CINEMA E TV

Dramma, mistero e un buco nella memoria: Dario Aita protagonista della serie di RaiPlay

L'attore palermitano racconta i dodici episodi che fondono il thriller alla fantascienza distopica in due parti, la seconda in uscita venerdì il 30 ottobre

Tancredi Bua
Giornalista
  • Pubblicato il
    29 ottobre 2026

Dario Aita in "Memoriae"

Una frana in corrispondenza di una vecchia miniera e il paese di Vallata, sperduto fra montagne e fiumi del nord Italia, finisce separato dal resto del mondo. Esercito e medici si precipitano sul posto per aiutare la popolazione, affetta da una strana forma di amnesia che ha fatto dimenticare loro gli ultimi cinque anni. Solo gli anziani e i bambini sono immuni, per tutti gli altri le lancette dell’orologio si sono fermate senza alcuna spiegazione e tutto, intorno a loro, sembra cambiato.

La serie distribuita da RaiPlay

È questo l’incipit di “Memoriæ”, la serie distribuita da RaiPlay in due parti, la prima uscita la scorsa settimana, la seconda in arrivo questo venerdì, 30 ottobre. Dodici episodi che fondono il thriller alla fantascienza distopica, quella della seguitissima serie tedesca "Dark", dell’americana “Wayward Pines”, o della francese “Les Revenants”.

Il protagonista di “Memoriæ” è Dario Aita, palermitano, classe 1987, in queste settimane impegnato sul set di un’opera prima, “L’uomo nell’armadio”, del piemontese Nic Bello. «“Memoriæ” ha avuto una gestazione lunga – dice l’attore – , come capita spessissimo con le cose che scrivono gli sceneggiatori. Io e Isabella (Aguilar, la sceneggiatrice e ideatrice della serie, insieme ad Andrea Simonetti, Gaetano Colella, Jacopo Del Giudice e Milo Tissone, ndr.) ci conoscevamo già da tempo, lei aveva scritto una serie che avevo fatto (“Grand Hotel” di Luca Ribuoli, nel 2015, ndr.), e già allora pensava a me per quest’altro soggetto.

Quando ho letto una delle prime stesure ho subito pensato che “Memoriæ” avesse un potenziale importante, in termini non solo di originalità, ma anche di intreccio. Mi appassionava molto il fatto che fosse una serie, che aprisse uno spiraglio al mercato internazionale malgrado partisse da RaiPlay, anzi in realtà il fatto che fosse per RaiPlay mi ha affascinato.

Spesso si parla dei limiti dei progetti più piccoli, e invece hanno anche delle agevolazioni. RaiPlay è un luogo in cui si sperimenta di più di quanto si possa fare per la prima serata di Rai 1. E malgrado ci siano delle zone che ovviamente tendono a catturare un pubblico più generalista – ed è anche normale che sia così – io penso la serie conservi un’originalità e anche una complessità, un virtuosismo nella struttura narrativa che non è scontato in un prodotto televisivo».

In Italia, il «genere» sembra essere in rimonta. Dopo anni in cui era rarissimo trovare un prodotto che andasse fuori dal binario del film drammatico o della commedia, fantascienza, horror e fantasy sono ritornati anche al centro dei tentativi che le produzioni nostrane scelgono di fare. Però il discorso è più complesso di quanto sembri: «“Memoriæ” è più vicino a serie europee come “Dark” e “Les Revenants”, cose che non sono del tutto fuori… come dire, dal possibile», dice Aita.

Un'ambientazione quasi distopica

«Non è una serie che affonda le radici nel fantasy, o nel film di supereroi, ma è una cosa al limite fra le nuove scoperte scientifiche e la distopia. Il tempo e lo spazio che si mescolano sono completamente aderenti alle nuove scoperte in ambito quantistico, quindi adesso alcune teorie ci sembrano ancora lontane, distanti, ma fra cinquant’anni non lo saranno più. Nel caso specifico del linguaggio distopico, io credo ci sia stato un periodo più felice per questo genere, anche in termini di letteratura, ad esempio, però temo ci si sia fermati agli anni Ottanta.

Dagli anni Duemila c’è stata una preponderanza del melò, che ha fagocitato moltissimo tutto il genere, dalla fantascienza all'horror. Adesso credo che “il genere” stia ritornando, vedi ad esempio la presenza di Strippoli alla Mostra del cinema di Venezia (con “L’estranea”, ndr.). L’horror è ritornato ad avere una sua dignità artistica che aveva perso tanto negli ultimi vent’anni, era stato relegato a un genere di serie B, l’unico che riusciva a fare genere e restare comunque nel gotha era Quentin Tarantino. In Italia il film di genere è andato sparendo sempre più, viviamo ancora dei fasti di Dario Argento. Ora c’è una nuova curiosità, una nuova richiesta, influenzata anche dal mercato internazionale, non solo quello americano ma anche quello europeo».

Nell’incastro di trame che prima o poi arrivano allo schermo del cinema o dei dispositivi da visione (pensare al televisore ormai è riduttivo), Aita è attratto da tutte le storie che gli vengono proposte o gli passano per la testa, a patto che abbiano una loro complessità: «C’è un caso di cronaca che mi attira molto, in Sicilia, una cosa che meriterebbe un bell’approfondimento e a cui ho già pensato, ma – dice l’attore – non lo dirò. Lo tengo stretto per il futuro. Poi, in generale, tutte le storie hanno bisogno di aprire delle porte oltre cui si apre l’invisibile. L’invisibile ha a che fare con delle energie che non vediamo ma che percepiamo. Queste storie mi attirano molto, e potenzialmente ogni storia, anche la più semplice da un punto di vista drammaturgico, di intreccio, può essere dotata di questa energia complessa.

L’attore, nel migliore dei casi, fa da sciamano, ha un ruolo quasi sacerdotale, cerca di portare a galla l’invisibile, di scavare in questo invisibile, nell’invisibile di sé stessi. Ogni personaggio è un percorso di scoperta, porta a galla delle cose che non sappiamo di noi attraverso un percorso di rievocazione, come in una seduta spiritica si evocano degli esseri che non esistono, come Matteo Basile, il protagonista di “Memoriæ”, che era solo delle battute su un foglio di carta, ma ha cominciato a esistere non appena abbiamo cominciato a girare. Si crea una realtà parallela, davanti la macchina da presa, anzi dentro la macchina da presa. Che non è meno reale di quella che viviamo quotidianamente».

"Memoriæ" veniva girato esattamente un anno fa, in Friuli-Venezia Giulia, a cavallo tra Venzone, Gemona del Friuli, Tolmezzo, Verzegnis, Reana del Rojale, Fagana e Udine, ed era il primo progetto a cui Aita si dedicava subito dopo “Il lungo viaggio”, il film di Renato De Maria su Franco Battiato, in cui il cantautore veniva interpretato da Aita.

L’incontro con lui, con Battiato, nonostante sia stato puramente interpretativo, ha influenzato moltissimo l’attore: «Mi ha cambiato enormemente – dice Aita – . Ho sempre avuto curiosità per il mondo spirituale e metafisico, per ciò che non si vede e non si spiega, ma ho anche un passato da convinto materialista, anzi direi da feroce materialista. Ed è una tentazione che non mi abbandona, il materialismo. Perché porta con sé due cose che sono positive: è più pratico, più riposante, non concede attenuanti. Se pensiamo che tutto ciò che abbiamo è qui e non esiste nulla oltre ciò che abbiamo, vediamo, percepiamo, che non c’è un dopo, che non c’è una seconda possibilità, un modo per espiare, siamo costretti a vivere nel presente e prenderci delle responsabilità.

È l’aspetto più sano del materialismo, questo. Ancora adesso mi rende affezionato a una visione più pratica e più materiale dell’esistenza. Però allo stesso tempo credo sia molto limitante per noi credere a qualcosa di più, a patto che questa certezza, una volta acquisita, non ci faccia da attenuante per l’etica con cui decidiamo di prendere parte al nostro quotidiano».
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