A Palermo le sfide della rigenerazione urbana: "Innovare con al centro i cittadini"
L'intervista all'architetto e filmaker Antonio Paoletti che nel capoluogo parla delle sfide dell'abitare e dei quartieri che cambiano volto al Museo delle città del mondo
Antonio Paoletti sul set di uno dei suoi cortometraggi
C’è una domanda che attraversa Palermo ogni volta che un quartiere cambia volto, che un edificio scompare o che un nuovo progetto ridisegna un pezzo di città: chi beneficia davvero del cambiamento? E soprattutto, quale spazio rimane per le persone, per la memoria dei luoghi e per le comunità che li abitano? È lo stesso interrogativo che accompagna il lavoro di Antonio Paoletti, architetto, ricercatore e filmmaker, protagonista della serata “Geographies of Change: Addis Abeba e Dhaka. Il cinema di Antonio Paoletti come ricerca urbana” di mercoledì 29 luglio al Museo delle Città del Mondo di Palermo.
Il progetto dell’architetto Paoletti si compone di due cortometraggi : “When I come to your Door”, girato ad Addis Abeba, un progetto finanziato dall’Università Tecnica di Delft e da fondi NWO (Nederlandse Organisatie voor Wetenshappelijk Onderzoek), ovvero del Consiglio Olandese per la Ricerca Scientifica; e poi “The Glow in the Mist” girato a Dhaka, un progetto accademico individuale con la partecipazione di Nelson Mota, Dick van Gamener e Marina Tabassum, architetti e professori al TU Delft. Due città lontanissime dalla Sicilia, Addis Abeba e Dhaka, diventano così uno specchio attraverso cui osservare anche Palermo.
Perché cambiano i continenti, cambiano le culture e le dimensioni urbane, ma restano sorprendentemente simili le tensioni che accompagnano la trasformazione delle città: la ricerca di nuove opportunità economiche, il diritto all’abitare, il rischio che il progresso finisca per cancellare identità e relazioni costruite nel tempo. Paoletti, però, invita subito alla prudenza. «La mia conoscenza di Palermo è piuttosto limitata, quindi faccio fatica a costruire un parallelo diretto», precisa. Ma è proprio raccontando la sua esperienza personale che emerge un filo rosso capace di unire realtà apparentemente inconciliabili.
«Durante il lavoro a Dhaka, dove eravamo impegnati in un progetto di ricerca incentrato sull’abitare a basso costo, ho ascoltato numerosi racconti di migrazione dalle campagne verso la città. Persone che lasciavano i loro villaggi per migliorare le loro condizioni di vita e conquistare l’indipendenza economica. È il processo della rapida urbanizzazione che sta trasformando molte città del mondo».
L’architetto individua un meccanismo che riguarda anche l’Europa e che, in forme diverse, ha interessato la Sicilia e Palermo. «Storicamente la Sicilia era fortemente legata all’economia agricola. Nel corso del Novecento questo equilibrio è cambiato radicalmente: le città sono diventate magnetiche attraggono sempre più persone e risorse. Lo conosco anche personalmente: i miei bisnonni erano contadini marchigiani e si trasferirono a Roma proprio per costruire un futuro migliore. Questo stesso processo è ancora in pieno sviluppo in molte regioni del pianeta: entro il 2050 un abitante su tre vivrà in aree urbane».
Non è dunque una semplice questione geografica. È un fenomeno globale che continua a ridisegnare gli equilibri tra città e territori, rendendo sempre più urgente una riflessione sul modo in cui vengono progettati gli spazi urbani. È proprio osservando Addis Abeba e Dhaka che, secondo Paoletti, diventa possibile cogliere alcuni insegnamenti utili anche per le città europee. «In quei contesti il tema dell’abitare è stato spesso trascurato e le persone hanno dovuto costruirsi da sole uno spazio nella città. Questo significa che sono gli abitanti, con la loro vita quotidiana, a dare realmente forma ai luoghi».
Una prospettiva che, secondo il ricercatore, in Europa si è progressivamente indebolita. «Spesso il progetto urbano viene consegnato ai cittadini come qualcosa di già confezionato. Invece, dovremmo imparare dell’osservazione di come le persone vivono e si appropriano degli spazi. È attraverso queste pratiche quotidiane che la città prende forma». Il cinema, in questo percorso, non è soltanto uno strumento narrativo. Diventa un vero metodo di ricerca. «Quando realizzo un film non penso all’architettura come a una scenografia esteticamente interessante. La telecamera, piuttosto, mi permette di osservare la complessità della città». Paoletti parte sempre dalle persone. Sono le loro storie a rendere comprensibili processi urbani che altrimenti rimarrebbero astratti.
«Nel film girato ad Addis Abeba racconto la storia di una donna che, dopo la demolizione del quartiere in cui viveva, cerca il proprio compagno e trova invece la sua casa e i suoi oggetti sotto le macerie. Attraverso quella vicenda personale emerge una trasformazione urbana molto più ampia e drammatica». Il dettaglio umano diventa così la chiave per leggere fenomeni enormi come la crescita delle metropoli, gli sgomberi, le disuguaglianze e la ridefinizione degli spazi urbani. Un tema che ritorna anche parlando di sviluppo. «Ogni volta che viene realizzato un progetto bisogna chiedersi chi ne beneficia e chi, invece, rischia di pagarne il prezzo», afferma l’architetto.
«Molto spesso esiste una differenza tra gli obiettivi dichiarati e quelli reali». L’esempio arriva ancora una volta da Addis Abeba. «Si parla continuamente di smart city, di modernizzazione e di città del futuro. Ma, allo stesso tempo, vengono demoliti interi quartieri popolari. Se un progetto comporta lo sfratto delle comunità più fragili significa che una parte della popolazione non è stata realmente presa in considerazione». Un principio che, pur riferito a un contesto africano, richiama una riflessione universale e invita anche Palermo a interrogarsi sul significato della rigenerazione urbana: innovare senza perdere il rapporto con chi la città la vive ogni giorno.
Durante la serata saranno proiettati i due lavori che sintetizzano questa ricerca. When I Came to Your Door, girato durante una reale demolizione ad Addis Abeba, racconta il costo umano dello sviluppo attraverso una struggente lettera d’amore. The Glow in the Mist, ambientato a Dhaka, accompagna invece lo spettatore dentro la quotidianità di una delle metropoli più dense del pianeta, dove la capacità di reinventarsi diventa una forma di sopravvivenza.
Ma il percorso di ricerca di Paoletti guarda già oltre. «Una delle sfide più grandi dei prossimi decenni sarà progettare la crescita di città che in alcuni casi raddoppieranno o triplicheranno i propri abitanti senza renderle inabitabili», osserva. Il suo prossimo progetto cinematografico potrebbe intitolarsi Desert Utopias e porterà l’attenzione sulle nuove città costruite nel deserto, tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. «Anche lì bisogna chiedersi chi andrà davvero ad abitare quei luoghi. Saranno città pensate per accogliere le persone che cercano opportunità oppure diventeranno enclave riservate a una ristretta élite?».
Domande che sembrano riguardare territori lontani, ma che finiscono per parlare anche di Palermo. Dall’intervista ne discende una riflessione fondamentale: ogni città, grande o piccola che sia, continua a confrontarsi con lo stesso equilibrio delicato, ovvero crescere senza dimenticare chi la rende viva. E così il cinema dell’arch.
Antonio Paoletti riesce proprio in questo, trasformando l’urbanistica in un racconto profondamente umano, dove prima degli edifici vengono sempre le persone.
Il progetto dell’architetto Paoletti si compone di due cortometraggi : “When I come to your Door”, girato ad Addis Abeba, un progetto finanziato dall’Università Tecnica di Delft e da fondi NWO (Nederlandse Organisatie voor Wetenshappelijk Onderzoek), ovvero del Consiglio Olandese per la Ricerca Scientifica; e poi “The Glow in the Mist” girato a Dhaka, un progetto accademico individuale con la partecipazione di Nelson Mota, Dick van Gamener e Marina Tabassum, architetti e professori al TU Delft. Due città lontanissime dalla Sicilia, Addis Abeba e Dhaka, diventano così uno specchio attraverso cui osservare anche Palermo.
Perché cambiano i continenti, cambiano le culture e le dimensioni urbane, ma restano sorprendentemente simili le tensioni che accompagnano la trasformazione delle città: la ricerca di nuove opportunità economiche, il diritto all’abitare, il rischio che il progresso finisca per cancellare identità e relazioni costruite nel tempo. Paoletti, però, invita subito alla prudenza. «La mia conoscenza di Palermo è piuttosto limitata, quindi faccio fatica a costruire un parallelo diretto», precisa. Ma è proprio raccontando la sua esperienza personale che emerge un filo rosso capace di unire realtà apparentemente inconciliabili.
«Durante il lavoro a Dhaka, dove eravamo impegnati in un progetto di ricerca incentrato sull’abitare a basso costo, ho ascoltato numerosi racconti di migrazione dalle campagne verso la città. Persone che lasciavano i loro villaggi per migliorare le loro condizioni di vita e conquistare l’indipendenza economica. È il processo della rapida urbanizzazione che sta trasformando molte città del mondo».
L’architetto individua un meccanismo che riguarda anche l’Europa e che, in forme diverse, ha interessato la Sicilia e Palermo. «Storicamente la Sicilia era fortemente legata all’economia agricola. Nel corso del Novecento questo equilibrio è cambiato radicalmente: le città sono diventate magnetiche attraggono sempre più persone e risorse. Lo conosco anche personalmente: i miei bisnonni erano contadini marchigiani e si trasferirono a Roma proprio per costruire un futuro migliore. Questo stesso processo è ancora in pieno sviluppo in molte regioni del pianeta: entro il 2050 un abitante su tre vivrà in aree urbane».
Non è dunque una semplice questione geografica. È un fenomeno globale che continua a ridisegnare gli equilibri tra città e territori, rendendo sempre più urgente una riflessione sul modo in cui vengono progettati gli spazi urbani. È proprio osservando Addis Abeba e Dhaka che, secondo Paoletti, diventa possibile cogliere alcuni insegnamenti utili anche per le città europee. «In quei contesti il tema dell’abitare è stato spesso trascurato e le persone hanno dovuto costruirsi da sole uno spazio nella città. Questo significa che sono gli abitanti, con la loro vita quotidiana, a dare realmente forma ai luoghi».
Una prospettiva che, secondo il ricercatore, in Europa si è progressivamente indebolita. «Spesso il progetto urbano viene consegnato ai cittadini come qualcosa di già confezionato. Invece, dovremmo imparare dell’osservazione di come le persone vivono e si appropriano degli spazi. È attraverso queste pratiche quotidiane che la città prende forma». Il cinema, in questo percorso, non è soltanto uno strumento narrativo. Diventa un vero metodo di ricerca. «Quando realizzo un film non penso all’architettura come a una scenografia esteticamente interessante. La telecamera, piuttosto, mi permette di osservare la complessità della città». Paoletti parte sempre dalle persone. Sono le loro storie a rendere comprensibili processi urbani che altrimenti rimarrebbero astratti.
«Nel film girato ad Addis Abeba racconto la storia di una donna che, dopo la demolizione del quartiere in cui viveva, cerca il proprio compagno e trova invece la sua casa e i suoi oggetti sotto le macerie. Attraverso quella vicenda personale emerge una trasformazione urbana molto più ampia e drammatica». Il dettaglio umano diventa così la chiave per leggere fenomeni enormi come la crescita delle metropoli, gli sgomberi, le disuguaglianze e la ridefinizione degli spazi urbani. Un tema che ritorna anche parlando di sviluppo. «Ogni volta che viene realizzato un progetto bisogna chiedersi chi ne beneficia e chi, invece, rischia di pagarne il prezzo», afferma l’architetto.
«Molto spesso esiste una differenza tra gli obiettivi dichiarati e quelli reali». L’esempio arriva ancora una volta da Addis Abeba. «Si parla continuamente di smart city, di modernizzazione e di città del futuro. Ma, allo stesso tempo, vengono demoliti interi quartieri popolari. Se un progetto comporta lo sfratto delle comunità più fragili significa che una parte della popolazione non è stata realmente presa in considerazione». Un principio che, pur riferito a un contesto africano, richiama una riflessione universale e invita anche Palermo a interrogarsi sul significato della rigenerazione urbana: innovare senza perdere il rapporto con chi la città la vive ogni giorno.
Durante la serata saranno proiettati i due lavori che sintetizzano questa ricerca. When I Came to Your Door, girato durante una reale demolizione ad Addis Abeba, racconta il costo umano dello sviluppo attraverso una struggente lettera d’amore. The Glow in the Mist, ambientato a Dhaka, accompagna invece lo spettatore dentro la quotidianità di una delle metropoli più dense del pianeta, dove la capacità di reinventarsi diventa una forma di sopravvivenza.
Ma il percorso di ricerca di Paoletti guarda già oltre. «Una delle sfide più grandi dei prossimi decenni sarà progettare la crescita di città che in alcuni casi raddoppieranno o triplicheranno i propri abitanti senza renderle inabitabili», osserva. Il suo prossimo progetto cinematografico potrebbe intitolarsi Desert Utopias e porterà l’attenzione sulle nuove città costruite nel deserto, tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. «Anche lì bisogna chiedersi chi andrà davvero ad abitare quei luoghi. Saranno città pensate per accogliere le persone che cercano opportunità oppure diventeranno enclave riservate a una ristretta élite?».
Domande che sembrano riguardare territori lontani, ma che finiscono per parlare anche di Palermo. Dall’intervista ne discende una riflessione fondamentale: ogni città, grande o piccola che sia, continua a confrontarsi con lo stesso equilibrio delicato, ovvero crescere senza dimenticare chi la rende viva. E così il cinema dell’arch.
Antonio Paoletti riesce proprio in questo, trasformando l’urbanistica in un racconto profondamente umano, dove prima degli edifici vengono sempre le persone.
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
|










Seguici su Facebook
Seguici su Instagram
Iscriviti al canale TikTok
Iscriviti al canale Whatsapp
Iscriviti al canale Telegram




