Tutti pazzi per Tony Pitony: chi è l'artista siciliano che sta conquistando le classifiche
Maschera di Elvis e testi che dividono. In meno di un anno è passato dai social ai primi posti in classifica, diventando uno dei fenomeni musicali più discussi del momento
Tony Pitony
C’è chi lo ama e chi lo odia. Chi lo considera un genio e chi lo liquida come uno che dice cose sconce solo per attirare attenzione. Tony Pitony sta esattamente in mezzo a questa frattura e non fa nulla per ricucirla, anzi sembra alimentarla, perché è da lì che nasce il suo racconto.
Siracusano, classe 1996. Fine. Di lui sappiamo solo questo. Il resto è coperto da una maschera iconica, quella di Elvis, diventata ormai più Pitony che Presley. Basta fare un giro online per rendersene conto che la maschera si compra per “fare Tony Pitony”, non per imitare Elvis. Un cortocircuito culturale che racconta bene quanto sia assurdo e potente il progetto.
La prima apparizione pubblica è alle audizioni di X Factor. Arriva mascherato ma ancora in fase embrionale. Canta "Hallelujah" di Cohen in una versione ironica e neomelodica. Spiazza tutti. Tre no e un solo sì, quello di Mika, che sembra l’unico a intuire che dietro quell’operazione strana e borderline c’è una voce vera e un’idea che va oltre il talent. In giuria c’è anche Emma che dice di no (tenetelo a mente!).
Dopo quella comparsa, il silenzio. Anni in cui Tony Pitony sembra sparire. Qualche live in Sicilia, locali, festival. Nulla che faccia rumore. Nulla che lasci immaginare quello che succederà dopo. Il punto di svolta non arriva da un palco importante ma dai social. Da un video apparentemente leggero con Marco Castello, amico e complice artistico. Una rivisitazione della sigla delle "Gocciole" fatta quasi per gioco in modo del tutto. Poi altri video. Spezzoni di live ripresi col telefono. Esibizioni che girano di chat in chat. Il passaparola corre più veloce di qualsiasi promozione.
All’improvviso la domanda diventa una sola "Ma tu lo conosci Tony Pitony?". È qui che nasce il fenomeno. Ed è un fenomeno atipico. Tony non passa quasi mai in radio. Non è onnipresente in tv. Non segue il percorso classico dell’artista che scala le classifiche a colpi di esposizione. Tony Pitony non è per tutti e sembra saperlo benissimo. Lui si definisce un "artista concettuale".
Più semplicemente viene da definirlo "autentico". Autentico nel modo in cui porta in scena il personaggio e nel modo in cui lo difende senza mai spiegarsi davvero. Tony Pitony incarna quel compagno delle medie che faceva sempre caciara. Quello che teneva banco con battute e doppi sensi. L’anima della festa. A volte anche quello che ti stava antipatico. Quello che divideva la classe. (Ammettiamolo, tutti ne abbiamo avuto uno).
Tony prende quel tipo umano e lo trasforma in racconto musicale. Senza filtri. Senza moralismi. Nei testi non gira intorno alle cose. Parla di corpi. Di sesso. Di quotidianità. Di quello che normalmente si tiene sottovoce.
La hit "Culo", per esempio, è uno dei brani simbolo del repertorio, che racconta cosa prova un uomo quando la partner è in quel periodo del mese. Un testo che ha fatto discutere, irritare, scatenare reazioni anche forti, comprese alcune prese di posizione femministe. Ma che ha centrato il punto. Il tabù funziona sempre come miccia "L’importante è che se ne parli".
L’estetica è volutamente sopra le righe. Un immaginario che pesca dal porno retrò anni Settanta. Sporco. Esagerato. Quasi fastidioso. Ma fermarsi allo scandalo è una scorciatoia. Perché sotto c’è molto altro. C’è una voce che regge. Ci sono arrangiamenti curati. C’è una consapevolezza musicale che non è improvvisata. In questo Tony Pitony ricorda Elio e le Storie Tese. La provocazione funziona perché è sostenuta da una struttura solida.
Tony sa benissimo quello che fa. E lo fa con una strana eleganza. Anche quando sembra il contrario. Il mistero che circonda il progetto è parte integrante del gioco. Come Liberato, ma in versione "Made in Sicily" più sporca. Più carnale. Più diretta. Non sapere chi sia davvero diventa un elemento narrativo. Non un limite.
Dal vivo succede altro. I concerti non sono semplici live ma spettacoli totali. Tony cambia pelle continuamente. Diventa Gesù, Berlusconi con la bandana a Porto Cervo , un calciatore della nazionale. Come se fosse un’action figure con infinite versioni. Attorno a lui ruota un universo assurdo e coerente insieme. Il Gabibbo. I nani. Versioni alternative di Tony Pitony stesso. Un caos controllato che sembra improvvisazione e invece è parte di un mondo preciso. Sotto il palco nasce un rapporto diretto, direi anche fisico e sicuramente senza filtri.
Due ore di scambio continuo in cui pubblico e artista si riconoscono. Non ci sono buoni o cattivi. Solo persone, senza generi e orientamenti sessuali, quando tutti in coro cantano «Mi piacciono le nere, non sono razzista. Il nero non è più un colore che mi rattrista».
Musicalmente Tony attraversa pop, funk, rnb. Versioni acustiche comprese. Sempre con ironia. Senza appesantire. Anche quando tocca temi delicati lo fa con una leggerezza che non è superficialità ma scelta precisa. Il segreto di Tony Pitony sta probabilmente qui. Nella costruzione di un personaggio che paradossalmente è più vero di tanti altri. Arriva dritto. Senza fronzoli.
E conquista anche chi all’inizio gli aveva detto no. Emma compresa, che oggi ha ammesso di ascoltarlo spesso. Ironia della sorte. Condividono anche il podio dei singoli più ascoltati in Italia. Il 2025 è stato l’anno della nascita ufficiale. Ma non sembra affatto una fine. Con un tour europeo alle spalle e un’estate che lo porterà anche a Bagheria e Catania, è difficile pensare che smetteremo di parlarne presto.
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