Cento minuti di Battiato dietro la macchina da presa: quando girò "Perdutoamor"
Come rivelò il maestro fu Simona Benzakein, all’epoca vice presidente per la produzione europea per la Warner Bros., a convincerlo a in pochissimo tempo a fare un film
Un frame da "Perdutoamor" di Franco Battiato
Era la primavera del 2003 quando “Perdutoamor" – il titolo richiamava direttamente il brano con cui si apriva il suo ultimo disco dell’epoca, “Fleurs³”, a sua volta rivisitazione della canzone di Adamo datata 1963 – arrivò nelle sale, contando nel suo cast Corrado Fortuna nel ruolo del protagonista, Ettore Corvaja, Donatella Finocchiaro nel ruolo di Mary, la madre di Ettore, Lucia Sardo nei panni di Nerina, Ninni Bruschetta in quelli del marito di Mary, Luigi, e poi Anna Maria Gherardi come nonna di Ettore, Gabriele Ferzetti, Carmelo Galati, Nicole Grimaudo e lo stesso Manlio Sgalambro, prestatosi a vestire i panni del professor Martino Alliata.
Come rivelò Battiato in un’intervista, fu Simona Benzakein, all’epoca vice presidente per la produzione europea per la Warner Bros., a convincerlo in pochissimo tempo a girare un film. «Ogni tanto – diceva il cantautore in un’intervista che oggi è nell’archivio storico dell’Istituto Luce – ho pensato di far qualcosa nel cinema, ma mai seriamente, e mai credendoci. Non l’avrei mai fatto, da me, questo passo. Pensi sempre che non è il tuo mezzo, fai un altro mestiere… invece adesso, a film finito, mi piacerebbe ripetere quest’esperienza».
Perno del film, che oggi si avvicina a compiere venticinque anni, era la storia di Ettore Corvaja (interpretato nella prima metà dal giovane Luca Vitrano, nella seconda, come dicevamo, da Corrado Fortuna), un bambino che nel 1955 aveva circa dieci anni, e dei diversi maestri che la vita gli assegna, dal filosofico professor Martino Alliata a nonna Augusta sino ai musicisti incontrati più tardi, a metà anni Sessanta, a Milano, da Maurizio Arcieri (che in una memorabile sequenza in un bar canta proprio la sua "Cinque minuti e poi", accompagnato, almeno scenicamente, da Alberto Radius – vero chitarrista di Battiato in dischi come "La voce del padrone", "Patriots" e "L’era del cinghiale bianco" – alle chitarre e da Morgan al basso) al maestro di tantra che nella trasferta a Milano insegna a Ettore a guardare al mondo che tiene dentro di sé.
"Perdutoamor" fu l’occasione, per Battiato, di avere «una possibilità in più», quella di raccontare la propria visione del mondo attraverso delle immagini anziché attraverso la sola «sonorità pura», com’era successo sino a quel momento. La troupe andò a girare, alla fine del 2002, a Ragusa (in piazza Duomo) e Ragusa Ibla (a Palazzo Arezzo e in altre strade del centro storico), a Riposto (in corso Italia), a Ispica (alla basilica di Santa Maria Maggiore), a Vittoria (in piazza del Popolo), a Catania (nel centro storico), poco fuori Santa Venerina (a Villa Fago), e ad Aci Castello.
Per diverse settimane, tutte le location vennero riportate indietro alla metà degli anni Cinquanta e Sessanta, con Battiato che si aggirava per il set dando le sue indicazioni avvolto in una lunga giacca a vento nera e con la testa coperta da un cappellino di lana color ruggine. Nonostante tutto possa far pensare a un racconto autobiografico, "Perdutoamor", secondo il suo stesso regista, non lo era – come rivelava sempre nell’intervista custodita oggi all’Istituto Luce – «nel senso che un autore parla delle cose che ha conosciuto, delle cose che ha incontrato, e credo di aver fatto questo».
Anche se, ammetteva Battiato, «coincidono tanti punti», poi tutto il resto del racconto è inventato. «È vera – diceva – la storia, ma come quella di chiunque. Se uno parte per Milano in cerca di lavoro non è autobiografia, perché sono centinaia di migliaia di milioni di persone che partono e vanno verso qualche luogo in cerca di lavoro, e poi anche gli incontri del bambino, tutta l’infanzia, la descrizione di questa Sicilia inventata non mi appartiene, non è vero che ho vissuto questo, mi sarebbe piaciuto, forse ho messo quello che avrei voluto vivere».
Corrado Fortuna venne scelto per interpretare il personaggio di Ettore adulto dopo avere esordito, l’anno precedente, in “My Name Is Tanino” di Paolo Virzì. Il suo primo incontro con Battiato avvenne in un hotel a Palazzo Lucernari, nella centralissima via del Babuino, a Roma, e dopo aver passato una settimana a Cinecittà, prima dell’inizio delle riprese, al fianco di Battiato, l’attore disse di non aver più avuto bisogno del copione se non poco prima di entrare in scena: «Lui mi ha spiegato con poche parole e con pochi gesti cosa voleva da me. È molto contento – disse Fortuna mentre il film era ancora in lavorazione – . Chissà che ne verrà fuori».
E in realtà tanto torto Corrado Fortuna non aveva: ai Nastri d’argento dell’anno successivo, "Perdutoamor" portò a casa quello per Franco Battiato come miglior regista esordiente, venne candidato anche nelle categorie migliore sceneggiatura, migliore attrice non protagonista (a Donatella Finocchiaro), migliore scenografia, migliori costumi e fece aggiudicare al suo protagonista il premio Guglielmo Biraghi.
Come ci si aspettava da un film di un artista che aveva rivoluzionato la musica in Italia, a fare da ossatura fondamentale fu la colonna sonora, che rispecchiava le atmosfere delle due raccolte “Fleurs”, piene di reinterpretazioni dei brani – anzi, come le definiva proprio Battiato, le «canzoni primitive, in cui con tre accordi e parole molto semplici si cristallizzavano dei sentimenti collettivi che ancora oggi ritroviamo intatti – che il cantautore aveva incontrato nel suo percorso di crescita musicale».
Laddove i due volumi di “Fleurs” sino ad allora pubblicati offrivano le versioni cantate da Battiato dei brani di Bruno Lauzi (“Se tu sapessi”, “Ritornerai”) o Luigi Fiumicelli (“Sigillata con un bacio”) e tantissimi altri, “Perdutoamor” sfoggiava nella sua colonna sonora prevalentemente le interpretazioni originali, dell’epoca, quasi come se il film fosse nato per fare da “colonna visiva” alle due raccolte “Fleurs” (sì, la terza, intitolata però “Fleurs 2”, uscì dopo la seconda, che s’intitolava invece “Fleurs³”).
A farla da padrone era anche la musica classica, influenza fondamentale per Battiato, che proprio ascoltando le fughe di Bach e le sinfonie di Brahms (“Nei miei ricordi, la quarta sinfonia di Brahms” cantava in “Il mito dell’amore”) aveva iniziato a sperimentare su un organo da chiesa, e quei movimenti delle dita aveva poi trasposto sui sintetizzatori con cui giocava nei primi dischi del suo periodo sperimentale.
Battiato arrivava dietro la macchina da presa senza mai aver fatto alcuna esperienza sul campo, e ammetteva di non aver rispettato né «quella che gli operatori chiamano grammatica» né «la struttura classica (del film, ndr.), la stessa storia è pretestuosa – anche se c’è una storia, ma è dispiegata in quadri che si alternano, come tutti sospesi», esattamente come aveva fatto in musica (da ricordare che Battiato, com’è evidenziato in una scena del biopic di Renato De Maria a breve su Rai 1, prima dell’incontro con Antonio Ballista e Giusto Pio non sapeva né leggere uno spartito né riconoscere una nota), eppure Corrado Fortuna – che i set invece, anche se pochi, li aveva bazzicati frequentemente già all’epoca, sia nel reparto regia sia come attore – diceva che Battiato gli sembrava «nato per far questo, per dirigere».
Classico da Battiato, verrebbe da dire. Ad oggi, il film – che per i suoi cento minuti cammina in una Sicilia lucida e onirica – è praticamente introvabile, ed è un peccato perché nel voler conoscere l’artista sarebbe interessante, per chi lo scopre all’indomani dell’operazione targata Casta Diva e Rai Fiction, o dopo essere usciti dalla mostra su di lui che si tiene in questi mesi al museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, recuperare anche la sua prima incursione nel cinema (a cui seguirono “Musikanten”, con Alejandro Jodorowsky nel ruolo di Beethoven, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Lucia Sardo e Antonio Rezza, e un paio di documentari altrettanto rari). E invece non è disponibile su nessuna piattaforma, mentre sul mercato home video è reperibile sì, ma a cifre altissime dettate dal mercato dei collezionisti. Incrociamo le dita, in attesa della sua seconda vita, venticinque anni dopo.
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
|










Seguici su Facebook
Seguici su Instagram
Iscriviti al canale TikTok
Iscriviti al canale Whatsapp
Iscriviti al canale Telegram




