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Lavora dove nessuno vorrebbe stare: la coraggiosa scelta di Federica nella sua Sicilia

Ha 33 anni ed è di Marsala, dove tutti la conoscono per il suo mestiere di necroforo. "Ho iniziato quasi per caso, oggi accompagno le famiglie nei loro momenti più difficili"

Jana Cardinale
Giornalista
  • 8 febbraio 2026

Federica Marino

A 33 anni, mentre molti cercano ancora il proprio posto nel mondo, lei lo ha trovato in silenzio, tra lenzuola bianche, fiori e addii. È diventata responsabile necroforo, si prende cura delle salme e accompagna le famiglie nel momento più fragile. Non lo fa con fatica, perché per lei consolare è una vocazione.

Da tre anni lavora dove la maggior parte delle persone non vorrebbe mai entrare: nelle camere ardenti, vivendo il suo mestiere come una forma di servizio. Federica Marino, diplomata all’Istituto Magistrale, e già cassiera in un locale pubblico, oggi non prepara solo salme, prepara gli addii, non solo con le parole, ma con i gesti, con il silenzio quando occorre, con la cura.

Ha scelto di lavorare con la morte per stare dalla parte dei vivi. In realtà voleva fare l’infermiera, poi, quasi per caso, ha iniziato ad accompagnare nell’attività il padre, rimasto un giorno senza autista: doveva essere una parentesi, ma è diventata una scelta. Essere infermiera avrebbe significato curare i vivi, stare accanto ai corpi che lottano, non a quelli che hanno già smesso di farlo; poi Federica ha cambiato strada e da una mano tesa in una situazione di difficoltà, quella sostituzione è diventata una scelta di vita.

Piano piano ha imparato tutto e non se ne è più andata. Entrare in contatto quotidiano con la morte, a poco più di trent’anni, non è semplice. Serve equilibrio, forza emotiva, capacità di restare presenti senza farsi travolgere. Federica lo ha capito subito: quel lavoro non è solo tecnico, ma è soprattutto prendersi cura di chi resta. Ed è anche una grande responsabilità; significa essere professionale, ma anche umana, rassicurare, spiegare, stare in silenzio quando serve.

Un lavoro fatto di tanti gesti delicati: sistemare un vestito, pettinare i capelli, coprire una mano, accendere una candela. Dettagli che, per chi vive un lutto, diventano fondamentali. Significa cercare sempre di restituire dignità a tutti, come una forma di rispetto. A colpire, parlando con lei, è il contrasto tra ciò che fa e ciò che è. Ama viaggiare, ridere, stare con gli amici, progettare. Ama la vita, in tutte le sue sfumature. Non si è mai chiusa nel dolore degli altri, non si è mai fatta indurire. Questo lavoro non l’ha resa triste, anzi, le ha insegnato a non sprecare il tempo, a godersi le cose semplici. Forse perché quando si vede la fine così da vicino, si impara a dare valore a tutto.

È una giovane donna in un settore ancora molto maschile, ma ha dimostrato che si può essere forti senza perdere la sensibilità. Negli anni è diventata un punto di riferimento a Marsala. Le famiglie la ricordano, la ringraziano, e questo significa che qualcosa è arrivato.

Che non l’hanno vista solo come una professionista, ma come una persona. E quando le si chiede se rifarebbe tutto, non esita: «Sì. Anche se non era nei miei programmi iniziali, anche se è nato per caso. A volte la vita ti porta dove devi essere, anche se pensavi di andare da un’altra parte». Il suo mondo è quell’attività di famiglia in cui prima lavorava come segreteria, occupandosi dell’amministrazione.

Poi è diventata responsabile necroforo, che significa andare dalla famiglia, occuparsi della documentazione, della vestizione, del trucco, per chi lo richiede, dei capelli, della sistemazione della salma, e di organizzare la cerimonia funebre, dal funerale in chiesa, alla cancellazione dall'anagrafe della popolazione residente, dall’andare dal medico di base, al Comune; ed è anche autista del carro funebre.

Oltre ai decessi di Marsala le è capitato di lavorare a Trapani, Alcamo, e Palermo. La sua è una figura rara da trovare nel territorio al femminile, per le competenze complessive acquisite. Per formarsi ha seguito un corso di necroforo e poi di responsabile. «Curo tutti i rapporti con la famiglia, e per fare questo occorre portare avanti un certo tipo di dialogo. Ci vuole molta empatia, bisogna capire dall’altro lato se c’è diffidenza e in qualche caso all’inizio mi è successo: poi invece si affidano e ti delegano su tutto; io firmo gli atti, divento figura vicina alla famiglia e nel mio lavoro non ci sono né orari, né ricorrenze e festività, nulla. Il mio compagno mi dà una mano e poi abbiamo otto ragazzi reperibili sempre, due ogni settimana per le vestizioni, ma durante la cerimonia siamo in sette, otto.

Nel mio lavoro ho visto di tutto e quando si arriva a lavorare in queste situazioni si trova la disperazione dei familiari, dei genitori. Ricordo un episodio in particolare che mi ha toccata profondamente: una ragazza molto giovane, che doveva prendere servizio come hostess per una compagnia aerea, ed è morta il giorno prima in un incidente stradale. Le abbiamo messo la divisa… l’abbiamo truccata e poi fatta vedere ai genitori. La mamma, che incontro sempre perché va ogni giorno al cimitero, quando mi vede mi saluta con profondo affetto, quasi riconoscenza».

Federica è una ragazza solare e sa che arrivando a casa deve staccare da tutto. «Se dovessi pensare a quello che vedo, non vivrei più. Si deve pur andare avanti. Io so che o si è giovani o vecchi, è sempre una perdita… . Per non parlare di quando si tratta di neonati. Lì capisci che la vita riserva anche cose molto crudeli e che spesso per nulla ci si arrabbia e amareggia. Ecco, questo non lo credo giusto. Bisognerebbe saper dare il giusto peso alle cose».

Da quando ha iniziato, tre anni fa, per dare una mano al padre che era rimasto senza l’autista, non è più riuscita a lasciare quello che fa. «Forse in questo mi ha aiutata l’aver fatto per dieci anni volontariato come autista soccorritore nelle ambulanze private. E comunque devo dire grazie a mio padre, Michele, che mi ha insegnato tanto e che ancora adesso continua a farlo. Così ho imparato a spiegare tutto alle famiglie, a non lasciarle mai da sole».

Federica, che ama il mare, e d’estate quando può, non se lo perde, che ama uscire con le amiche, ma anche leggere, sa che la morte che fa parte della vita, e mette sempre il suo lavoro al primo posto. «Se sono fuori per relax e mi chiamano, lascio tutto e vado. Preferisco esserci sempre, e in ogni caso prima di partire per eventuali vacanze, mi organizzo con i nostri ragazzi».

Il suo è un lavoro invisibile, di quelli che raramente finiscono sotto i riflettori. Eppure è fondamentale. E ci ricorda che anche nei luoghi più silenziosi può esserci una forma profonda di umanità.
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