Non è Palermo ma celebra Santa Rosalia: a Lentiscosa c'è pure l'Acchianata
Così il volto estatico della Santuzza è presente su balconi, finestre e festoni, lontano dalla sua Isola come per un prodigio calcolato da un architetto invisibile
Il rito di Santa Rosalia a Lentiscosa
Ci sono fili invisibili che uniscono luoghi lontani, mossi da un’ingegneria del destino che sfugge a ogni logica terrestre. Mentre a centinaia di chilometri di distanza Palermo risale le pendici del Monte Pellegrino, la stessa devozione antica si ripete tra le alture cilentane. Il volto estatico della Santuzza, presente su balconi, finestre e festoni, lontano dalla sua isola come per un prodigio calcolato da un architetto invisibile, mi viene incontro in un appuntamento del tutto inaspettato.
Ma come arrivò fin lassù la Nobile Normanna che scelse, come altre donne della sua epoca, di farsi eremita nel nome di Cristo? La risposta affonda le radici in uno dei drammi più devastanti della storia europea: le grandi epidemie del XVII secolo. Per comprendere la portata di questi culti taumaturgici bisogna fare un salto indietro e calarsi in un mondo privo di microscopi e teorie microbiche. Fino alla fine dell’Ottocento, l’umanità combatteva con un nemico invisibile.
Nell’Europa del Seicento, la medicina galleggiava ancora nelle teorie umorali di Galeno e nell’ipotesi dei "miasmi": si credeva che l’epidemia fosse causata dall'aria corrotta. Senza antibiotici e senza comprensione del contagio, le città diventavano trappole mortali. Le cure prevedevano interventi chirurgici sui bubboni, cataplasmi e impiastri corrosivi per favorire la rottura della pelle, oltre a salassi, purghe ed emetici che acceleravano la disidratazione e il collasso cardiovascolare. Pratiche errate che finivano per indebolire il paziente o aggravare l’infezione.
In ultimo si ricorreva alla Teriaca, un intruglio composto da oltre sessanta ingredienti (tra cui carne di vipera essiccata e oppio) considerato un’autentica panacea universale. L’unica prevenzione per chi visitava i malati era la maschera a becco del “Medico della Peste”: una veste di cuoio incerato unita al caratteristico "becco" riempito di erbe aromatiche, spezie e spugne imbevute d’aceto. Le epidemie del 1624 a Palermo e del 1656 a Napoli rappresentarono due dei momenti più drammatici del Mezzogiorno d’Italia.
Sebbene separate da appena trent’anni, le due crisi differirono per portata, mortalità e impatto socio-culturale. Quella di Palermo fu soprattutto bubbonica e arrivò dal mare; quella di trent’anni dopo fu setticemica e polmonare, giunta con le truppe spagnole. A Palermo l’epidemia fu affrontata con rigore amministrativo. Appena accertata la presenza del morbo portato da una nave tunisina, il Senato e il Viceré applicarono rigide norme di sanità pubblica: chiusura delle porte della città, isolamento dei contagiati nel Lazzaretto di Solanto e tracciamento dei contatti.
La peste palermitana, sappiamo che si concluse dopo il prodigioso ritrovamento delle ossa della Santa, secoli dopo la sua morte, lasciando la città demograficamente salda e dotata di un nuovo, potente simbolo di identità collettiva. La peste di Napoli fu invece un’ecatombe “barocca” di proporzioni gigantesche. Napoli era allora una delle metropoli più popolate d’Europa, con una densità abitativa insostenibile e precarie condizioni igieniche.
Sono sempre più convinta che siamo mossi da ragnatele d’intersezione così perfette che chiamarle "coincidenze" pare un insulto al grande disegno delle cose. Il 4 settembre, lontana da Palermo, il destino ha deciso di tendermi il suo tranello più bello: celebrare e affidarsi a Santa Rosalia lontano da Monte Pellegrino, eppure con la stessa identica vibrazione nel petto.
La fede e le radici non conoscono geografia, e il fato sa esattamente dove farti approdare. È la magia di una devozione a distanza che chiede ordine nella "peste" metaforica della vita; così, caduta nella tela di una coincidenza perfetta, vedo che ogni filo porta, inevitabilmente, allo stesso abbraccio spirituale, facendo sentire chiunque a casa, ovunque si trovi.
Santa Rosalia Patrona di un piccolo borgo
Rosalia Sinibaldi è la Santa Patrona di un piccolo borgo, Lentiscosa: unico luogo del Cilento dove si conserva il rito dell’Acchianata verso la chiesa sul monte, una salita che richiama in modo impressionante quella al Monte Pellegrino. Da Palermo a Lentiscosa ritorna la tradizione sacra nata attorno all'incubo della peste, fatta di una linea di pietra, sudore e preghiere. Un percorso che unisce terrore e speranza, due forze che per secoli hanno governato le comunità mediterranee di fronte all’incomprensibile. I Santi Taumaturghi furono i protagonisti di una devozione che ebbe un impatto non solo sulla fede spirituale, ma sull’intero tessuto sociale.Ma come arrivò fin lassù la Nobile Normanna che scelse, come altre donne della sua epoca, di farsi eremita nel nome di Cristo? La risposta affonda le radici in uno dei drammi più devastanti della storia europea: le grandi epidemie del XVII secolo. Per comprendere la portata di questi culti taumaturgici bisogna fare un salto indietro e calarsi in un mondo privo di microscopi e teorie microbiche. Fino alla fine dell’Ottocento, l’umanità combatteva con un nemico invisibile.
La peste
Oggi sappiamo che il responsabile della peste è il Yersinia pestis, un batterio virulento, la cui riserva naturale è rappresentata dai roditori selvatici ed è trasmesso all’uomo dalle pulci. La forma più comune, quella bubbonica, si manifestava con l’ingrossamento doloroso dei linfonodi, i celebri "bubboni". Se poi il batterio entrava nel circolo sanguigno o nei polmoni, la mortalità sfiorava il cento per cento in pochissimi giorni.Nell’Europa del Seicento, la medicina galleggiava ancora nelle teorie umorali di Galeno e nell’ipotesi dei "miasmi": si credeva che l’epidemia fosse causata dall'aria corrotta. Senza antibiotici e senza comprensione del contagio, le città diventavano trappole mortali. Le cure prevedevano interventi chirurgici sui bubboni, cataplasmi e impiastri corrosivi per favorire la rottura della pelle, oltre a salassi, purghe ed emetici che acceleravano la disidratazione e il collasso cardiovascolare. Pratiche errate che finivano per indebolire il paziente o aggravare l’infezione.
In ultimo si ricorreva alla Teriaca, un intruglio composto da oltre sessanta ingredienti (tra cui carne di vipera essiccata e oppio) considerato un’autentica panacea universale. L’unica prevenzione per chi visitava i malati era la maschera a becco del “Medico della Peste”: una veste di cuoio incerato unita al caratteristico "becco" riempito di erbe aromatiche, spezie e spugne imbevute d’aceto. Le epidemie del 1624 a Palermo e del 1656 a Napoli rappresentarono due dei momenti più drammatici del Mezzogiorno d’Italia.
Sebbene separate da appena trent’anni, le due crisi differirono per portata, mortalità e impatto socio-culturale. Quella di Palermo fu soprattutto bubbonica e arrivò dal mare; quella di trent’anni dopo fu setticemica e polmonare, giunta con le truppe spagnole. A Palermo l’epidemia fu affrontata con rigore amministrativo. Appena accertata la presenza del morbo portato da una nave tunisina, il Senato e il Viceré applicarono rigide norme di sanità pubblica: chiusura delle porte della città, isolamento dei contagiati nel Lazzaretto di Solanto e tracciamento dei contatti.
La peste palermitana, sappiamo che si concluse dopo il prodigioso ritrovamento delle ossa della Santa, secoli dopo la sua morte, lasciando la città demograficamente salda e dotata di un nuovo, potente simbolo di identità collettiva. La peste di Napoli fu invece un’ecatombe “barocca” di proporzioni gigantesche. Napoli era allora una delle metropoli più popolate d’Europa, con una densità abitativa insostenibile e precarie condizioni igieniche.
Così il culto della Santuzza varcò il mare
Quando il medico Giuseppe Bozzelli denunciò la presenza del contagio nei primi mesi del 1656, venne messo a tacere dalle autorità per evitare il panico e il blocco del commercio — ed è strano osservare come la storia tenda a ripetersi. Il ritardo nelle quarantene causò un’esplosione epidemica senza precedenti: in pochi mesi la città fu svuotata, con migliaia di corpi accumulati nelle strade e gettati nelle cave di tufo. La catastrofe di Napoli fu così profonda che le comunità rurali del Regno, terrorizzate dall’inefficacia delle misure tradizionali, cercarono protezione rivolgendo le proprie preghiere proprio alla Santa che trent’anni prima aveva salvato Palermo: fu in questa drammatica estate del 1656 che il culto di Santa Rosalia varcò il mare e mise radici nei borghi del Cilento.Sono sempre più convinta che siamo mossi da ragnatele d’intersezione così perfette che chiamarle "coincidenze" pare un insulto al grande disegno delle cose. Il 4 settembre, lontana da Palermo, il destino ha deciso di tendermi il suo tranello più bello: celebrare e affidarsi a Santa Rosalia lontano da Monte Pellegrino, eppure con la stessa identica vibrazione nel petto.
La fede e le radici non conoscono geografia, e il fato sa esattamente dove farti approdare. È la magia di una devozione a distanza che chiede ordine nella "peste" metaforica della vita; così, caduta nella tela di una coincidenza perfetta, vedo che ogni filo porta, inevitabilmente, allo stesso abbraccio spirituale, facendo sentire chiunque a casa, ovunque si trovi.
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Sui canali social
|























