esperienza musicale: fu una vera battaglia culturale. Raccontavamo in musica una Sicilia diversa, “terra di pace” e cantavamo contro la guerra e la mafia. La musica amplificava la forza della parola e della denuncia».
L'incontro con Ignazio Buttitta
Tra gli incontri decisivi della sua vita c’è stato quello con Ignazio Buttitta, che intuì il suo talento e che la incoraggiò. «Ho avuto l’immensa fortuna di avere grandissimi maestri come Ignazio Buttitta, Rosa Balistreri, Ciccio Busacca…Dei veri e propri giganti. Fu proprio Ignazio Buttitta, il mio mentore, a dirmi: “Sara, adesso sei pronta per pubblicare il tuo primo libro”. Avvenne una sera, dopo un incontro speciale. Quel pomeriggio eravamo stati a Cinisi, a fare una visita di condoglianze. Era la primavera del 1978 e andammo a trovare una madre, che aveva perso un figlio: Felicia Impastato».Quel giorno all’Università, a Lettere, era apparso uno striscione: “Peppino è stato ammazzato”. «Nessuno credeva che si fosse suicidato, nemmeno io. Mi colpì il dolore di Felicia. Non era un dolore gridato, urlato, come ero da sempre abituata a vedere in Sicilia, specialmente quando ammazzavano un figlio o un marito. Era un dolore composto, silenzioso, che faceva male all’anima. A Felicia non vidi una lacrima. Ricordo che stavamo in penombra, davanti alle persiane socchiuse, quando ad un tratto lei esclamò: “Io a mio figlio lo vedo ogni giorno: impiccato nel finestrone del cane che me lo ha ammazzato”. Così mi disse la madre di Peppino Impastato, indicando il balcone di Tano Badalamenti. Da questa esperienza che mi sconvolse scrissi di getto “Il pianto di due madri” (che erano la madre di Peppino e la madre di Turiddu Carnevale, ucciso nel 1954). Lo lessi a Ignazio Buttitta, che ne rimase impressionato. Non mi vergogno a dire che all’epoca io ero giovane, non conoscevo nessun editore e i soldi per pubblicare il libro non li avevo, ma mi aiutarono due uomini dal cuore grande: Buttitta e Pippo Madè, il mio amico pittore. Così diedi alle stampe il mio primo libro dal titolo “Chista sugnu”».
Ignazio Buttitta «non si è limitato ad incoraggiarmi - sottolinea ancora l'autrice - ma da vero poeta mi ha trasmesso la consapevolezza del potere, della forza della parola come strumento di resilienza e la responsabilità del raccontare. Buttitta mi ha insegnato che la cultura può e spesso deve diventare un atto rivoluzionario».
Una donna forte, negli anni una rivoluzionaria, una combattente. «Non ho mai sopportato le ingiustizie e non sono mai stata disposta a subire le angherie. Da piccola ero una bambina magrolina, timida, silenziosa; ma i fatti della vita hanno risvegliato uno spirito guerriero che non sapevo all’inizio di possedere. Il mio vero primo atto di ribellione risale al periodo del trasferimento da Vicari a Palermo. Per un breve periodo vissi in collegio, dalle suore, con mia sorella. Da loro avevamo frequentato l’asilo e c’eravamo trovate bene, ma quando diventammo interne nel collegio l’atteggiamento delle suore cambiò, diventarono rigide, severe, manesche. Un giorno vidi una suora picchiare mia sorella per una colpa che lei non aveva commesso e lì mi trasformai in una vera furia. Strappai la bacchetta dalle mani della religiosa e cominciai a colpirla. Smisi solo quando lasciò stare la sorella. Si: da quel giorno cambiai».
Una donna che racconta le donne
E spesso ha raccontato di donne che hanno subito tante ingiustizie: dal destino, dagli uomini, da chi hanno amato… Nel suo universo narrativo, le donne siciliane occupano un posto centrale. «Le donne siciliane sono custodi di memorie, di fatiche, di resistenze invisibili; hanno modellato il tempo e la società, ma il loro valore spesso non è stato riconosciuto. Nei miei libri ho cercato di dare una voce a chi non l’ha avuta. Raccontarle significa onorare il loro ruolo nella costruzione della storia e dell’identità siciliana. Questo volume numero cento è un bel traguardo».Le chiedo se si tratta del suo ultimo libro o se andrà avanti. Sara sorride, dribbla la domanda e aggiunge: «Ho sempre considerato la scrittura non soltanto un esercizio artistico, ma un atto di trasmissione e di ascolto. Non sono io a cercare le storie: sono loro a cercare me, a bussare alla mia porta e a chiedermi di essere messe per iscritto e raccontate».
In attesa del libro numero 101, le auguriamo una presentazione ricca di lettori e amici, come sempre del resto.
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Sui canali social
|























