Zen, se l’architettura "ignora i bisogni dei cittadini": il progetto che ha diviso Palermo
Nel libro "Fallimento Zen" Danilo Maniscalco torna alle origini di uno dei più discussi progetti di edilizia pubblica di Palermo e riflette sugli errori urbanistici
Quartiere Zen di Palermo
C’è un’immagine di Palermo che non compare nelle cartoline, non si lascia raccontare attraverso i suoi monumenti e difficilmente si presta alle narrazioni rassicuranti di una città ricca di storia e bellezza. È quella dello Zen, un quartiere che da decenni accompagna il dibattito pubblico palermitano, diventando il centro di interrogativi complessi sul rapporto tra architettura, società e istituzioni.
Ma quando un progetto urbanistico non riesce a realizzare le proprie ambizioni, dove si annidano le responsabilità? Nelle scelte di chi lo concepisce, nelle modalità con cui viene realizzato o nelle condizioni in cui si trovano a vivere le persone? È da queste domande che prende le mosse "Fallimento Zen. Lo strano caso di una periferia italiana irrisolta nella Palermo contemporanea", il libro dell’architetto Danilo Maniscalco, presentato mercoledì 28 ottobre all’Oratorio di Sant’Elena e Costantino. Tra i relatori intervenuti Roberto Garufi, Karin Guccione e Silvia D’Asaro.
L’architetto Maniscalco nel suo libro riporta al centro della riflessione una questione spesso affrontata attraverso le sole emergenze sociali e di cronaca: la responsabilità del progetto architettonico-urbanistico.
Il progetto immaginava un insediamento organizzato attraverso una rigorosa griglia geometrica e le cosiddette insulae, grandi unità residenziali che avrebbero dovuto favorire anche la vita collettiva. L’ambizione era costruire un quartiere nel quale abitazioni, spazi comuni e servizi dessero forma a una nuova idea di città. La storia, però, ha seguito un percorso diverso. Modifiche progettuali, ritardi, difficoltà amministrative e servizi rimasti incompiuti hanno contribuito ad allontanare la realizzazione dalle intenzioni iniziali. La distanza tra l’idea originaria e ciò che è stato concretamente costruito costituisce uno dei nodi centrali della riflessione di Maniscalco.
Alla domanda se il fallimento di una periferia dipenda dagli errori di progettazione o dalla società chiamata ad abitarla, l’architetto risponde senza escludere nessuno dei due aspetti, ma individua nella concezione urbanistica una responsabilità fondamentale: «Nello specifico dello Zen, l’errore riguarda sia la progettazione che la società chiamata ad abitare questa realtà. Però secondo me di fondo c’è un progetto palesemente sbagliato, frutto di un bando fuori misura, per carità, con tutte le sollecitazioni che possiamo avere rispetto alla brutta realizzazione. Ma il progetto, e basta vedere una planimetria dall’alto, è una struttura molto chiusa, poco permeabile, troppo rigida e che, di fatto, per quanto possa essere “difforme, resta l’espressione progettuale palese di un pensiero per me sbagliato rispetto ai bisogni primari dell’uomo».
La critica sposta il discorso dal degrado visibile alla concezione stessa dello spazio. L’architettura non è soltanto una questione di edifici, materiali e geometrie: stabilisce distanze, possibilità di incontro, relazioni tra le persone e connessioni con il resto della città. Quando queste connessioni vengono meno, un quartiere rischia di restare separato dal contesto urbano al quale dovrebbe appartenere.
Per Maniscalco, immaginare una trasformazione richiede tempo e un confronto concreto con la comunità: «Sarà difficile. Io scrivo un orizzonte almeno ventennale di trasformazioni, comunque concordate con i residenti, per poter immaginare di uscire da questo progetto profondamente sbagliato, sicuramente datato». Il riferimento a un orizzonte ventennale è significativo: non un intervento estemporaneo, né una soluzione da annunciare per ottenere consenso, ma un processo lungo, capace di coinvolgere chi vive quotidianamente il quartiere.
La responsabilità dell’architettura dunque si esaurisce nel momento in cui un edificio viene completato? «Non si ferma, non si ferma affatto. Se ancora oggi visiti Roma ed entri dentro il Pantheon, o fai una fila interminabile per entrare nei Musei Vaticani, o ancora per vedere la chiesa più importante della cristianità, questo è perché degli architetti hanno assolutamente risolto quegli spazi e hanno di fatto indovinato il progetto. Cioè hanno realizzato qualcosa che, al netto della tipologia, vince perché ti convince ancora oggi, a duemila o a millecinquecento o a mille anni dalla loro costruzione».
Il ragionamento si allarga quindi al rapporto tra architettura e identità culturale: «L’architettura svolge ancora oggi, e speriamo possa durare, una funzione determinante nella costruzione dell’identità di una società. Per questo vediamo i tempii greci e, quando visiti l’Acropoli, senti la presenza di Pericle. Per questo l’architettura romana la riconosci in tutto il Mediterraneo e per questo l’impronta delle civiltà e degli architetti la si ritrova nelle civiltà che hanno saputo rappresentare nel passato».
Da questa premessa deriva una considerazione netta sul valore del giudizio critico, anche quando riguarda figure autorevoli: «Se a queste personalità diamo il primato di geni o talenti o grandi architetti, dobbiamo anche saper leggere quando una cosa è andata storta, e dobbiamo sentirci liberi di dirlo, anzi di scriverlo. Direi che quegli architetti non sono stati bravi a Palermo, hanno sbagliato». Riconoscere gli errori, in questa prospettiva, non significa cancellare il valore dell’architettura né ridurre un’intera vicenda a una condanna. Significa assumersi la responsabilità di analizzare gli esiti di un progetto e capire che cosa sia possibile correggere.
La critica è rivolta a una progettazione calata dall’alto, incapace di trasformare le esigenze degli abitanti in parte integrante del disegno urbano. Per questo l’architetto insiste sulla necessità di cambiare metodo: «Non ci servono più progetti calati dall’alto, non ci servono più falsi guaritori che toppando un progetto come questo, ancora dopo cinquant’anni, ingenerano problemi gravi e irrisolti».
Il libro di Maniscalco non propone scorciatoie né promette soluzioni immediate. Solleva, piuttosto, una questione che riguarda tutte le città: quanto può costare, nel tempo, un progetto incapace di interpretare la complessità umana? E quale responsabilità spetta a chi disegna gli spazi nei quali le persone sono chiamate a vivere? Forse il punto di partenza per ripensare lo Zen non è immaginare un’altra geometria, ma riconoscere che nessuna geometria può bastare senza relazioni, servizi, ascolto e partecipazione. Perché una periferia non è soltanto ciò che si vede su una planimetria: è soprattutto la vita che riesce, o non riesce, a svilupparsi al suo interno.
Ma quando un progetto urbanistico non riesce a realizzare le proprie ambizioni, dove si annidano le responsabilità? Nelle scelte di chi lo concepisce, nelle modalità con cui viene realizzato o nelle condizioni in cui si trovano a vivere le persone? È da queste domande che prende le mosse "Fallimento Zen. Lo strano caso di una periferia italiana irrisolta nella Palermo contemporanea", il libro dell’architetto Danilo Maniscalco, presentato mercoledì 28 ottobre all’Oratorio di Sant’Elena e Costantino. Tra i relatori intervenuti Roberto Garufi, Karin Guccione e Silvia D’Asaro.
L’architetto Maniscalco nel suo libro riporta al centro della riflessione una questione spesso affrontata attraverso le sole emergenze sociali e di cronaca: la responsabilità del progetto architettonico-urbanistico.
Dalle ambizioni del progetto alla realtà del quartiere
Per comprendere la vicenda dello Zen bisogna tornare alla stagione in cui Palermo cercava di rispondere all’emergenza abitativa attraverso grandi interventi di edilizia pubblica. Lo Zen 2 nasce dal concorso nazionale bandito nel 1969 dall’Istituto autonomo case popolari, vinto dal gruppo composto da Franco Amoroso, Salvatore Bisogni, Vittorio Gregotti, Hiromichi Matsui e Franco Purini.Il progetto immaginava un insediamento organizzato attraverso una rigorosa griglia geometrica e le cosiddette insulae, grandi unità residenziali che avrebbero dovuto favorire anche la vita collettiva. L’ambizione era costruire un quartiere nel quale abitazioni, spazi comuni e servizi dessero forma a una nuova idea di città. La storia, però, ha seguito un percorso diverso. Modifiche progettuali, ritardi, difficoltà amministrative e servizi rimasti incompiuti hanno contribuito ad allontanare la realizzazione dalle intenzioni iniziali. La distanza tra l’idea originaria e ciò che è stato concretamente costruito costituisce uno dei nodi centrali della riflessione di Maniscalco.
Alla domanda se il fallimento di una periferia dipenda dagli errori di progettazione o dalla società chiamata ad abitarla, l’architetto risponde senza escludere nessuno dei due aspetti, ma individua nella concezione urbanistica una responsabilità fondamentale: «Nello specifico dello Zen, l’errore riguarda sia la progettazione che la società chiamata ad abitare questa realtà. Però secondo me di fondo c’è un progetto palesemente sbagliato, frutto di un bando fuori misura, per carità, con tutte le sollecitazioni che possiamo avere rispetto alla brutta realizzazione. Ma il progetto, e basta vedere una planimetria dall’alto, è una struttura molto chiusa, poco permeabile, troppo rigida e che, di fatto, per quanto possa essere “difforme, resta l’espressione progettuale palese di un pensiero per me sbagliato rispetto ai bisogni primari dell’uomo».
La critica sposta il discorso dal degrado visibile alla concezione stessa dello spazio. L’architettura non è soltanto una questione di edifici, materiali e geometrie: stabilisce distanze, possibilità di incontro, relazioni tra le persone e connessioni con il resto della città. Quando queste connessioni vengono meno, un quartiere rischia di restare separato dal contesto urbano al quale dovrebbe appartenere.
Il paradosso racchiuso in tre lettere
C’è poi il nome, Zen, che sembra racchiudere un’ironia involontaria. Da una parte evoca una tradizione culturale orientale associata all’equilibrio, all’armonia e all’essenzialità; dall’altra identifica una realtà che nell’immaginario collettivo è diventata sinonimo di difficoltà e contraddizioni irrisolte. Maniscalco parte proprio da questo contrasto, al quale dedica una riflessione nel suo libro: «Io lo scrivo proprio all’inizio del libro e faccio presente che in realtà questa parola, questo acronimo, se vogliamo, ha due definizioni molto forti, mediaticamente sono proprio agli opposti. Una riflette la cultura orientale, nipponica, in cui armonia, equilibrio e benessere, di fatto, sono l’anima del significato della parola stessa. E dall’altro c’è proprio il quartiere di Gregotti, che lo puoi chiamare in mille maniere diverse, lo puoi dedicare ai santi che vuoi. Ma la parola rispetto al degrado urbano, vince ogni battaglia rispetto al rimando del luogo contemporaneo».Per Maniscalco, immaginare una trasformazione richiede tempo e un confronto concreto con la comunità: «Sarà difficile. Io scrivo un orizzonte almeno ventennale di trasformazioni, comunque concordate con i residenti, per poter immaginare di uscire da questo progetto profondamente sbagliato, sicuramente datato». Il riferimento a un orizzonte ventennale è significativo: non un intervento estemporaneo, né una soluzione da annunciare per ottenere consenso, ma un processo lungo, capace di coinvolgere chi vive quotidianamente il quartiere.
Quando l’architettura costruisce il futuro
La riflessione di Maniscalco supera i confini del quartiere. Se l’architettura può contribuire a determinare l’identità di una comunità, la responsabilità del progettista non può esaurirsi nella consegna di un’opera. Gli spazi sopravvivono a chi li realizza e continuano a influenzare la vita delle generazioni successive.La responsabilità dell’architettura dunque si esaurisce nel momento in cui un edificio viene completato? «Non si ferma, non si ferma affatto. Se ancora oggi visiti Roma ed entri dentro il Pantheon, o fai una fila interminabile per entrare nei Musei Vaticani, o ancora per vedere la chiesa più importante della cristianità, questo è perché degli architetti hanno assolutamente risolto quegli spazi e hanno di fatto indovinato il progetto. Cioè hanno realizzato qualcosa che, al netto della tipologia, vince perché ti convince ancora oggi, a duemila o a millecinquecento o a mille anni dalla loro costruzione».
Il ragionamento si allarga quindi al rapporto tra architettura e identità culturale: «L’architettura svolge ancora oggi, e speriamo possa durare, una funzione determinante nella costruzione dell’identità di una società. Per questo vediamo i tempii greci e, quando visiti l’Acropoli, senti la presenza di Pericle. Per questo l’architettura romana la riconosci in tutto il Mediterraneo e per questo l’impronta delle civiltà e degli architetti la si ritrova nelle civiltà che hanno saputo rappresentare nel passato».
Da questa premessa deriva una considerazione netta sul valore del giudizio critico, anche quando riguarda figure autorevoli: «Se a queste personalità diamo il primato di geni o talenti o grandi architetti, dobbiamo anche saper leggere quando una cosa è andata storta, e dobbiamo sentirci liberi di dirlo, anzi di scriverlo. Direi che quegli architetti non sono stati bravi a Palermo, hanno sbagliato». Riconoscere gli errori, in questa prospettiva, non significa cancellare il valore dell’architettura né ridurre un’intera vicenda a una condanna. Significa assumersi la responsabilità di analizzare gli esiti di un progetto e capire che cosa sia possibile correggere.
Coinvolgere chi abita il quartiere
La strada indicata dall’architetto parte invece dall’ascolto e dal coinvolgimento diretto di chi abita il quartiere: «La cosa che invece probabilmente resiste dal punto di vista, se vogliamo, filosofico, è un’azione radicale di interpellanza dei residenti». Un progetto giusto per lo Zen, spiega, non dovrebbe essere definito anzitutto da uno stile architettonico, ma dal processo attraverso cui viene elaborato: «Ecco, un progetto giusto per lo Zen, in questo senso, io non lo immagino più bello o con una vocazione stilistica e linguistica particolare, ma lo vedo proprio partire da questo ragionamento, cioè laboratori costruiti con i residenti, chiedendo a loro una partecipazione attiva, non fittizia in direzione dei loro bisogni reali». Maniscalco chiarisce anche che cosa intenda per partecipazione reale, distinguendola da un coinvolgimento soltanto formale: «Non ci serve la loro partecipazione per poter scrivere il report necessario per avere pagata la parcella del progetto. È tutto il contrario: ci serve il loro apporto creativo, sociale e culturale, per poter far sì che quel luogo abbia il sapore della rappresentanza che chi abita quei luoghi vuole che si abbia».La critica è rivolta a una progettazione calata dall’alto, incapace di trasformare le esigenze degli abitanti in parte integrante del disegno urbano. Per questo l’architetto insiste sulla necessità di cambiare metodo: «Non ci servono più progetti calati dall’alto, non ci servono più falsi guaritori che toppando un progetto come questo, ancora dopo cinquant’anni, ingenerano problemi gravi e irrisolti».
Il libro di Maniscalco non propone scorciatoie né promette soluzioni immediate. Solleva, piuttosto, una questione che riguarda tutte le città: quanto può costare, nel tempo, un progetto incapace di interpretare la complessità umana? E quale responsabilità spetta a chi disegna gli spazi nei quali le persone sono chiamate a vivere? Forse il punto di partenza per ripensare lo Zen non è immaginare un’altra geometria, ma riconoscere che nessuna geometria può bastare senza relazioni, servizi, ascolto e partecipazione. Perché una periferia non è soltanto ciò che si vede su una planimetria: è soprattutto la vita che riesce, o non riesce, a svilupparsi al suo interno.
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