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Addio a Dario Ferrante: Palermo perde una delle voci più generose della cultura sociale

Nato nel 1972, ha lavorato per più di quindici anni nella cultura sociale e nel terzo settore, ideando, gestendo e realizzando festival di grande spessore

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 30 luglio 2026

Dario Ferrante

«Se hai bisogno di qualche info in particolare, fammi sapere via mail, così non me lo scordo ;-)». Ho riletto questa frase qualche ora dopo aver saputo della morte di Dario Ferrante. Era il 12 ottobre del 2009. Frequentavo un master in Art and Culture Management a Trento e avevo deciso di dedicare la mia tesi al Festival delle Energie Alter-native, il progetto che lui aveva ideato e che, già allora, parlava di sostenibilità, partecipazione e cultura, quando ancora non erano parole così ricorrenti.

Gli avevo scritto per chiedergli qualche materiale. Mi rispose allegando articoli, fotografie, rassegne stampa e link utili. Poi aggiunse quella frase semplice, chiusa da una faccina sorridente, che oggi mi sembra raccontarlo meglio di qualsiasi definizione. Perché Dario era così: se poteva aiutarti, lo faceva.

Era generoso, disponibile e sinceramente felice che qualcuno avesse scelto di dedicare una tesi alla sua creatura. Ricordo che mi disse di sentirsi onorato. Non era falsa modestia: era il suo modo di stare nelle cose, sempre più interessato a ciò che poteva nascere da un’idea che ai riconoscimenti personali.

Da quella corrispondenza nacque anche un incontro. Mi invitò a raggiungerlo a San Vito Lo Capo per una tappa del Festival. All’epoca organizzare eventi culturali era il mio sogno nel cassetto e Dario, senza mai atteggiarsi a maestro, mi fece entrare davvero in quel mondo. Gli diedi una mano e, quasi senza accorgermene, imparai i primi rudimenti di un mestiere che lui viveva con un entusiasmo contagioso.

Non ricordo di averlo mai visto senza un sorriso. Aveva una capacità naturale di coinvolgere gli altri e farli sentire parte di qualcosa: ti accoglieva, ti metteva a tuo agio, ti faceva venire voglia di partecipare. Era probabilmente questa la sua qualità più rara: trasformare un’iniziativa culturale in una comunità.

Nato nel 1972, Dario ha lavorato per più di quindici anni nella cultura sociale e nel terzo settore, ideando, gestendo e realizzando percorsi nei quali l’arte non era mai soltanto spettacolo. A ricostruire questa parte della sua storia sono le colleghe e i colleghi del Cesie, del Centro per lo Sviluppo Creativo Danilo Dolci e di LAND Impresa Sociale, che in queste ore lo ricordano come una delle voci più generose della scena sociale palermitana.

Nel loro messaggio raccontano un operatore capace di intrecciare arte e impegno civile, usando la musica, la danza e il teatro per includere, creare legami e dare spazio a chi rischiava di restare ai margini. Prima delle esperienze sviluppate a Palermo, ricordano, aveva lavorato anche con realtà internazionali come il Dundee Jazz Festival e l’Edinburgh Jazz and Blues Festival e con il Teatro Trianon di Napoli.

Tra le sue creature più amate, però, c’era proprio il Festival delle Energie Alter-native, che il Cesie definisce «il primo e unico festival tematico in Italia dedicato alle energie rinnovabili». Dario lo aveva diretto accettando una scommessa tutt’altro che semplice: sostenerlo esclusivamente attraverso contributi privati e affidare ai linguaggi dello spettacolo il compito di parlare di ambiente, sostenibilità e partecipazione.

Ma l’energia alla quale guardava non era soltanto quella prodotta dal sole, dal vento o dalle fonti rinnovabili. Era soprattutto quella che nasceva mettendo insieme le persone, facendo dialogare esperienze differenti e trasformando un festival in un luogo nel quale riconoscersi.

La stessa visione avrebbe preso, molti anni dopo, una forma diversa nell’ERROR Fest, descritto dal Cesie come un festival di teatro sociale capace di portare sul palco persone senza dimora, migranti e rifugiati, persone con disabilità, detenuti ed ex detenuti. Non presenze laterali né semplici destinatarie di un’attività, ma protagoniste della scena, coinvolte nella sperimentazione di una nuova forma di cittadinanza.

Non a caso Spazio Franco, che pochi mesi fa aveva ospitato proprio l’ERROR Fest, lo ricorda come «tra gli operatori culturali più visionari in città e oltre la città». A questa capacità di immaginare percorsi nuovi, il ricordo del Cesie affianca il suo modo di stare con gli altri: «Era lui a mettere a proprio agio chi arrivava, a coinvolgere, a trasformare ogni giornata con quell’umanità e quella leggerezza rare capaci di abbattere ogni barriera».

Parole che non raccontano soltanto il professionista, ma restituiscono anche il Dario che tanti hanno conosciuto: una persona capace di usare la cultura per avvicinare mondi differenti e di fare sentire ciascuno parte di un progetto più grande.
Tra coloro che hanno condiviso più a lungo il suo modo di intendere l’arte ci sono Giovanni Zappulla e Annachiara Trigili dell’Espace Centro Coreografico. Il loro legame era nato più di vent’anni fa, quando Dario aveva sostituito in segreteria la sorella di Giovanni durante la gravidanza. Da quel primo incontro sarebbero arrivati spettacoli, produzioni, tournée e un’amicizia capace di attraversare il lavoro e la vita privata.

«Da lì sono cominciate tutta una serie di avventure», racconta Zappulla. Attraverso l’associazione Energie Alter-native, Dario aveva prodotto alcuni spettacoli dell’Espace e li aveva accompagnati anche fuori dalla Sicilia. «Era un operatore culturale molto generoso, oltre ogni ragionevole dubbio. Si spingeva dentro operazioni culturali anche a discapito delle proprie tasche, e lo ha fatto per tanto tempo».
Negli anni il rapporto aveva conosciuto distanze e riavvicinamenti, fino a intrecciarsi di nuovo attraverso la progettazione europea. «Ci ha scritto dei progetti che ci hanno aperto a quell’esperienza. Siamo stati al suo matrimonio, abbiamo condiviso pezzi importanti della nostra vita: per più di vent’anni Dario è stato parte del nostro percorso».

Poi il ricordo si sposta sui palcoscenici, sui viaggi, sulle battute e sui piccoli rituali della quotidianità. «Oggi perdiamo un amico, un collaboratore, un collega e un allievo con cui abbiamo trascorso più di vent’anni della nostra vita, affettiva e lavorativa. Avremmo voluto condividere con lui ancora qualche tournée, qualche palcoscenico e qualche brindisi in rima». E quasi sembra ancora di sentirla, la sua voce, insieme ai tormentoni che avevano accompagnato tante giornate: «Tra uno “stikkio dei pupi”, un “Liuccia, ahi!” e un immancabile “Ciao, Ombretty e Giovanniniello”».

Un altro tratto della sua storia emerge dalle parole di Giuseppe Rizzo, che con Dario ha condiviso anche lui un pezzo di vita privata e lavorativa. Nel suo ricordo non c’è un Dario addomesticato dalla memoria, ma l’uomo irruente, imprevedibile e affettuoso che chi gli era vicino aveva imparato a conoscere. «Ho solo in mente la sua follia, il suo essere totalmente fuori dagli schemi», racconta. «E la sua capacità di essere affettuoso a modo suo, con l’irruenza di un trattore a giri massimi». Un’energia che poteva travolgere, spiazzare e talvolta disorientare, ma che conviveva con un’attenzione autentica verso chi rischiava di rimanere indietro. «Aveva uno sguardo attento verso i più fragili», aggiunge Rizzo. «Uno sguardo folle e pulito».

È forse proprio dentro tutte queste apparenti contraddizioni che si ritrova il tratto più profondo di Dario: l’irregolarità e, insieme, la limpidezza con cui riconosceva il valore delle persone. Poteva essere rumoroso, eccentrico, incontenibile, ma non perdeva mai di vista chi aveva meno voce, meno spazio o meno possibilità degli altri. È il Dario che avevo conosciuto quindici anni fa. Per lui la cultura non era qualcosa da consumare, ma un luogo da abitare insieme: uno spazio in cui incontrarsi, costruire relazioni e accogliere chi troppo spesso rimane ai margini.

L’ultimo messaggio affidato ai social, lo scorso maggio, dopo il trapianto, conservava la stessa energia. Ringraziava tutti per le «energie positive» ricevute, scriveva di piangere dalla gioia e prometteva «fuoco e fiamme». Poi concludeva con un invito che oggi assume un significato ancora più intenso: «Amate la vita e sosteniamoci gli uni con gli altri. Non troviamo il tempo per odiare».

In quelle righe c’erano il suo entusiasmo, la fiducia negli altri e la scelta ostinata di stare dalla parte della vita. Non raccontano la fine della sua storia, ma il modo in cui ha deciso di attraversarla. Ed è forse questa l’eredità più preziosa che lascia: non soltanto i progetti che ha ideato, ma le persone che, trascinate dalla sua energia, hanno trovato il coraggio di immaginare e costruire qualcosa insieme.

Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo, anche solo attraverso una mail, durante un festival o in una giornata di lavoro condivisa, continuerà probabilmente ad associare il suo nome a quel sorriso e alla sensazione che, con Dario accanto, tutto sembrasse un po’ più possibile.

Per chi volesse dargli un ultimo saluto, i funerali si svolgono venerdì 31 luglio, alle ore 12.30, pesso la Chiesa Madre di San Giuseppe Jato.
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