Le tre (o quattro, cinque) vite di Totò Cuffaro: Grimaldi racconta il documentario
L'autore di "Mery per sempre" ci parla del documentario realizzato sull'ex presidente della Regione siciliana, dalla condanna fino alla sua scarcerazione
Un fotogramma del film con Totò Cuffaro e Aurelio Grimaldi
Presidente della Regione Siciliana (con il 59% dei voti), poi condannato a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato, quindi la scarcerazione. Sono queste le tre vite di Totò Cuffaro che Aurelio Grimaldi racconta nel suo ultimo documentario, “Totò che visse tre volte”, presentato questa sera, mercoledì 4 novembre, al cinema Eden di Termini Imerese.
Non che Grimaldi abbia intenzione di girarli, anzi. Ci tiene a metterlo subito in chiaro: «Non sarò di certo io a dirigerli. Forse, un giorno, qualcuno deciderà di raccontare la discesa in campo di Cuffaro, e quella Sicilia lì». Intanto, queste tre vite sono raccontate in un documentario – che è più una conversazione fra Grimaldi e Cuffaro – nato idealmente il giorno della condanna dell'ex presidente di Regione: «Non ricordo adesso i dettagli – dice Grimaldi – ma tutto nasce quando ho gioito dell’arrivo della sentenza della cassazione. Quando Cuffaro venne portato a Rebibbia, per intenderci. Colpevolmente – lo dico adesso – e malevolmente pensai che fosse giusto che una persona di grande potere come lui, l’uomo più potente della Sicilia quando era al timone della Regione, finisse in galera per i reati che aveva commesso. Era ora, insomma, che si prendesse le sue responsabilità.
Mi fece cambiare idea una foto che vidi, di lui, uscita qualche tempo dopo, in cui era irriconoscibile perché dimagrito, emaciato, deperito. Lui avrebbe potuto comprare tutto il cibo che voleva lì dentro, ma evidentemente la seconda vita in carcere non era compatibile con le abitudini della prima vita, quella di “Totò Vasa Vasa”. La foto che vidi mi smosse un senso di colpa legittimo, perché davanti a un colletto bianco arrestato io mi stavo strafregando del fatto che fosse un essere umano, che stava pagando duramente i suoi errori. Cuffaro ha fatto quattro anni e undici mesi di galera. Se a qualcuno sembrano pochi io spingerei chiunque a passare ventiquattr’ore in cella per vedere cosa si prova».
E sicuramente non avrebbe pensato a una "ricaduta", Aurelio Grimaldi, quando incontrò Cuffaro per le riprese finite adesso nel documentario: «Alla recidiva… ho reagito come tante forze politiche mi hanno raccontato di aver reagito. Ti cito Lagalla, che ho incontrato per parlare del mio nuovo film, che girerò al Cep. L’ho invitato alla serata di anteprima a Termini Imerese, non potrà esserci, mi ha detto, ha un altro impegno. E mi ha stupito vedere che anche il centrodestra lo ha messo da parte come un reietto. “Tutti noi avevamo creduto”, mi ha detto Lagalla, “nella sua rieducazione, e ci siamo rimasti molto male”. Io posso rispondere esattamente come il sindaco, ci sono rimasto male, perché confido sempre in un riscatto. Ma a differenza dei politici di centrodestra che a quanto pare lo hanno messo da parte, io continuo a credere che la rieducazione di un detenuto, che sancisce la Costituzione, si fa di tanti passaggi, di alti e bassi. Questa recidiva è terribile dal punto di vista umano.
Il mio primo pensiero – dice il regista – è stato per la figlia magistrato. Mi sono immaginato alla possibile reazione che avranno avuto i colleghi davanti a questa ricaduta. Io sono certo che Cuffaro dovrà superare un altro periodo di auto-rieducazione. E gli auguro una vita nuova più bella delle precedenti, una vita in cui mi sento di sconsigliargli con tutte le mie forze un ritorno in politica».
Fatica Grimaldi – anche se autore di venti tra film e documentari, e dieci tra romanzi e reportage – a trovare un personaggio cinematografico che possa essere assimilato a Cuffaro: un po', per un momento, sembra avvicinarlo a Frank Abagnale Jr., il protagonista di “Prova a prendermi” di Steven Spielberg interpretato da Leonardo DiCaprio, ma poi ci ripensa: «Mi viene molto difficile rispondere, perché se dovessi scrivere una sceneggiatura su Cuffaro… l’esperienza carceraria sarebbe sicuramente un passaggio. Punterei sulla sua prima vita, quella da potente, e sulla seconda, passata a Rebibbia, in una cella condivisa, con un giudice di sorveglianza che gli negò la presenza al funerale del padre e la visita alla madre ultranovantenne e molto malata. Sono due personaggi diversissimi, i due Cuffari. Cinematograficamente mi interesserebbero meno la terza, la quarta, la quinta e via dicendo. Farei vedere queste due parti della stessa persona, mettendo alla fine un cartello che informa lo spettatore di tutti gli sviluppi successivi, così che ci si possa fare da soli un’idea.
Di sicuro, io da cittadino consideravo Cuffaro un avversario ideale, era l’opposto di tutti i miei ideali. La sua prima condanna avvenne su mio esposto, quando una mia alunna venne a dirmi che a casa sua avevano votato Cuffaro perché a dei suoi parenti era stato promesso di essere assunti come inservienti in ospedale. Tutto questo lo dissi al Maurizio Costanzo Show, seguì un esposto in procura, che lo vide condannato in primo grado, e poi assolto in secondo. Di sconti, sicuramente, non gliene ho mai fatti. Semplicemente, "Totò che visse tre volte" era il titolo che avevo pensato (citando Ciprì e Maresco, ndr.) quando l’avevo visto fuori dalla prigionia. Non potevo pensare che ci sarebbero stati altri suoi coinvolgimenti in problemi giudiziari».
La quarta e la quinta vita di Cuffaro
E ci sarebbero anche la quarta fase della vita dell’ex presidente della Regione Siciliana, quella che lo ha visto ritornare in politica da segretario nazionale della Democrazia Cristiana, e la quinta, quella che lo scorso anno lo ha portato a essere indagato per corruzione e traffico di influenze illecite. Ma per raccontarle ci vorrà forse un altro documentario ancora, forse una miniserie, forse un film.Non che Grimaldi abbia intenzione di girarli, anzi. Ci tiene a metterlo subito in chiaro: «Non sarò di certo io a dirigerli. Forse, un giorno, qualcuno deciderà di raccontare la discesa in campo di Cuffaro, e quella Sicilia lì». Intanto, queste tre vite sono raccontate in un documentario – che è più una conversazione fra Grimaldi e Cuffaro – nato idealmente il giorno della condanna dell'ex presidente di Regione: «Non ricordo adesso i dettagli – dice Grimaldi – ma tutto nasce quando ho gioito dell’arrivo della sentenza della cassazione. Quando Cuffaro venne portato a Rebibbia, per intenderci. Colpevolmente – lo dico adesso – e malevolmente pensai che fosse giusto che una persona di grande potere come lui, l’uomo più potente della Sicilia quando era al timone della Regione, finisse in galera per i reati che aveva commesso. Era ora, insomma, che si prendesse le sue responsabilità.
Mi fece cambiare idea una foto che vidi, di lui, uscita qualche tempo dopo, in cui era irriconoscibile perché dimagrito, emaciato, deperito. Lui avrebbe potuto comprare tutto il cibo che voleva lì dentro, ma evidentemente la seconda vita in carcere non era compatibile con le abitudini della prima vita, quella di “Totò Vasa Vasa”. La foto che vidi mi smosse un senso di colpa legittimo, perché davanti a un colletto bianco arrestato io mi stavo strafregando del fatto che fosse un essere umano, che stava pagando duramente i suoi errori. Cuffaro ha fatto quattro anni e undici mesi di galera. Se a qualcuno sembrano pochi io spingerei chiunque a passare ventiquattr’ore in cella per vedere cosa si prova».
Il primo contatto
Il "primo contatto" fra l’autore di “Mery per sempre” e Cuffaro avviene nel 2019, mentre Grimaldi è in preparazione per il suo film “Il delitto Mattarella”, uscito poi nel luglio dell’anno seguente: in quel caso, incontrando l’ex presidente della Regione Siciliana comincia a muoversi fra le idee di Grimaldi il primo germoglio del documentario in uscita in questi giorni: «Cuffaro, ho appreso, è un politico purosangue, nel senso che la sua vita – anche leggendo la biografia – già da universitario si affaccia all’attività politica. Il suo problema è che a mio avviso lui ha preso a modello di politica uno totalmente sbagliato, quello clientelare, a cavallo fra lobby di potere, situazioni religiose… il problema è che lui nella sua “prima vita” ha inteso la politica in un modo. E adesso, nella sua quarta, quinta o sesta vita che sia, è ripiombato in un’idea di politica fortunatamente sconfitta dalla magistratura. C’è stato però, io credo, un momento – quello in cui “attummuliò” – in cui veramente aveva la volontà di rialzarsi e uscirne».E sicuramente non avrebbe pensato a una "ricaduta", Aurelio Grimaldi, quando incontrò Cuffaro per le riprese finite adesso nel documentario: «Alla recidiva… ho reagito come tante forze politiche mi hanno raccontato di aver reagito. Ti cito Lagalla, che ho incontrato per parlare del mio nuovo film, che girerò al Cep. L’ho invitato alla serata di anteprima a Termini Imerese, non potrà esserci, mi ha detto, ha un altro impegno. E mi ha stupito vedere che anche il centrodestra lo ha messo da parte come un reietto. “Tutti noi avevamo creduto”, mi ha detto Lagalla, “nella sua rieducazione, e ci siamo rimasti molto male”. Io posso rispondere esattamente come il sindaco, ci sono rimasto male, perché confido sempre in un riscatto. Ma a differenza dei politici di centrodestra che a quanto pare lo hanno messo da parte, io continuo a credere che la rieducazione di un detenuto, che sancisce la Costituzione, si fa di tanti passaggi, di alti e bassi. Questa recidiva è terribile dal punto di vista umano.
Il mio primo pensiero – dice il regista – è stato per la figlia magistrato. Mi sono immaginato alla possibile reazione che avranno avuto i colleghi davanti a questa ricaduta. Io sono certo che Cuffaro dovrà superare un altro periodo di auto-rieducazione. E gli auguro una vita nuova più bella delle precedenti, una vita in cui mi sento di sconsigliargli con tutte le mie forze un ritorno in politica».
Fatica Grimaldi – anche se autore di venti tra film e documentari, e dieci tra romanzi e reportage – a trovare un personaggio cinematografico che possa essere assimilato a Cuffaro: un po', per un momento, sembra avvicinarlo a Frank Abagnale Jr., il protagonista di “Prova a prendermi” di Steven Spielberg interpretato da Leonardo DiCaprio, ma poi ci ripensa: «Mi viene molto difficile rispondere, perché se dovessi scrivere una sceneggiatura su Cuffaro… l’esperienza carceraria sarebbe sicuramente un passaggio. Punterei sulla sua prima vita, quella da potente, e sulla seconda, passata a Rebibbia, in una cella condivisa, con un giudice di sorveglianza che gli negò la presenza al funerale del padre e la visita alla madre ultranovantenne e molto malata. Sono due personaggi diversissimi, i due Cuffari. Cinematograficamente mi interesserebbero meno la terza, la quarta, la quinta e via dicendo. Farei vedere queste due parti della stessa persona, mettendo alla fine un cartello che informa lo spettatore di tutti gli sviluppi successivi, così che ci si possa fare da soli un’idea.
Di sicuro, io da cittadino consideravo Cuffaro un avversario ideale, era l’opposto di tutti i miei ideali. La sua prima condanna avvenne su mio esposto, quando una mia alunna venne a dirmi che a casa sua avevano votato Cuffaro perché a dei suoi parenti era stato promesso di essere assunti come inservienti in ospedale. Tutto questo lo dissi al Maurizio Costanzo Show, seguì un esposto in procura, che lo vide condannato in primo grado, e poi assolto in secondo. Di sconti, sicuramente, non gliene ho mai fatti. Semplicemente, "Totò che visse tre volte" era il titolo che avevo pensato (citando Ciprì e Maresco, ndr.) quando l’avevo visto fuori dalla prigionia. Non potevo pensare che ci sarebbero stati altri suoi coinvolgimenti in problemi giudiziari».
Grimaldi e le carceri
Quando si parla di carceri, Grimaldi, originario di Modica, è fra i registi italiani più preparati in assoluto. Le prigioni lui le ha vissute in prima linea, scegliendole come primo approdo del suo percorso di insegnamento, quando il cinema era ancora lontano dai suoi orizzonti ma la sua mente era già piena di letteratura: «Ho insegnato per tre anni e mezzo al Malaspina – dice il regista – . Già da giovanissimo pensavo che le carceri chiuse fossero cose terribili. È una cosa disumana, la galera. Sino a vent’anni, mentre vivevo in Lombardia, sono stato un accanitissimo lettore. “David Copperfield” di Charles Dickens, “La capanna dello zio Tom” di Beecher Stowe, "Incompreso" di Florence Montgomery, li ho consumati tutti e mi hanno fatto subito pensare – nonostante appartenessi a una famiglia borghese, ma di ceto sociale medio-basso – all’ingiustizia sociale. Sono stato fra i primi obiettori di coscienza, e per obblighi di legge decisi di svolgere il servizio civile in un centro sociale di Palermo, nel quartiere Villa Tasca. Fu mia specifica richiesta. Mi occupavo di bambini devianti fra gli otto e i dieci anni. Quell’esperienza ha cambiato totalmente la mia vita, mi ha fatto scegliere di dedicarmi all’insegnamento nelle carceri anziché insegnare storia e filosofia, come avrei voluto inizialmente. Quando ho davanti un carcerato, e i primi tempi ne avevo davanti di giovanissimi, non posso non pensare al fatto di essere stato un privilegiato rispetto a loro che hanno fatto una vita grama».|
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