CINEMA E TV

Dai set (gratis) al film in lizza per la corsa agli Oscar: Di Carlo, palermitano, si racconta

Lo scenografo classe ’70 ci racconta il suo percorso con gli Usa all'orizzonte. In queste settimane gira la seconda stagione di “Avvocato Ligas”, con Luca Argentero

Tancredi Bua
Giornalista
  • Pubblicato il
    3 novembre 2026

Lo scenografo palermitano Marcello Di Carlo (foto di Alessio Barbera)

Dai set su cui non veniva nemmeno pagato, anzi non pensava che qualcuno potesse "pagare per giocare", ai film in lizza per la corsa agli Oscar, il cammino dello scenografo Marcello Di Carlo – palermitano, classe ’70, candidato al David di Donatello per il miglior scenografo nel 2017 per “In guerra per amore” di Pif e vincitore del premio Cinema City alle maestranze per "L'Arminuta" - è costellato di avventure, amicizie nate per caso sui set e film in cui la sua mano è, anche se spesso "invisibile", impossibile da non riconoscere.

Dai primi set a "L'estranea"

In queste settimane, Marcello Di Carlo sta preparando la seconda stagione di “Avvocato Ligas”, la serie con Luca Argentero, Marina Occhionero e Barbara Chichiarelli che si girerà a breve a Milano. La scorsa primavera ha terminato la lavorazione sul set dell’ultimo film di Paolo Strippoli, “L’estranea”, adesso in sala con 01 Distribution, con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi.

Di strada dalle prime avventure fatte giusto per dare una mano alle produzioni ne è passata. Trent’anni, precisamente, visto che i primi set per Marcello Di Carlo portano la data del 1996. «Ricordo che la primissima esperienza fu uno spot per la Superga, in cui venni chiamato come assistente alla produzione. Li ho aiutati. Li avevo conosciuti per sbaglio, e mi hanno tirato dentro», dice lo scenografo. Poi è arrivato il cinema, con Ricky Tognazzi e il suo “I giudici”, 1998, con gli americani Chazz Palminteri (in quel periodo conosciutissimo per le sue partecipazioni a “Bronx” di Robert De Niro e “I soliti sospetti” di Bryan Singer) e F. Murray Abraham (“Amadeus” di Miloš Forman, “Il nome della rosa” di Jean-Jacques Annaud), e “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, nel ’99.

«Una volta ero attrezzista di scena, una volta arredatore, una volta assistente scenografo…», racconta Di Carlo. E sono stati tutti «ruoli propedeutici per tenere in mano il reparto da scenografo». Il primo film per cui Di Carlo regge il timone delle scenografie è "L’uomo privato" (2007), di Emidio Greco, con protagonista Tommaso Ragno. «Per il film precedente (“Il consiglio d’Egitto”, del 2002, con Silvio Orlando e Tommaso Ragno, basato sul romanzo del ’63 di Leonardo Sciascia, ndr.) Emidio si trovò molto bene, ero attrezzista di scena, ma già mi sapevo muovere, e così decise che nel successivo il reparto poteva stare sulle mie spalle (sorride, ndr.)».

Da quel set, prima arrivano “Il dolce e l’amaro” con Luigi Lo Cascio e Donatella Finocchiaro, ma da assistente scenografo, e poi “La mafia uccide solo d’estate”, l’esordio alla regia di Pif, in cui Marcello Di Carlo è chiamato, ancora una volta, come caporeparto. «È stata la mia prima volta sul set con Pif – dice lo scenografo – . Ci conoscevamo da prima che lui entrasse nel cinema, ci siamo incrociati da ragazzini e poi abbiamo fatto esperienze di vita insieme, a Bologna, quando lui faceva “Le Iene”, abbiamo fatto viaggi insieme. E ci siamo anche incrociati sul set de “I cento passi”, per cui lui faceva da assistente alla regia di Marco Tullio Giordana. Quando gli hanno proposto di fare il primo film, lui mi propose di curarne le scenografie».

È stato grazie al film successivo del regista palermitano, “In guerra per amore”, che Di Carlo ha ricevuto la sua prima candidatura al David di Donatello: «Sinceramente? Non mi importa molto delle candidature. Non sono i premi – dice – che definiscono la bontà di un film, questo lo sappiamo. E poi la candidatura è una cosa personale, un riconoscimento personale, ma lo scenografo, da solo, non vale nulla. Se fosse un premio al reparto lo riterrei più calzante. Qualche premio l’ho preso, però sono sempre dati allo scenografo, ma lo scenografo non è che… è inconsistente, lo scenografo ha bisogno di reparto, perché le tue idee se non hai chi le realizza non vanno da nessuna parte».

Di Carlo non ha mai fatto segreto del suo approccio al cinema: è un gioco, per lui, magari più costoso, ma un gioco di immaginazione. «Io ho fatto il liceo artistico – dice – e poi degli anni ad architettura, ma non mi sono laureato. Poi ho cambiato e mi sono laureato in filosofia. Che non c’entra nulla. Ma la percezione dello spazio l’ho sempre avuta, ho sempre avuto una grande immaginazione. Trovo lo spazio vuoto e lo riesco a immaginare scenografato. Quando leggo una scena, se c’è uno spazio da creare lo immagino subito. Poi magari l’idea si rivela fallimentare e ascolto i consigli degli altri, però ho sempre una soluzione… quando vedo un posto, durante la fase di ricerca delle location, riesco subito a immaginare cosa potrebbe diventare, se può essere adattato o meno, se è utile al film o no».

E questo suo modo di immaginare gli spazi forse l’ha fatto notare ad Attilio Moro, organizzatore della Fandango che un giorno, un paio d’anni fa, l’ha chiamato per presentargli un regista giovane, appena trentenne, «con una cultura cinematografica pazzesca – dice Di Carlo – , che conosce tutto, amante di tutto il cinema, dei B movie, dei capolavori indiscussi e dei film di Bud Spencer e Terence Hill»: Paolo Strippoli.

In lizza per la corsa agli Oscar

Di Carlo è l’autore delle scenografie dell’ultimo “L’estranea”, che Anica ha designato come film da inserire nella shortlist degli Oscar al miglior film straniero del prossimo marzo, e del precedente “La valle dei sorrisi” (con Michele Riondino, Romana Maggiora Vergano e Paolo Pierobon). «Attilio (Moro, ndr.) mi ha chiamato, un giorno, e mi ha detto: “Sai, c’è ‘sto regista che ha fatto due film, è giovane, è carino… ha scritto una bella storia. Vorrei presentartelo”. E quindi ci siamo conosciuti. Dal primo incontro, io non ho avuto dubbi, e lui non ha avuto dubbi. Io ho letto la sceneggiatura, ho letto la prima scena de “La valle”, e ho detto “Io ‘sto film non lo voglio fare”, ma la sono fatta addosso. Era scritta benissimo. Ho detto: “Questo è deviato” (ride, ndr.). Poi ho continuato a leggere e ho detto: “Questo è un genio”. Uno che vede le robe già montate e finite, che ha le idee molto chiare e quindi dà indicazioni ben precise. Poi si fa anche guidare… lui è un regista che si fida dei collaboratori, si fida dello scenografo, si fida del direttore della fotografia. Però vuole sapere esattamente quello che stai facendo».

E alcune trovate de “La valle dei sorrisi”, così come dell’ultimo “L’estranea”, portano la firma proprio di Marcello Di Carlo: «“La valle” è un film tutto di ambientazione – dice lo scenografo – . Tanti esterni. Poche costruzioni, però ci sono… ad esempio nella palestra in cui il ragazzo abbraccia la gente, dovevamo oscurare delle vetrate per necessità di girare in day for night (il notturno americano, ndr.), e ci siamo inventati un angelo luminoso, gigante, come se fosse la vetrata di una chiesa, ed è stato un leitmotiv che ci ritroviamo anche nelle scene ambientate dentro la cappella ne “L’estranea”. Lì poi abbiamo riutilizzato anche un quadro che avevamo già messo ne “La valle”, che è il ritratto del bambino che prega. L’abbiamo messo nella chiesa come se fosse un angelo».

Il legame con la sua Sicilia

Manco a dirlo, il posto preferito in cui lavorare per lui è lì dov’è nato, in Sicilia. Anni fa, Di Carlo si è trasferito a Roma per lavoro, ma quando sente che una produzione lo vuole nell’isola la voglia di ritornare è sempre tantissima: «Ho avuto l’imprinting con la Sicilia, c’è poco da fare – dice – . È la terra più colorata che conosco. Ha i contrasti cromatici più forti che abbia mai visto. In Sicilia non si fa tanta scenografia. Si fa più… ricerca. I set, più che costruirli, vai a cercarli. Perché c’è già tutto. È un luogo di formazione, non le manca niente».

I film a cui preferisce lavorare in assoluto, invece, sono «quelli di ricostruzione», dice Di Carlo, «o i film di genere (come “La valle dei sorrisi” e “L’estranea”, appunto, ndr.) in cui ti puoi cimentare con immaginari che devi ricostruire da zero. “Briganti”, ad esempio, la serie Netflix con Matilda Lutz, Lorenzo de Moor e Michela De Rossi, mi è piaciuto un sacco. Ho potuto ricreare la Sicilia dell’Ottocento. Così come un film chiamato “Il mio corpo vi seppellirà” (di Giovanni La Parola, con Miriam Dalmazio e Margareth Madè, ndr.), in cui ci siamo inventati il Far West nell’Italia meridionale. Quello che non ho mai fatto, e che mi farebbe impazzire, è un film di fantascienza. Vorrei girare un film ambientato fra cinquecento anni, in un posto che non esiste. Mi piacerebbe lavorare ad una bolla, inventare la scenografia di una bolla futuristica».

Anche perché, fra cinquecento anni, il mestiere dello scenografo ci sarà ancora? «Forse proprio la figura dello scenografo – dice Di Carlo – diventerà uno scenografo digitale, ovvero darà indicazioni scenografiche. Guiderà l’intelligenza artificiale. Una volta facevi il bozzetto, adesso ti fai creare l’immaginario che ti serve, dai indicazioni. La conoscenza degli scenografi sarà fondamentale. Se devi ricreare la Roma antica e ti fidi solo dell’intelligenza artificiale, lei prenderà le nozioni che ha e farà come accadde ne “Il gladiatore”, anni fa, in cui in scenografia apparivano delle botti di legno, che non appartengono alla Roma antica ma al Medioevo. Per le intelligenze artificiali c’è bisogno di gente proveniente da tutti gli ambiti e da tutte le specializzazioni».

In questo momento, intelligenza artificiale e mestiere “tradizionale” si combinano: «Si costruisce quello che sta immediatamente sotto macchina, quella roba che prevede un’interazione con gli attori, e poi si va di set extension (l’estensione digitale di una scenografia, che avviene poi in compositing o con altre tecniche miste, in post-produzione, ndr.).

Prima o poi l’intelligenza artificiale ci fagociterà, ma una mano artistica ci sarà sempre, comunque diversa da quella che conosciamo noi. Anche perché i fruitori del cinema che verrà sono nativi di immaginari diversi, che faranno meno fatica a sopportare il cambiamento».
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