CINEMA E TV

HomeCulturaCinema e Tv

"Il lungo viaggio" per interpretare Franco Battiato: l'intervista a Dario Aita

Nella prima serata di domani, 1 marzo, “Il lungo viaggio” farà tappa su Rai 1. L'attore ci racconta come si è calato nella parte, le affinità col cast e i retroscena delle riprese

Tancredi Bua
Giornalista
  • 28 febbraio 2026

Dario Aita interpreta Franco Battiato ne "Il lungo viaggio" (foto di Azzurra Primavera)

Sono passate quattro settimane dall’uscita in sala di "Franco Battiato. Il lungo viaggio", il biopic musicale sul cantautore di Milo diretto da Renato De Maria, e cinque mesi dalla fine delle riprese, annunciata su una delle vette più alte dell’Etna a fine ottobre, ma nonostante questo Franco Battiato non sembra ancora avere "lasciato" Dario Aita.

È lui – palermitano, classe ’87, appassionato indagatore della psiche – ad avere portato Battiato sullo schermo nelle diverse fasi che attraversò la sua carriera, e nella prima serata di domani, 1 marzo, “Il lungo viaggio” farà tappa su Rai 1. «Il film – dice Aita, in queste settimane impegnato su un altro set in Friuli – è stato un percorso quasi “obbligato”. C’erano molte strade, però davanti a me ce n’era una, ed era abbastanza chiara, cioè: dovevo partire dalla voce. Dovevo partire dal suono. Per due motivi. Il primo è che parliamo comunque della vita di un cantante, di un musicista, e quindi il suono credo debba essere l’essenza del racconto. Il secondo è che lui, Battiato, durante un’intervista, aveva detto una cosa che mi aveva colpito particolarmente. Alla domanda “Cosa vorresti che rimanesse di te dopo la morte?”, lui rispose “Un suono”».

Quella cosa lì «mi colpì particolarmente e quindi ho pensato che se dovevo cominciare un percorso di rievocazione di Franco, il punto di partenza sarebbe stato il suono. È una cosa che mi è stata suggerita anche dagli eventi, perché quando ho fatto il primo self-tape, la produzione chiedeva di cantare una canzone. Io scelsi “Prospettiva Nevski”, e già in quell’occasione ho sentito un suono che veniva a farmi visita. È stato quasi istintivo iniziare da lì, e credo che mi sia stato molto utile, perché una volta trovato – non so se poi l’ho trovato – un mio suono che rievocasse Franco, il resto mi è venuto quasi da sé».

Un viaggio, quello di Aita dentro la vita di Battiato, totalizzante, con quattro settimane dedicate alle riprese e mesi dedicati alla preparazione, per poi sentire battere l’ultimo ciak proprio in Sicilia, sull’Etna, per le scene oniriche che sono disseminate in tutto il film: «Ci sono diverse cose – dice Aita – che non scorderò mai. Per l’ultimo ciak eravamo in cima al vulcano, che è uno dei posti più suggestivi che io abbia mai visto in vita mia. Oltre al fatto che è un vulcano attivo, con questa potenza sempre più o meno assopita, ma pronta a esplodere da un momento all’altro… era già inverno, c’era già la neve, c’era questo contrasto bellissimo tra la neve, i fumi del vulcano, la consapevolezza che sotto di noi c’era il fuoco… E poi l’Etna è un luogo alto, che ti fa sentire di essere vicino al cielo, quindi è un bellissimo simbolo di contraddizione. Queste contraddizioni danno vita a una sintesi che ha qualcosa di molto mistico, di divino in qualche modo. Credo sia una delle cose che più mi ha guidato nel racconto di Franco, cioè la convivenza delle contraddizioni, l’armonia fra le contraddizioni, questa è una cosa che mi ha insegnato molto. E poi affrontare questo lungo viaggio mi ha lasciato ovviamente una riscoperta, se non una vera e propria scoperta, della mia parte più spirituale, e una certa “pace” con il desiderio di successo».

In comune con il cantautore di Riposto, Aita sembra avere diversi tratti. Uno su tutti, la sua voglia di mettere al centro la dignità dell’essere umano, di tutti gli esseri umani. Non c’è occasione – sia essa fisica o virtuale – in cui Aita non ama ribadire le sue posizioni politiche, filosofiche, esistenziali: «Ma è una cosa che ho sempre avuto, e anzi col tempo s’è indebolita (ride, ndr.), perché da giovane (quand’era uno studente del liceo classico Meli di Palermo, ndr.) ero ancora più attento, come dire… è sempre stata una cosa che mi ha guidato, la questione della dignità dell’essere umano, del rispetto per la vita, del rispetto per il corpo, da tutti i punti di vista, quello etico, quello sociale, lavorativo, economico. Mi ha sempre guidato nella mia vita e quindi, per forza di cose, nel mio lavoro. Franco… credo che fosse anche lui sensibile a molti di questi temi. A un certo punto è come se fosse arrivato a uno stadio superiore in cui le cose di questa vita gli risultavano lontane, in un certo senso. Io non sono ancora a quel punto lì, non so se ci arriverò o se vorrò arrivarci, a me le cose di questa vita sembrano molto vicine, e ancora soffro molto per le ingiustizie sociali».

Forse è vero che, come spesso Franco Battiato lasciava intendere nelle sue canzoni, e come lasciano trasparire i libri di cui spesso ritornava a impregnare i suoi testi, «siamo tutti parte di un uno». In un’intervista datata 1985, Battiato spiegava che gli eremiti «sono i veri capisaldi del nostro pianeta, un eremita che sta meditando in questo momento dà tantissimo a tutta l’umanità. È gente che ha fatto una scelta così rigorosa, soffrono talmente tanto nello stato in cui si trovano, che [l’ascesi conseguente] è un’ascesi di tutta l’umanità. Ogni volta che uno di loro raggiunge un’elevazione spirituale, la raggiunge tutta l’umanità, ma non lo si sa, ed è giusto così».

È una cosa trasmessa «con l’energia», come se tutto l’universo fosse interconnesso, e quindi – per dirla pop, con le parole dei Beatles – «io sono lui, come tu sei lui e noi tutti siamo insieme». «Questa è una roba meravigliosa – replica Aita – che io sposo in pieno. Allo stesso tempo c’è una dose di materialismo in me, che persevera, e che comunque non riesce a prescindere dalla consapevolezza che esiste una forma di male molto concreta nella nostra società e contro la quale la più grande ascesi non basta. Non so cos’è che basti, la verità è che non c’è un’alternativa. Però sento che è importante che qualcuno tenda all’ascesi ed è importante che qualcuno lotti con le mani».

Le settimane sul set sono state per Aita un’occasione per rivedere tanti vecchi amici – come Renato De Maria, che è stato il primo regista ad averlo diretto in un film, “La prima linea” (2009), e il primo ad averlo diretto in una serie, “Il segreto dell’acqua” (2011). «Io ho iniziato a lavorare con lui. C’è un rapporto speciale tra di noi, di fiducia, di affetto, lui mi ha insegnato veramente tanto, io gli devo molto, lavorare con lui è stato un piacere ed è stato un piacere perché lui è stato molto attento, è pieno di energie, propositivo, è travolgente, ti trascina col suo entusiasmo, la sua vitalità, è uno dei registi più vitali con cui io abbia mai lavorato».

Dall’altro lato – in un film corale com’è “Il lungo viaggio”, con tanti pezzi che ruotano attorno all’ingranaggio principale – non ci sarebbe stata la stessa magia se accanto ad Aita non ci fossero state la palermitana Simona Malato (che interpreta la madre di Battiato, Grazia Patti) e la torinese Elena Radonicich (che interpreta l’amica, scrittrice e traduttrice Fleur Jaeggy): «Loro due – continua Aita – sono state le mie compagne di set più presenti. Sono state i due punti saldi della narrazione, così come lo sono state nella vita effettiva di Franco – e lo sono state a tutti gli effetti – lo sono state per me. Sua madre e Fleur, per Franco, erano due pilastri. Per me, Simona ed Elena sono state due pilastri nel mio percorso di ricerca e interpretativo. Ero molto felice che la parte fosse andata a loro, ho tifato molto, ero contento e avevo ragione di esserlo, perché mi hanno sostenuto, aiutato in questo percorso così insidioso, e si è creata in assoluto una corrispondenza d’intenti e un’affinità elettiva tra di noi che non è così consueta».

Nove i brani di Franco Battiato che Aita reinterpreta nella colonna sonora del film (ufficialmente otto, il nono è la versione acustica di “Stranizza d’amuri” che è suonata nella scena in cui Aita incontra Ermes Frattini, cioè Juri Camisasca), «ma ce n’è uno che mi sarebbe piaciuto interpretare molto». È “L’ombra della luce”, il canto meditativo e illuminante tratto da “Come un cammello in una grondaia”, «però – dice Aita – arrivava troppo dopo la fine della nostra narrazione. È tra le mie canzoni di Battiato preferite, se non la preferita». E forse un’altra cosa che gli sarebbe piaciuto indagare è l’esperienza del cantautore con le droghe: «Lui dichiara di aver provato tre tipi di droghe una volta nella sua vita, ed erano l’LSD, la mescalina e la cocaina, e sono state tutte esperienze abbastanza negative che non ha mai più replicato».

Oltre a Dario Aita, Simona Malato ed Elena Radonicich, il cast del film è arricchito dalla presenza di Giulio Forges Davanzati (che interpreta il maestro Giusto Pio), Nicole Petrelli (Giuni Russo), Francesco Giulio Cerilli (Battiato da adolescente), Cisky Capizzi (Gianni Sassi) e Martina Bonan (Miriam): «Avevamo poco tempo, e pochi soldi, ma Renato è riuscito a trovare dei profili giusti per il film, con attori di grande qualità. Gli attori di qualità in Italia ci sono, bisogna soltanto trovarli, sembra sempre che ce ne siano pochi, e invece sono semplicemente non ancora scoperti del tutto. Renato, che è uno a cui piace fare scouting, non si fa fregare troppo dallo star system o quelle robe lì e ha trovato degli ottimi attori. E devo dire che mi sono trovato benissimo con tutti.

Per esempio con Giulio (Forges Davanzati, ndr.) è stato molto divertente, perché ci davamo del lei come facevano Battiato e Giusto Pio. Giulio non è un violinista, lui prendeva lezioni per prepararsi al ruolo, e io che nel film prendo lezioni di violino da Giusto Pio andavo da Giulio a prendere lezioni di violino, quindi lui prendeva veramente lezioni di violino e le restituiva a me (ride, ndr.). In tutte le circostanze, con tutti gli attori, abbiamo cercato di ricreare delle situazioni che ci aiutassero a vivere con maggiore aderenza le vicende della storia».

Di sicuro, la trasposizione della propria adolescenza e dei primi anni milanesi che Franco Battiato girò sul finire del 2002 (“Perdutoamor”, con Corrado Fortuna nel ruolo del protagonista, Ettore Corvaja, anche se nonostante i diversi punti di contatto Battiato ci tenne a non definire “Perdutoamor” un «film autobiografico») non è stata tra le «fonti» a cui Aita ha attinto per portare il cantautore sullo schermo: «Non mi sono minimamente ispirato né lasciato condizionare, perché in realtà – dice l’attore – avevo bisogno di trovare il mio Battiato, e non il suo. Una persona che fa un film su sé stesso chiaramente ne fa una trasposizione romanzata e dà la propria immagine della sua vita, io non potevo avere un ulteriore filtro. Dovevo partire da lui, e avevo già il mio, di filtro, quello della sceneggiatrice (Monica Rametta, ndr.), di Renato, non avrei voluto aggiungere anche quello di Franco».

E di sicuro, il risultato portato sullo schermo da Aita è stato sostenuto da tutta la famiglia del cantautore: «Cristina Battiato (che è la figlia del fratello di Franco, Michele, ndr.) fin da subito era entusiasta. Quando facevano i provini per trovare Franco, li sottoponevano a lei. E quando ha visto il mio provino si è commossa moltissimo e ha detto “Per me è lui”, c’è stata una sorta di benedizione immediata di Cristina sulla mia scelta».

S’è instaurato un bel rapporto fra Aita e i Battiato, con loro che raccontavano all’attore aneddoti e abitudini del cantautore, per poi andare a trovarlo sul set di tanto in tanto. «Quando l’ultima settimana abbiamo girato a Milo, loro erano nella casa di Franco mentre noi stavamo sul set, e pranzavo con loro, stavamo insieme, è stata un’esperienza profondamente immersiva nel mondo di Franco, che mi ha aiutato moltissimo». Per tutti i suoi 120 minuti, il film porta sullo schermo un Battiato estremamente credibile e fedele, che per forza di cose non riesce a dire tutto quello che avrebbe voluto o potuto dire, ma lascia lo spettatore con la sensazione di essersi davvero affacciato su uno scorcio, seppur ristretto, della vita del cantautore.

E se questo succede, è perché Aita nel ruolo s’è calato completamente, al punto che cinque mesi dopo la fine della lavorazione non rintraccia un momento preciso in cui ha sentito una scena “sua”: «In quel momento lì, io ero… lontano da me. È difficile dirti cos’è che sentivo più mio, quale scena fosse più mia, per me era tutto spostato da un’altra parte. Il “personaggio Dario”, chiamiamolo così, la “maschera Dario” (ride, ndr.), era stata soppiantata dalla “maschera Franco”. Le scene in cui io ho sentito il maggiore trasporto ti direi che sono quelle in cui probabilmente, a mio avviso, Franco avrebbe sentito maggiore trasporto. Ne ricordo una su tutte, c’era il concerto di Ballista, quando lui suona il piano e io sono con Fleur, e stiamo ascoltando la musica. Quella la ricordo come una scena che mi ha attraversato in maniera forte. E poi le scene con mia madre. Nella scena in cui lui canta “E ti vengo a cercare” davanti al Papa, a Franco nella realtà accadde di interrompersi perché attraversato da un’emozione molto forte. E devo dire che durante le mie prove, quando studiavo i pezzi musicali con la mia vocal coach, Eleonora Bruni, mi ricordo che è successa la stessa cosa. Non riuscivo a portare a termine la canzone perché emotivamente era troppo forte».
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

GLI ARTICOLI PIÚ LETTI