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Che succede sotto lo Stretto: il nuovo studio che può mettere in discussione il Ponte

La ricerca, condotta da Ingv e Cnr, rivela che la deformazione della crosta terrestre non dipende da un’unica grande faglia. La situazione sarebbe ben più complessa

Aurelio Sanguinetti
Esperto di scienze naturali
  • 24 febbraio 2026

Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina

Sotto le acque dello Stretto di Messina non c’è una semplice frattura della crosta terrestre, ma un intreccio complesso di faglie che si muovono come un sistema coordinato. È questo il quadro che emerge da una recente ricerca pubblicata sulla rivista Tectonophysics e realizzata da studiosi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, del Consiglio Nazionale delle Ricerche e di diverse università europee.

Lo studio ha analizzato oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, utilizzando strumenti molto avanzati, tra cui sensori installati direttamente sul fondale marino dello Stretto di Messina. Grazie a queste tecnologie, affermano i ricercatori all’interno del blog della stessa INGV, è stato possibile ottenere una “radiografia” più precisa di ciò che accade sotto la superficie, rivelando che la deformazione della crosta non dipende da un’unica grande faglia, ma da un mosaico di strutture interconnesse, attive sia a terra sia sotto il mare.

Questa ricerca è destinata a fare particolarmente discutere, non solo perché riscrive in parte le nostre conoscenze geologiche dello Stretto, ma poiché si va direttamente a inserire nella discussione accesa sulla fattibilità del Ponte sullo Stretto, di cui più volte i geologi hanno parlato negativamente, esprimendo i loro dubbi.

Tornando allo studio, gli autori hanno scoperto che i terremoti nello Stretto si originano principalmente in due fasce di profondità. La prima è relativamente superficiale, tra i 6 e i 20 chilometri, ed è legata alla fratturazione della crosta continentale. La seconda è molto più profonda, tra i 40 e gli 80 chilometri, e riguarda i movimenti della placca ionica che sprofonda sotto la Calabria. Questo significa che la sismicità visibile in superficie è collegata a processi che avvengono decine di chilometri più in basso.

Per capire perché quest’area sia così instabile bisogna analizzare bene il contesto geografico di riferimento. Lungo lo Stretto si incontrano infatti la placca africana, che spinge verso nord, e quella euroasiatica. La litosfera africana, in particolare, scende sotto la Calabria all’altezza del Mar Ionio, in un processo chiamato subduzione calabra. Questo lento ma continuo movimento deforma la crosta, creando tensioni che generalmente si liberano sotto forma di potenti terremoti.

Pensando agli eventi che hanno segnato quest’area della Sicilia, la memoria collettiva non può non andare soprattutto al terremoto del 28 dicembre 1908, che devastò Messina e Reggio Calabria provocando oltre 75.000 vittime. Ancora oggi gli scienziati discutono su quale segmento di faglia abbia generato il terremoto, ma le nuove ricerche mostrano che l’evento fu probabilmente il risultato dell’interazione di più strutture geologiche, oggi finalmente identificate con precisione.

Negli ultimi decenni la sismicità registrata è stata ovviamente più bassa, raggiungendo raramente le magnitudo superiori a 4. Alcuni dei terremoti sono stati localizzati vicino all’area dell’evento del 1908, a dimostrazione che il sistema è tutt’altro che inattivo.

Come chiariscono i geologi, per chi vive sulle due sponde dello Stretto, questi risultati non sono solo sterili dati scientifici. Comprendere meglio la struttura profonda dell’area significa migliorare le valutazioni di pericolosità sismica e pianificare con maggiore consapevolezza nuove strutture e piani di fuga, che rappresentano gli strumenti fondamentali di prevenzione che disponiamo.
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