Tetto sugli stranieri, a Palermo riguarda più di 5mila studenti: coro di "no" nelle scuole
Il provvedimento di Valditara solleva polemiche anche nelle scuole in città. Al Ferrara il 30% non ha cittadinanza italiana: "L'integrazione non si ottiene così"
Scuola
Se la parola “integrazione” si concretizza con un tetto massimo del 30% di alunni stranieri per classe, non tutti sono d’accordo con questa lettura, soprattutto in Sicilia, dove la misura rischia di scontrarsi con la realtà demografica di alcuni territori.
Lo scorso 20 settembre la premier Meloni ha rilanciato il provvedimento del ministro Valditara: classi più equilibrate per gli studenti stranieri di primo arrivo o con una conoscenza minima della lingua italiana, corsi di italiano e divieto di burqa e niqab.
Un provvedimento che, a dire dell'esecutivo, punta a una maggiore integrazione degli studenti con cittadinanza non italiana, valorizzando al contempo l’identità italiana, anche attraverso nuovi programmi scolastici. Ma ciò che ha fatto sorgere più di un dubbio è una domanda: se in un territorio l’incidenza degli studenti stranieri è già significativa, come è possibile applicare questa misura?
Tra il 2018/19 e il 2023/24, gli studenti con cittadinanza non italiana nell'Isola sono passati da circa 21.000 a quasi 30.000, con un aumento di oltre l’8.700 unità (+40%). Nello stesso periodo, gli studenti italiani sono diminuiti di oltre 11.000 unità. In questo contesto, la scuola siciliana ha bisogno di più risorse, più organici, più mediatori culturali e più investimenti sull’inclusione, non di misure che alimentano divisione e disuguaglianza.
Una proposta che soprattutto nella provincia di Ragusa risulterebbe complessa da realizzare. «Al di là dell’evidente ingiustizia di separare gli studenti in base alla cittadinanza – dichiara Adriano Rizza, segretario generale della Flc Cgil Sicilia – creando classi “ghetto” e negando il diritto all’inclusione sancito dalla Costituzione, la proposta si rivela materialmente irrealizzabile in territori come la provincia di Ragusa, dove l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana sul totale è del 13%, più del triplo della media regionale, che si attesta al 4,1%. Qui applicare un tetto del 30% significherebbe dover ridistribuire centinaia di studenti nelle altre scuole. Ma dove?».
Un’operazione che, secondo il segretario generale, rischierebbe di complicare l’organizzazione scolastica e di costringere famiglie e ragazzi a spostamenti difficili da sostenere.
Per la dirigente sarebbe invece necessario investire maggiormente sulle risorse a disposizione delle scuole. «Bisognerebbe aumentare le risorse: penso ai docenti specializzati in italiano L2 che diventino parte dell’organico, ai mediatori linguistici e culturali e, soprattutto, alla possibilità di incrementare gli organici. Spesso sono gli stessi nostri alunni a diventare una risorsa, aiutandoci e facendoci da maestri nell’integrazione. Dal punto di vista didattico, questi ragazzi possono rappresentare una risorsa in più. La società è cambiata e la scuola deve essere messa nelle condizioni di accompagnare questo cambiamento».
Lo scorso 20 settembre la premier Meloni ha rilanciato il provvedimento del ministro Valditara: classi più equilibrate per gli studenti stranieri di primo arrivo o con una conoscenza minima della lingua italiana, corsi di italiano e divieto di burqa e niqab.
Un provvedimento che, a dire dell'esecutivo, punta a una maggiore integrazione degli studenti con cittadinanza non italiana, valorizzando al contempo l’identità italiana, anche attraverso nuovi programmi scolastici. Ma ciò che ha fatto sorgere più di un dubbio è una domanda: se in un territorio l’incidenza degli studenti stranieri è già significativa, come è possibile applicare questa misura?
I dati in Sicilia
Il caso ha sollevato diverse critiche. È netto il parere della Flc Cgil Sicilia, che parla di una proposta “ingiusta e impraticabile” in diversi territori dell’Isola. Secondo i dati più recenti del ministero dell’Istruzione e del Merito, riferiti all’anno scolastico 2024/2025, in Sicilia sono 30.174 gli alunni con cittadinanza non italiana: 5.263 nella scuola dell’infanzia, 10.534 nella primaria, 6.771 nella secondaria di primo grado e 7.606 nella secondaria di secondo grado.Tra il 2018/19 e il 2023/24, gli studenti con cittadinanza non italiana nell'Isola sono passati da circa 21.000 a quasi 30.000, con un aumento di oltre l’8.700 unità (+40%). Nello stesso periodo, gli studenti italiani sono diminuiti di oltre 11.000 unità. In questo contesto, la scuola siciliana ha bisogno di più risorse, più organici, più mediatori culturali e più investimenti sull’inclusione, non di misure che alimentano divisione e disuguaglianza.
Una proposta che soprattutto nella provincia di Ragusa risulterebbe complessa da realizzare. «Al di là dell’evidente ingiustizia di separare gli studenti in base alla cittadinanza – dichiara Adriano Rizza, segretario generale della Flc Cgil Sicilia – creando classi “ghetto” e negando il diritto all’inclusione sancito dalla Costituzione, la proposta si rivela materialmente irrealizzabile in territori come la provincia di Ragusa, dove l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana sul totale è del 13%, più del triplo della media regionale, che si attesta al 4,1%. Qui applicare un tetto del 30% significherebbe dover ridistribuire centinaia di studenti nelle altre scuole. Ma dove?».
Un’operazione che, secondo il segretario generale, rischierebbe di complicare l’organizzazione scolastica e di costringere famiglie e ragazzi a spostamenti difficili da sostenere.
Il caso della scuola Ferrara a Palermo
Sulla stessa linea è la dirigente scolastica dell’istituto di Istruzione superiore Francesco Ferrara di Palermo, Ilaria Virciglio, realtà in cui circa il 30% degli studenti è composto da alunni stranieri. «Parto dal presupposto che già la ministra Gelmini aveva sancito la regola del tetto del 30% e non è un caso che quella circolare ministeriale sia rimasta totalmente disattesa, perché nella prassi didattica e costituzionale entra in forte conflitto con la realtà. Creare un tetto significherebbe dire a una persona che non può entrare a scuola: dove dovrebbe andare? In un’altra scuola? Con quale prossimità territoriale? L’esperienza del Ferrara dimostra che il problema non si risolve in questo modo: è vero che possono esserci difficoltà linguistiche, ma dal mio punto di vista non si affrontano imponendo un tetto alla percentuale di alunni stranieri».Per la dirigente sarebbe invece necessario investire maggiormente sulle risorse a disposizione delle scuole. «Bisognerebbe aumentare le risorse: penso ai docenti specializzati in italiano L2 che diventino parte dell’organico, ai mediatori linguistici e culturali e, soprattutto, alla possibilità di incrementare gli organici. Spesso sono gli stessi nostri alunni a diventare una risorsa, aiutandoci e facendoci da maestri nell’integrazione. Dal punto di vista didattico, questi ragazzi possono rappresentare una risorsa in più. La società è cambiata e la scuola deve essere messa nelle condizioni di accompagnare questo cambiamento».
I dati a Palermo
Anche i dati registrati a Palermo nel 2022/2023, ricavati da un dossier della Flc Cgil Palermo, mostravano un’incidenza significativa di studenti con cittadinanza non italiana: erano 5.194, pari al 2,9% della popolazione scolastica. La scuola primaria era l’ordine con il maggior numero assoluto, con 1.720 alunni, pari al 33,1% del totale provinciale degli studenti con cittadinanza non italiana. Numeri che, considerando il passare degli anni potrebbero oggi essere ulteriormente cresciuti.|
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