"Tra le righe del silenzio", la scrittrice dimenticata in Sicilia: chi fu Giuseppina Patti
Il nuovo saggio di Stefania La Via ricostruisce la storia di una trapanese dell’800, restituendole un’identità rimasta nascosta dietro quella del marito e del figlio
La scrittrice siciliana Giuseppina Patti
Nel suo nuovo saggio Stefania La Via ricostruisce la storia di una scrittrice trapanese dell’Ottocento, restituendole un’identità rimasta per troppo tempo nascosta dietro quella del marito e del figlio. Una ricerca d’archivio lunga tre anni diventa così anche una riflessione sulla condizione femminile, sull’accesso al sapere e sulle tante donne rimaste ai margini della storia.
Una piccola nota bibliografica, giusto qualche dato anagrafico. «Poi c’è stato il silenzio», racconta La Via. Ed è proprio quel silenzio che l’autrice ha scelto di interrogare, seguendo per tre anni una traccia fatta di documenti, lettere, fotografie e testimonianze familiari.
È l’occasione che le permette di accedere allo studio. E Giuseppina dimostra subito una curiosità fuori dal comune: ama la cultura, la storia, la geografia, vuole conoscere il mondo. In una lettera indirizzata al futuro marito arriva a scrivere che ciò che conta davvero è poter studiare, conoscere la storia e la geografia, viaggiare con la mente e con il sapere. È un passaggio che restituisce il ritratto di una donna consapevole del valore dell’istruzione in un’epoca nella quale l’accesso femminile alla cultura era ancora pieno di ostacoli.
Il suo romanzo diventa così anche la testimonianza di una donna che osserva la politica e la società del proprio tempo e che, attraverso la scrittura, prende parte al dibattito. Poi arriva il silenzio. Giuseppina vive una lunga storia d’amore con Pietro La Grassa, ma il matrimonio tarda ad arrivare: Per sedici anni rimane fidanzata con quello che diventerà il suo futuro marito, perchè aveva l’obbligo di assistere le donne della famiglia che l’aveva adottata fino alla loro morte. Si sposerà a 34 anni, un’età considerata avanzata per l’epoca, e poco dopo nascerà il figlio Francesco.
Il caso di Giuseppina diventa così una lente attraverso cui osservare una condizione più ampia. Le donne potevano incontrare ostacoli materiali nell’accesso all’istruzione, ma anche barriere culturali. La stessa idea che uno studio eccessivo potesse compromettere la maternità circolava nel dibattito dell’epoca. A una donna che desiderava affermarsi attraverso la cultura poteva essere attribuita anche l’accusa di vanità. Il confronto con il presente viene quasi spontaneo.
Per Giuseppina Patti la possibilità di studiare rappresenta una conquista straordinaria, quasi una deviazione rispetto al destino che la società aveva immaginato per lei. Oggi quella barriera non esiste quasi più: le donne studiano, si laureano, insegnano, fanno ricerca, scrivono, dirigono istituzioni e imprese. Ma proprio questo confronto rende più evidente quanto il percorso verso la piena autonomia sia stato lungo e complesso. Se l’accesso all’istruzione non costituisce più un ostacolo imposto alle donne, restano altre forme di disuguaglianza, spesso meno visibili e più difficili da misurare.
La vicenda di Giuseppina finisce così per incrociare inevitabilmente una questione ancora presente: quella del tempo che le donne riescono a sottrarre agli obblighi familiari per dedicarsi alle proprie passioni. «Le nostre passioni dobbiamo inseguirle», racconta La Via. Anche perché, aggiunge, il lavoro delle donne continua spesso a essere intrecciato con la cura della famiglia e della casa. La ricerca di Giuseppina nasce, del resto, quasi per caso.
Il suo nome era comparso inizialmente negli studi di La Via dedicati a Francesco La Grassa e all’organo della chiesa di San Pietro a Trapani. In un primo momento era soltanto un riferimento anagrafico. Poi quel nome ha cominciato ad acquistare consistenza. Un incontro con la scrittrice Maria Attanasio ha contribuito ad aprire nuove strade e a mettere La Via in contatto con gli eredi di Giuseppina. Da quel momento gli indizi iniziano a ricomporsi e quella presenza marginale comincia ad assumere i contorni di una storia autonoma.
«Non penso che ci siano delle cose che avvengono per caso», racconta. Per ricostruire quella storia sono serviti circa tre anni di ricerche. La Via ha seguito gli indizi negli archivi, ha consultato documenti, fotografie e lettere, fino a entrare in contatto con i discendenti della scrittrice. Un lavoro nel quale, accanto ai documenti, è stato necessario anche formulare ipotesi. È qui che il saggio affronta un altro tema centrale: dove finisce il documento e dove comincia l’interpretazione dello storico?
Per La Via il documento fornisce dati, ma sono tutti i documenti messi in relazione tra loro a permettere di ricostruire una storia. Lo storico deve poi interpretare quei dati, assumendosi anche il rischio di formulare delle ipotesi, nella consapevolezza che un nuovo documento potrebbe un giorno modificare la ricostruzione. È un principio che attraversa l’intero libro e che diventa particolarmente evidente nei punti in cui la documentazione si interrompe.
Non sappiamo se abbia continuato a scrivere privatamente o se altri suoi testi siano andati perduti. Le carte di famiglia si sono disperse e ciò che resta permette soltanto di formulare alcune ipotesi. Una delle interpretazioni proposte da La Via riguarda il rapporto con il figlio Francesco. La capacità intellettuale e creativa di Giuseppina potrebbe essersi trasformata nella cura e nell’educazione di quel figlio destinato a diventare un importante architetto. «Il suo capolavoro in carne e ossa», lo definisce l’autrice.
Ma anche questa resta una chiave di lettura, non una certezza documentaria. Ed è proprio in questa distinzione che il libro trova una delle sue caratteristiche più interessanti: ricostruire senza colmare arbitrariamente i vuoti, lasciare aperte le domande quando le fonti non consentono risposte certe. In questo senso, la ricerca non restituisce soltanto un nome, ma una persona.
«Restituire voce, corpo e anima» è, per La Via, uno dei compiti fondamentali portati avanti con il libro. L’autrice definisce Giuseppina quasi un “fossile letterario”: una traccia rimasta nel terreno della storia che permette di ricostruire, attraverso gli indizi, un mondo molto più ampio. Il risultato è un saggio storico corredato da bibliografia e fonti, ma costruito anche con una forte componente narrativa.
La Via, che si occupa anche di poesia, definisce questa sua modalità di scrittura una sorta di “letteratura documentale”: l’esigenza di tenere insieme il rigore della ricerca e la dimensione narrativa. È particolarmente evidente quando racconta I Merli e i Malvizi, un’opera di cui esistono pochissime copie. La Via ne ricostruisce la trama anche per evitare che, con la scomparsa delle poche copie rimaste, si perda una parte della memoria dell’opera.
Ed è proprio qui che la ricerca storica lascia spazio alla letteratura. Possiamo immaginare il gesto di un’altra lettrice, più di un secolo dopo, che nella quiete di una biblioteca prende quelle pagine ingiallite dal tempo e torna a leggerle.È forse questo il senso più profondo di "Tra le righe del silenzio": non riempire arbitrariamente i vuoti della storia, ma imparare ad ascoltare ciò che quei vuoti possono ancora raccontare. Anche per questo il libro non è soltanto la biografia di una scrittrice dimenticata. È il tentativo di dare voce alle tante donne che, per ragioni diverse, non hanno avuto la possibilità di lasciare una traccia nella storia o le cui tracce sono state disperse nel tempo.
La speranza di Stefania La Via è che, dopo il libro, rimanga soprattutto il ricordo di Giuseppina «come donna, come essere umano che è vissuto sulla terra e ha lasciato delle piccole tracce , tracce, tracce di una storia fatta anche di nomi dimenticati e di voci rimaste troppo a lungo inascoltate.
Una scrittrice dimenticata
Ci sono vite che restano nascoste tra le pagine di un archivio, dentro una lettera, fin quando qualcuno decide di portarle alla luce. È quello che è accaduto a Giuseppina Patti, scrittrice trapanese dell’Ottocento, la cui vicenda è al centro di "Tra le righe del silenzio", il nuovo saggio di Stefania La Via. Per lungo tempo Giuseppina era rimasta soprattutto una presenza laterale nella storia della sua famiglia: moglie di Pietro La Grassa e madre di Francesco La Grassa, architetto e protagonista dell’architettura trapanese.Una piccola nota bibliografica, giusto qualche dato anagrafico. «Poi c’è stato il silenzio», racconta La Via. Ed è proprio quel silenzio che l’autrice ha scelto di interrogare, seguendo per tre anni una traccia fatta di documenti, lettere, fotografie e testimonianze familiari.
Nata in una famiglia povera
Giuseppina, nata in una famiglia povera e umile, non avrebbe avuto, secondo le consuetudini sociali del tempo, molte possibilità di studiare. Il destino più prevedibile sarebbe stato quello di lavorare come serva o cameriera e sposarsi giovanissima. La sua vita prende però una direzione inattesa quando viene accolta, quasi adottata, da una famiglia dell’alta borghesia trapanese.È l’occasione che le permette di accedere allo studio. E Giuseppina dimostra subito una curiosità fuori dal comune: ama la cultura, la storia, la geografia, vuole conoscere il mondo. In una lettera indirizzata al futuro marito arriva a scrivere che ciò che conta davvero è poter studiare, conoscere la storia e la geografia, viaggiare con la mente e con il sapere. È un passaggio che restituisce il ritratto di una donna consapevole del valore dell’istruzione in un’epoca nella quale l’accesso femminile alla cultura era ancora pieno di ostacoli.
I primi racconti
Giuseppina comincia a scrivere piccoli racconti e arriva poi a comporre un romanzo storico in due volumi, I Merli e i Malvizi, ambientato nella Sicilia del Seicento e incentrato sulla rivolta di Messina del 1672-1674 contro gli spagnoli. Ma, come osserva La Via, raccontare il passato significa per Giuseppina anche parlare del proprio presente. Attraverso la vicenda storica, infatti, la scrittrice riflette sull’Italia appena unificata, sulla necessità di costruire un’identità nazionale e di non dipendere dalle potenze straniere.Il suo romanzo diventa così anche la testimonianza di una donna che osserva la politica e la società del proprio tempo e che, attraverso la scrittura, prende parte al dibattito. Poi arriva il silenzio. Giuseppina vive una lunga storia d’amore con Pietro La Grassa, ma il matrimonio tarda ad arrivare: Per sedici anni rimane fidanzata con quello che diventerà il suo futuro marito, perchè aveva l’obbligo di assistere le donne della famiglia che l’aveva adottata fino alla loro morte. Si sposerà a 34 anni, un’età considerata avanzata per l’epoca, e poco dopo nascerà il figlio Francesco.
La sua produzione letteraria si interrompe
Da quel momento, però, la sua produzione letteraria sembra interrompersi. Ed è proprio qui che si concentra la domanda centrale del saggio: perché una donna che aveva studiato, scritto e dimostrato una tale passione per la cultura smette di scrivere? Stefania La Via non cerca una risposta semplicistica. Non attribuisce quella scelta soltanto al matrimonio o alla maternità, ma prova a ricostruire il contesto sociale nel quale Giuseppina si trovava a vivere. «La società ingloba un individuo - spiega l’autrice - . L’individuo vive dentro la società e introietta anche gli stereotipi ambientali». Giuseppina, in altre parole, era una donna “irregolare” rispetto ai modelli del suo tempo. La sua scelta di interrompere la scrittura può quindi essere letta anche alla luce delle convenzioni, aspettative e limiti che condizionavano le donne dell’Ottocento.Il caso di Giuseppina diventa così una lente attraverso cui osservare una condizione più ampia. Le donne potevano incontrare ostacoli materiali nell’accesso all’istruzione, ma anche barriere culturali. La stessa idea che uno studio eccessivo potesse compromettere la maternità circolava nel dibattito dell’epoca. A una donna che desiderava affermarsi attraverso la cultura poteva essere attribuita anche l’accusa di vanità. Il confronto con il presente viene quasi spontaneo.
Per Giuseppina Patti la possibilità di studiare rappresenta una conquista straordinaria, quasi una deviazione rispetto al destino che la società aveva immaginato per lei. Oggi quella barriera non esiste quasi più: le donne studiano, si laureano, insegnano, fanno ricerca, scrivono, dirigono istituzioni e imprese. Ma proprio questo confronto rende più evidente quanto il percorso verso la piena autonomia sia stato lungo e complesso. Se l’accesso all’istruzione non costituisce più un ostacolo imposto alle donne, restano altre forme di disuguaglianza, spesso meno visibili e più difficili da misurare.
La vicenda di Giuseppina finisce così per incrociare inevitabilmente una questione ancora presente: quella del tempo che le donne riescono a sottrarre agli obblighi familiari per dedicarsi alle proprie passioni. «Le nostre passioni dobbiamo inseguirle», racconta La Via. Anche perché, aggiunge, il lavoro delle donne continua spesso a essere intrecciato con la cura della famiglia e della casa. La ricerca di Giuseppina nasce, del resto, quasi per caso.
Il suo nome era comparso inizialmente negli studi di La Via dedicati a Francesco La Grassa e all’organo della chiesa di San Pietro a Trapani. In un primo momento era soltanto un riferimento anagrafico. Poi quel nome ha cominciato ad acquistare consistenza. Un incontro con la scrittrice Maria Attanasio ha contribuito ad aprire nuove strade e a mettere La Via in contatto con gli eredi di Giuseppina. Da quel momento gli indizi iniziano a ricomporsi e quella presenza marginale comincia ad assumere i contorni di una storia autonoma.
«Non penso che ci siano delle cose che avvengono per caso», racconta. Per ricostruire quella storia sono serviti circa tre anni di ricerche. La Via ha seguito gli indizi negli archivi, ha consultato documenti, fotografie e lettere, fino a entrare in contatto con i discendenti della scrittrice. Un lavoro nel quale, accanto ai documenti, è stato necessario anche formulare ipotesi. È qui che il saggio affronta un altro tema centrale: dove finisce il documento e dove comincia l’interpretazione dello storico?
Per La Via il documento fornisce dati, ma sono tutti i documenti messi in relazione tra loro a permettere di ricostruire una storia. Lo storico deve poi interpretare quei dati, assumendosi anche il rischio di formulare delle ipotesi, nella consapevolezza che un nuovo documento potrebbe un giorno modificare la ricostruzione. È un principio che attraversa l’intero libro e che diventa particolarmente evidente nei punti in cui la documentazione si interrompe.
Una questione irrisolta
Una delle questioni rimaste irrisolte riguarda persino la morte di Giuseppina. Non è stata ritrovata la tomba sua e del marito Pietro nel cimitero storico di Trapani. La Via ha consultato anche l’archivio storico del cimitero, ma di fronte all’assenza dei documenti ha scelto di fermarsi: dove non ci sono fonti, spiega, ogni ipotesi rischierebbe di diventare pura fantasia. Anche sulla scrittura di Giuseppina dopo il matrimonio rimane una zona d’ombra.Non sappiamo se abbia continuato a scrivere privatamente o se altri suoi testi siano andati perduti. Le carte di famiglia si sono disperse e ciò che resta permette soltanto di formulare alcune ipotesi. Una delle interpretazioni proposte da La Via riguarda il rapporto con il figlio Francesco. La capacità intellettuale e creativa di Giuseppina potrebbe essersi trasformata nella cura e nell’educazione di quel figlio destinato a diventare un importante architetto. «Il suo capolavoro in carne e ossa», lo definisce l’autrice.
Ma anche questa resta una chiave di lettura, non una certezza documentaria. Ed è proprio in questa distinzione che il libro trova una delle sue caratteristiche più interessanti: ricostruire senza colmare arbitrariamente i vuoti, lasciare aperte le domande quando le fonti non consentono risposte certe. In questo senso, la ricerca non restituisce soltanto un nome, ma una persona.
«Restituire voce, corpo e anima» è, per La Via, uno dei compiti fondamentali portati avanti con il libro. L’autrice definisce Giuseppina quasi un “fossile letterario”: una traccia rimasta nel terreno della storia che permette di ricostruire, attraverso gli indizi, un mondo molto più ampio. Il risultato è un saggio storico corredato da bibliografia e fonti, ma costruito anche con una forte componente narrativa.
La Via, che si occupa anche di poesia, definisce questa sua modalità di scrittura una sorta di “letteratura documentale”: l’esigenza di tenere insieme il rigore della ricerca e la dimensione narrativa. È particolarmente evidente quando racconta I Merli e i Malvizi, un’opera di cui esistono pochissime copie. La Via ne ricostruisce la trama anche per evitare che, con la scomparsa delle poche copie rimaste, si perda una parte della memoria dell’opera.
Ed è proprio qui che la ricerca storica lascia spazio alla letteratura. Possiamo immaginare il gesto di un’altra lettrice, più di un secolo dopo, che nella quiete di una biblioteca prende quelle pagine ingiallite dal tempo e torna a leggerle.È forse questo il senso più profondo di "Tra le righe del silenzio": non riempire arbitrariamente i vuoti della storia, ma imparare ad ascoltare ciò che quei vuoti possono ancora raccontare. Anche per questo il libro non è soltanto la biografia di una scrittrice dimenticata. È il tentativo di dare voce alle tante donne che, per ragioni diverse, non hanno avuto la possibilità di lasciare una traccia nella storia o le cui tracce sono state disperse nel tempo.
La speranza di Stefania La Via è che, dopo il libro, rimanga soprattutto il ricordo di Giuseppina «come donna, come essere umano che è vissuto sulla terra e ha lasciato delle piccole tracce , tracce, tracce di una storia fatta anche di nomi dimenticati e di voci rimaste troppo a lungo inascoltate.
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