STORIA E TRADIZIONI

A novembre a Palermo c'era il rito delle Catacombe: tra leggende e nomi illustri

Abbiamo appena lasciato alle spalle la Festa dei Morti e oggi vogliamo ricordare il rituale delle famiglie che risale a non molti decenni fa: ve lo raccontiamo

Aurelio Sanguinetti
Esperto di scienze naturali
  • Pubblicato il
    3 novembre 2026

Alcune delle mummie conservate ai Cappuccini (Palermo)

C'è stato un tempo in cui, a Palermo e in buona parte della Sicilia, l'arrivo del mese di novembre aveva un sapore particolare. Non era soltanto il momento di ricordare chi non c'era più, ma un appuntamento atteso soprattutto dai bambini. Abbiamo appena lasciato alle spalle la Festa dei Morti e oggi vogliamo ricordare come fino a non molti decenni fa le famiglie palermitane custodivano un rituale che oggi rischia di perdersi: accompagnare i figli alle Catacombe dei Cappuccini, mostrando loro i corpi di uomini, donne e bambini che il tempo sembrava non aver voluto cancellare.

Il ricordo degli antenati

Questa tradizione veniva compiuta religiosamente soprattutto da quelle giovani famiglie che non avendo nonni o parenti tumulati negli altri cimiteri della città – all’epoca si facevano i figli molto giovani – sceglievano proprio le Catacombe per educare i figli a rispettare il ricordo degli antenati e le vite di coloro che erano venuti prima. Lo sappiamo. Oggi come ieri, visitare le Catacombe non è una passeggiata come le altre. E in effetti all’epoca le famiglie non si inoltravano in profondità nei corridoi sotterranei della Chiesa dei Cappuccini, all’interno del quartiere Cuba, ma mostravano ai figli solo le prime sale, quelle più vicine all’ingresso, in modo tale da suggestionare – tra paura e mistero – giovani menti non ancora abituate a concetti complessi come la fragilità umana.

L’importante però era che tra quelle gallerie silenziose, i genitori insegnavano ai più piccoli il rispetto per i defunti, il valore della vita e la consapevolezza che ogni esistenza, anche la più lunga e importante, è destinata a concludersi. All’epoca, a Palermo, la morte non veniva nascosta dietro una porta chiusa, dietro una spessa bara di legno, che impediva ai piccoli di rivolgere l’ultimo sguardo a nonni ormai trapassati. La morte invece veniva raccontata attraverso la memoria e il volto di chi aveva vissuto prima di noi. Perché questo permettevano di fare le Catacombe: guardare direttamente la morte attraverso le mummie e i vestiti degli antichi palermitani. Del resto, a Palermo il rapporto con i defunti ha sempre avuto qualcosa di speciale.

La notte tra l'1 e il 2 novembre era anche quella dei doni: i bambini si svegliavano convinti che i nonni, gli zii e i parenti scomparsi fossero tornati a far loro visita, lasciando dolci, giocattoli e piccoli tesori. Una tradizione che teneva idealmente uniti i vivi e i morti, ma anche le generazioni: i nonni, anche quando erano ancora accanto ai nipoti, regalavano ai piccoli dei doni in modo tale da essere ricordati una volta defunti.

Non a caso nelle case si preparava u cannistru, il tradizionale cesto colmo di dolciumi: frutta di Martorana, pupaccena, tetù, biscotti, ossa di morto, cioccolato e frutta secca. E insieme alle leccornie arrivavano i balocchi, i giocattoli che i piccoli attribuivano alle anime dei propri cari. Un modo dolce, e profondamente siciliano, per rendere familiare persino l'idea della morte.

Oggi, mentre le vetrine si riempiono di dolci della tradizione e Palermo ha appena celebrato il 2 novembre, vale la pena tornare in quel luogo dove il confine tra passato e presente sembra assottigliarsi fino quasi a scomparire. Tornando a parlare tuttavia della storia delle Catacombe, la tradizione di inumare lì i personaggi più importanti della città comincia alla fine del Cinquecento. I Cappuccini, stabilitisi in città nel 1534, avevano inizialmente utilizzato una fossa comune per seppellire i confratelli.

Nel 1597 decisero però di realizzare un ambiente più ampio e fu in quel momento che scoprirono che quarantacinque corpi sepolti decenni prima si erano conservati naturalmente in maniera sorprendente. Ciò indusse molti nobili e mercanti palermitani dell’epoca di richiedere - dietro una cospicua donazione – di venir sepolti insieme ai frati e il luogo cominciò presto ad attirare l’attenzione, ma all’inizio i frati resistettero alla tentazione.

Sfortunatamente, nel corso dei secoli le richieste aumentarono, tanto che nel 1783 venne consentita la sepoltura anche ai laici che potevano sostenere i costi delle procedure di conservazione. Da lì in avanti, tutti poterono accedere alle Catacombe.

Gli "ospiti" famosi

Tra i personaggi più famosi ospiti di questo inusuale cimitero c’è ovviamente Rosalia Lombardo, la celebre Bella addormentata di Palermo. Si tratta quasi sempre della prima persona che viene in mente quando si parla delle Catacombe. La bambina morì nel 1920, a soli due anni, a causa di una polmonite e fu una delle ultime persone a venire ospitata nelle Catacombe.

Il dolore della famiglia per la sua morte fu così enorme che il padre, Mario Lombardo, decise di affidare il suo corpo alle cure di Alfredo Salafia, imbalsamatore palermitano conosciuto per la sua abilità nelle tecniche di conservazione. Il risultato fu eccezionale. A distanza di oltre un secolo, Rosalia continua ad apparire come una bambina addormentata, tanto che il suo volto è diventato uno dei simboli più conosciuti della Sicilia in tutto il mondo. Tra l’altro, per anni il procedimento utilizzato da Salafia rimase un mistero.

Soltanto nel 2009, grazie al ritrovamento dei suoi appunti, è stato possibile ricostruire la composizione della miscela impiegata: formalina, alcool, glicerina, acido salicilico e sali di zinco. Prima che arrivassero però principi, pittori e nobili, come abbiamo detto furono i religiosi a dare inizio a questa straordinaria storia. Il primo frate consapevole di venire sepolto nelle Catacombe, per riposare per l’eternità come mummia, fu Silvestro da Gubbio, il cui corpo venne deposto nel nuovo cimitero il 16 ottobre 1599.

La sua vicenda è legata alla scoperta dei quarantacinque corpi di cui abbiamo parlato all’inizio, conservatisi naturalmente durante il trasferimento dalla vecchia fossa comune.

Tra i personaggi più interessanti che riposano nelle Catacombe c'è anche Ferdinando Francesco Gravina e Bonanni, principe di Palagonia, figura di spicco dell'aristocrazia siciliana del Settecento. Nato nel 1676, fu un importante uomo politico e diplomatico. Ricoprì incarichi di prestigio, fu pretore di Palermo e presidente del Supremo Consiglio di Sicilia, partecipando attivamente alla vita istituzionale del Regno. Il suo nome è indissolubilmente legato a Villa Palagonia, a Bagheria, la celebre residenza conosciuta come la Villa dei Mostri.

Fu lui, infatti, a promuovere nel 1715 la costruzione della dimora che sarebbe diventata famosa per le sue decorazioni eccentriche e le sculture grottesche, raffiguranti creature fantastiche, mostri, figure caricaturali e personaggi dalle forme bizzarre. Una villa che avrebbe incuriosito e affascinato viaggiatori e intellettuali, tra cui Johann Wolfgang Goethe, durante il suo viaggio in Sicilia. Il principe morì a Palermo il 1° febbraio 1736 e fu sepolto nella chiesa dei Cappuccini con i suoi vestiti nobiliari. La sua figura, oggi, sembra quasi incarnare il contrasto tra la magnificenza aristocratica del Settecento e l'ineluttabilità della morte: l'uomo che aveva circondato la propria vita di meraviglie e stranezze finì per trovare riposo in uno dei luoghi più sorprendenti della città.

Tra gli altri ospiti illustri delle Catacombe c'è anche Giuseppe Velasco, conosciuto pure con le varianti Velasquez e Velasques. Nato a Palermo nel 1750 e morto nel 1827, fu uno degli artisti più importanti della pittura siciliana tra Settecento e Ottocento. L’artista più famoso però presente dai Cappuccini è Guglielmo Borremans, pittore fiammingo nato ad Anversa nel 1672 e morto a Palermo il 17 aprile 1744. Arrivato in Sicilia nei primi anni del Settecento, diventò uno degli artisti più richiesti dalle chiese e dalle famiglie nobiliari dell'isola. Egli contribuì a diffondere il gusto barocco e rococò in numerosi edifici religiosi siciliani e sue sono diverse opere presenti alla Martorana e alla Cattedrale.

Tra le storie più curiose custodite nelle Catacombe c'è però quella di Aiala, ricordato dalla tradizione come il figlio del re di Tunisi. La sua figura è legata a una vicenda di conversione religiosa. Il giovane principe tunisino, infatti, nel Seicento, si convertì al cristianesimo, entrando successivamente in contatto con l'ambiente dei frati Cappuccini.

Questa scelta gli provocò non pochi grattacapi in patria e fu per questo che decise di raggiungere la Sicilia, di cui ammirava le opere arabo normanne. Il problema, quando si parla della sua figura storica, è che non esistono molti dettagli biografici certi che permettono di confermare la sua esistenza.

Infine vogliamo dedicare la parte finale di questo articolo a una figura curiosa, capace ancora dopo molti anni di attirare l'attenzione dei visitatori. Stiamo parlando di Antonino Prestigiacomo. Morì nel 1844, all'età di circa cinquant'anni, e il suo corpo venne sottoposto a un procedimento di conservazione che prevedeva l'impiego dell'arsenico. La mummia si distingue per il volto scuro e per un'espressione che sembra quasi seguire con lo sguardo chi attraversa il corridoio.

Attorno alla sua figura sono nate diverse storie popolari. Una delle più conosciute racconta che Prestigiacomo, ancora in vita, fosse un uomo particolarmente galante e amante della compagnia femminile. In poche parole, era un donnaiolo, che sperperava i suoi averi per risultare più bello possibile. Secondo la leggenda, avrebbe desiderato conservare anche dopo la morte la possibilità di guardare le donne che sarebbero passate davanti alla sua salma, consapevole che alcune delle sue vecchie amanti sarebbero state sepolte vicino a lui. Una di queste starebbe a pochi passi dal suo corpo, essendo morta poco prima di lui… ma anche di questa storia non c’è certezza.

Al di là delle suggestioni popolari, Prestigiacomo è una delle presenze più riconoscibili delle Catacombe. Il suo volto, segnato dal tempo e dalle tecniche di conservazione dell'epoca, dimostra quanto siano futili i tentativi umani di arrestare il processo di decadimento dopo la morte. Per quanto vanitoso e dedito a proteggere la sua bellezza, oggi Prestigiacomo è solo uno dei tanti palermitani che ci guardano dal passato, a ricordarci che la vita è un fragile sospiro fra due infinite e imponderabili oscurità.
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