Dopo Harry la frana a Niscemi, l'esperto: "Non è solo colpa del ciclone, ecco perché"
Giorgio Cecchini, vicepresidente dell'Ordine dei Geologi siciliani, spiega cosa sta succedendo nella cittadina nissena e che legame c'è col maltempo dei giorni scorsi
La frana a Niscemi, case e auto sospese
Situazione drammatica a Niscemi per la frana che ha colpito il territorio nelle scorse ore. Nel mirino la zona est della città, sotto il Belvedere nell'area del torrente Bonifazio, in prossimità del quartiere Sante Croci, dove si contano 1.060 persone evacuate (quindi quasi tutti i residenti del quartiere), che hanno trovato rifugio in casa di parenti e amici o nel Palazzetto dello Sport "Pio La Torre".
Una Sicilia che si mostra in ginocchio: prima il ciclone Harry. Dopo nemmeno una settimana, la frana a Niscemi. C'è una correlazione fra i due eventi? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Cecchini, vicepresidente dell’Ordine dei Geologi di Sicilia: «Le condizioni meteorologiche legate al ciclone Harry hanno possibilmente contribuito come fattore innescante, ma non si può stabilire un rapporto diretto ed esclusivo con l’evento franoso di Niscemi.
In territori come questo, caratterizzati da assetti geomorfologici fragili e da instabilità pregresse - spiega Cecchini -, le precipitazioni intense o prolungate agiscono spesso da elemento di riattivazione di fenomeni già presenti. È importante chiarire che questi eventi non sono più eccezionali né imprevedibili: rientrano in uno scenario ormai strutturale, legato anche ai cambiamenti climatici.
Parlare di eventi completamente evitabili non è corretto dal punto di vista geologico; ciò che invece è possibile, e necessario, è ridurre il rischio attraverso una pianificazione adeguata e interventi di mitigazione. I dati dimostrano che dove si è investito in prevenzione e nella conoscenza del territorio, i danni risultano significativamente più contenuti».
In entrambi i casi, ad essersi attivata è stata la Protezione Civile: «Il fatto che non si siano registrate vittime rappresenta un risultato importante delle attività di previsione, allertamento e gestione dell’emergenza – conclude Cecchini -. Questo conferma che la risposta emergenziale funziona. Tuttavia, non può essere l’unico livello di intervento: occorre affiancare all’emergenza una programmazione strutturata, basata su strumenti urbanistici aggiornati e su una corretta valutazione del rischio geologico. La prevenzione resta l’unica strategia realmente sostenibile».
Per la frana di Niscemi si è parlato di “scorrimento rotazionale”. Ma di cosa si tratta? «Citando Varnes, lo scorrimento è un tipo di fenomeno franoso in cui il materiale si sposta lungo una superficie di rottura riconoscibile, chiamata superficie di scorrimento, che può essere neo formata e/o riattivata - spiega il vicepresidente dei geologi siciliani -. Lo scorrimento rotazionale è un tipo di scorrimento che si manifesta con un collasso iniziale seguito da una rotazione, intorno ad un asse parallelo all’inclinazione del pendio, del materiale coinvolto lungo una superficie di rottura».
Ma cosa è accaduto nel Nisseno? Un territorio non nuovo, purtroppo, a fenomeni franosi. L’ultimo lo scorso 16 gennaio, quando erano state interessate le aree di Belvedere–Canale e la strada provinciale SP12. Fenomeni correlati?
«L’abitato di Niscemi insiste su un altopiano morfologicamente delimitato da scarpate sui versanti Nord, Ovest e Sud, che sono state interessate, nel corso del tempo, da diversi fenomeni di instabilità gravitativa – spiega Cecchini -. Tali processi hanno coinvolto prevalentemente le aree agricole circostanti e, in alcune occasioni, hanno interessato anche i settori periferici dell’abitato, in particolare lungo i versanti occidentale e meridionale.
Il dissesto attualmente oggetto di particolare attenzione interessa il versante occidentale dell’altopiano, già sede di movimenti franosi storicamente documentati. Il fenomeno, riattivatosi in data 16 gennaio, ha mostrato un’evoluzione negativa, secondo uno spostamento retrogrado al paese a partire dal 25 gennaio, risultando allo stato attuale ancora in fase evolutiva».
Per il vicepresidente dell’Ordine dei Geologi di Sicilia, «il rispetto delle Norme di Attuazione del Piano per l’Assetto Idrogeologico (PAI) ha costituito uno strumento fondamentale per la mitigazione del rischio associato ai fenomeni franosi e, pur in assenza di dati diretti di dettaglio, si presume che tali prescrizioni siano state considerate nell’ambito della pianificazione urbanistica vigente».
Quel che è prioritario, tuttavia, adesso, per l’esperto, è intervenire con misure urgenti finalizzate alla tutela della popolazione direttamente esposta al rischio. Solo in una fase successiva, e sulla base di approfondimenti tecnico-scientifici e con adeguato distacco emergenziale, sarà possibile valutare il rispetto dei criteri di sicurezza adottati e l’eventuale necessità di aggiornamento delle cartografie di pericolosità del PAI in relazione al nuovo assetto geomorfologico.
«Adesso, quindi, è necessario attivare un monitoraggio continuo dell’evoluzione del fronte di frana, garantendo nel contempo adeguate misure di assistenza e sicurezza per la popolazione esposta – prosegue Cechini -. In questa fase,,risulta opportuno definire una fascia di rispetto e sicurezza all’interno della quale effettuare controlli sistematici sull’andamento del fenomeno. Le attività di monitoraggio e gli approfondimenti geologici consentiranno, in una fase successiva, di valutare e progettare eventuali interventi di mitigazione. Allo stato attuale, tuttavia, non sussistono ancora elementi sufficienti per assumere decisioni definitive».
Come detto, però, il Nisseno non è nuovo a fenomeni del genere. Sembra, infatti, che ad essere predisposto sia proprio il territorio: «Niscemi, così come altre aree limitrofe, è particolarmente predisposta a questo tipo di fenomeni perché è costituita da depositi geologicamente giovani, di età pleistocenica, caratterizzati da materiali poco consolidati come sabbie limose e argille sabbiose. Inoltre – precisa il vicepresidente dell’Ordine dei Geologi di Sicilia - i processi di sollevamento tettonico in atto favoriscono un’intensa attività erosiva, che rende i versanti più vulnerabili a fenomeni di instabilità gravitativa».
A Niscemi, intanto, si attende il geologo dell'università di Firenze, il professor Casagli, docente di Geologia applicata all’Università di Firenze e presidente dell’OGS. «Non posso esprimere valutazioni sull’operato del Professor Casagli, in quanto non conosco le modalità con articolerà il suo studio – spiega Cecchini-. È certo, invece, che la prima fase imprescindibile consiste nel rilievo accurato dello stato di fatto e nella ricostruzione storica dei fenomeni che hanno interessato l’area. Questi passaggi rappresentano la base essenziale per definire in modo rigoroso l’indirizzo scientifico e operativo che lo studio dovrà seguire».
Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, la Sicilia è stata interessata da due fenomeni che hanno messo in ginocchio il territorio: nemmeno una settimana fa, il ciclone Harry ha devastato, soprattutto, diversi comuni del Catanese e del Messinese. Adesso, la frana a Niscemi.
Una Sicilia che si mostra in ginocchio: prima il ciclone Harry. Dopo nemmeno una settimana, la frana a Niscemi. C'è una correlazione fra i due eventi? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Cecchini, vicepresidente dell’Ordine dei Geologi di Sicilia: «Le condizioni meteorologiche legate al ciclone Harry hanno possibilmente contribuito come fattore innescante, ma non si può stabilire un rapporto diretto ed esclusivo con l’evento franoso di Niscemi.
In territori come questo, caratterizzati da assetti geomorfologici fragili e da instabilità pregresse - spiega Cecchini -, le precipitazioni intense o prolungate agiscono spesso da elemento di riattivazione di fenomeni già presenti. È importante chiarire che questi eventi non sono più eccezionali né imprevedibili: rientrano in uno scenario ormai strutturale, legato anche ai cambiamenti climatici.
Parlare di eventi completamente evitabili non è corretto dal punto di vista geologico; ciò che invece è possibile, e necessario, è ridurre il rischio attraverso una pianificazione adeguata e interventi di mitigazione. I dati dimostrano che dove si è investito in prevenzione e nella conoscenza del territorio, i danni risultano significativamente più contenuti».
In entrambi i casi, ad essersi attivata è stata la Protezione Civile: «Il fatto che non si siano registrate vittime rappresenta un risultato importante delle attività di previsione, allertamento e gestione dell’emergenza – conclude Cecchini -. Questo conferma che la risposta emergenziale funziona. Tuttavia, non può essere l’unico livello di intervento: occorre affiancare all’emergenza una programmazione strutturata, basata su strumenti urbanistici aggiornati e su una corretta valutazione del rischio geologico. La prevenzione resta l’unica strategia realmente sostenibile».
Per la frana di Niscemi si è parlato di “scorrimento rotazionale”. Ma di cosa si tratta? «Citando Varnes, lo scorrimento è un tipo di fenomeno franoso in cui il materiale si sposta lungo una superficie di rottura riconoscibile, chiamata superficie di scorrimento, che può essere neo formata e/o riattivata - spiega il vicepresidente dei geologi siciliani -. Lo scorrimento rotazionale è un tipo di scorrimento che si manifesta con un collasso iniziale seguito da una rotazione, intorno ad un asse parallelo all’inclinazione del pendio, del materiale coinvolto lungo una superficie di rottura».
Ma cosa è accaduto nel Nisseno? Un territorio non nuovo, purtroppo, a fenomeni franosi. L’ultimo lo scorso 16 gennaio, quando erano state interessate le aree di Belvedere–Canale e la strada provinciale SP12. Fenomeni correlati?
«L’abitato di Niscemi insiste su un altopiano morfologicamente delimitato da scarpate sui versanti Nord, Ovest e Sud, che sono state interessate, nel corso del tempo, da diversi fenomeni di instabilità gravitativa – spiega Cecchini -. Tali processi hanno coinvolto prevalentemente le aree agricole circostanti e, in alcune occasioni, hanno interessato anche i settori periferici dell’abitato, in particolare lungo i versanti occidentale e meridionale.
Il dissesto attualmente oggetto di particolare attenzione interessa il versante occidentale dell’altopiano, già sede di movimenti franosi storicamente documentati. Il fenomeno, riattivatosi in data 16 gennaio, ha mostrato un’evoluzione negativa, secondo uno spostamento retrogrado al paese a partire dal 25 gennaio, risultando allo stato attuale ancora in fase evolutiva».
Per il vicepresidente dell’Ordine dei Geologi di Sicilia, «il rispetto delle Norme di Attuazione del Piano per l’Assetto Idrogeologico (PAI) ha costituito uno strumento fondamentale per la mitigazione del rischio associato ai fenomeni franosi e, pur in assenza di dati diretti di dettaglio, si presume che tali prescrizioni siano state considerate nell’ambito della pianificazione urbanistica vigente».
Quel che è prioritario, tuttavia, adesso, per l’esperto, è intervenire con misure urgenti finalizzate alla tutela della popolazione direttamente esposta al rischio. Solo in una fase successiva, e sulla base di approfondimenti tecnico-scientifici e con adeguato distacco emergenziale, sarà possibile valutare il rispetto dei criteri di sicurezza adottati e l’eventuale necessità di aggiornamento delle cartografie di pericolosità del PAI in relazione al nuovo assetto geomorfologico.
«Adesso, quindi, è necessario attivare un monitoraggio continuo dell’evoluzione del fronte di frana, garantendo nel contempo adeguate misure di assistenza e sicurezza per la popolazione esposta – prosegue Cechini -. In questa fase,,risulta opportuno definire una fascia di rispetto e sicurezza all’interno della quale effettuare controlli sistematici sull’andamento del fenomeno. Le attività di monitoraggio e gli approfondimenti geologici consentiranno, in una fase successiva, di valutare e progettare eventuali interventi di mitigazione. Allo stato attuale, tuttavia, non sussistono ancora elementi sufficienti per assumere decisioni definitive».
Come detto, però, il Nisseno non è nuovo a fenomeni del genere. Sembra, infatti, che ad essere predisposto sia proprio il territorio: «Niscemi, così come altre aree limitrofe, è particolarmente predisposta a questo tipo di fenomeni perché è costituita da depositi geologicamente giovani, di età pleistocenica, caratterizzati da materiali poco consolidati come sabbie limose e argille sabbiose. Inoltre – precisa il vicepresidente dell’Ordine dei Geologi di Sicilia - i processi di sollevamento tettonico in atto favoriscono un’intensa attività erosiva, che rende i versanti più vulnerabili a fenomeni di instabilità gravitativa».
A Niscemi, intanto, si attende il geologo dell'università di Firenze, il professor Casagli, docente di Geologia applicata all’Università di Firenze e presidente dell’OGS. «Non posso esprimere valutazioni sull’operato del Professor Casagli, in quanto non conosco le modalità con articolerà il suo studio – spiega Cecchini-. È certo, invece, che la prima fase imprescindibile consiste nel rilievo accurato dello stato di fatto e nella ricostruzione storica dei fenomeni che hanno interessato l’area. Questi passaggi rappresentano la base essenziale per definire in modo rigoroso l’indirizzo scientifico e operativo che lo studio dovrà seguire».
Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, la Sicilia è stata interessata da due fenomeni che hanno messo in ginocchio il territorio: nemmeno una settimana fa, il ciclone Harry ha devastato, soprattutto, diversi comuni del Catanese e del Messinese. Adesso, la frana a Niscemi.
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
|










Seguici su Facebook
Seguici su Instagram
Iscriviti al canale TikTok
Iscriviti al canale Whatsapp
Iscriviti al canale Telegram




