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Aquila o Fenice, qual è il (vero) simbolo di Palermo: cosa rivela la nostra storia

Nel passato molti eruditi si cimentarono nel tentativo di dare un'origine certa al nostro stemma, tuttavia non con grandissimi risultati scientifici. Cosa sappiamo

Antonino Prestigiacomo
Appassionato di storia, arte e folklore di Palermo
  • 29 giugno 2026

Aquila imperiale in un palazzo di Palermo

Qualche anno fa, durante il restauro del pianterreno del cantone di Sant'Agata per un nuovo negozio ai Quattro Canti di Palermo, fu svelato un dettaglio di un affresco della volta nel quale si vedeva bene un'aquila-fenice ad ali spiegate. L'immagine divenne presto nota tanto da far scaturire polemiche tra gli amanti di “cose antiche” della città: era o no il simbolo del municipio di Palermo? Da qui partono i dubbi e le riflessioni di questo articolo.

Per la verità, non v'è nulla di eccezionalmente nuovo, visto che nel passato molti eruditi di storia patria si cimentarono nel tentativo di dare un'origine certa al nostro stemma, tuttavia non con grandissimi risultati scientifici. Nel 1860, dopo la spedizione dei Mille, il Governo italiano invitava a fornire lo stemma della città di Palermo «allo scopo di farlo figurare fra quelli che dovevano adornare la Camera dei Deputati, allora in costruzione».

L'ultimo pretore della città di Palermo, Giulio Benso, Duca della Verdura, prima che il titolo si tramutasse in sindaco, rispose alla richiesta del Governo con una lettera nella quale era scritto: «La impronta equivalente allo stemma di questo Municipio e che rimonta precisamente all'epoca romana, si è appunto l'aquila sormontata da una corona d'oro, stando attaccata agli artigli una fascia spalmata colle lettere iniziali S.P.Q.P.». L'origine romana del nostro stemma, secondo molti storici che l'hanno tramandata sino a noi, si deve ad un fatto che sa più di leggenda che di storia.

Dopo la conquista romana di Panormos, iniziarono dei tentativi di riconquista da parte dei Cartaginesi. «Nel 250 Asdrubale, avendo saputo che a custodia della piazza era rimasto un solo comandante – Cecilio Metello – con metà dell'esercito, volle tentare un colpo di mano. Partì da Lilibeo (Marsala) con molti elefanti di guerra e si accampò presso i monti della Conca d'oro; e poiché i Romani non si movevano, si avanzò verso Palermo per uno dei passi meridionali, tra Villagrazia e Gibilmanna; passò l'Oreto e si appressò alla città dalla parte di sud-est, press'a poco tra via Maqueda e Piazza della Magione. [...]

Egli si era lasciato attirare, con tutte le sue forze, sotto le mura della città dal comandante romano, che si teneva pronto con le sue milizie sulla sinistra del nemico, innanzi alla porta che stava all'estremità occidentale della città, perciò nello spazio che intercede tra Palazzo Reale e Palazzo Montalto.

Pochi manipoli romani protetti dal fosso naturale formato dal letto del fiume del Maltempo – né altro può essere il fosso di cui parlano gli antichi – riforniti continuamente di proiettili e sussidiati da gente che stava sulle mura, bastarono per respingere gli elefanti che si erano avanzati sino al precipizio, e a gettare il disordine nelle file nemiche. In quel momento Metello investì vigorosamente i cartaginesi di fianco e compì la disfatta. Fu una delle battaglie più celebrate dell'antichità».

Oltre a quanto narrato, vi è da aggiungere che il grande oratore Cicerone affermava che ai tempi della Repubblica, Palermo era una delle città libere ed immuni e come tale conservò le sue leggi, la libertà e le sue consuetudini e fu esente da tributi; come colonia romana Palermo divenne l'immagine di Roma.

In virtù di questi avvenimenti, nei quali perfino le donne palermitane si dimostrarono tenaci, gli storici tramandarono l'origine romana del nostro stemma sintetizzata nel distico del letterato corleonese Giovanni Naso: “Roma si fe compagna di Palermo/ e conosciuta la sua fe, le diede/E l'Aquila, e'l Pretore, e la Bellezza”. Il ricordo degli eventi bellici di Cecilio Metello e dell'alleanza e la fedeltà tra Roma e Palermo fu poi rappresentata in un'urna cineraria che si trova all'interno del Palazzo delle Aquile. Essa ha la forma di un cubo marmoreo con in capo due mezze teste di un uomo e una donna.

Al di sotto di esse la scritta latina “L Caecilio Metello Rom. in Sicilia cos. S.P.Q.R. consideras fidem, et devotio nem reip Panorm Eam sibi sotiam statuit unde urbis praetorise et aquilae decus cepit”. Sotto alla scritta è scolpito un basso rilievo di un uomo e una donna vestiti alla romana che si stringono la mano, simboleggianti la fratellanza tra Roma e Palermo. Lo stesso bassorilievo si vede poi riprodotto nel gruppo scultoreo di dimensioni reali che fino al 1563 era posto sulla facciata della chiesa di San Francesco d'Assisi, successivamente collocato in un angolo esterno del Palazzo delle Aquile e infine traslocato dentro la corte del Palazzo ove si trova tuttora. Sebbene l'urna cineraria sia stata più volte ritenuta un reperto non autentico, essa fu ritrovata nel 1600 durante degli scavi condotti in centro storico, per la costruzione di alcune case, e consegnata al pretore in carica Francesco Del Bosco Conte di Vicari, il quale la collocò nella scala del Palazzo Senatorio.

A servire come ulteriore testimonianza della “fratellanza” tra Roma e Palermo vi sarebbero anche alcune monete di epoca romana coniate in Sicilia, e ritrovate a Palermo, nelle quali si vede incisa una stretta di mano. L'aquila quale vessillo romano è di colore nero e con le ali a mezzo volo, Palermo, per differenziarsi da quella, la ebbe dorata e spesso con le ali spiegate. L'attuale simbolo municipale della città, però, è un'aquila reale dorata con corona in testa su fondo rosso e ali a mezzo volo. Secondo alcuni storici il vessillo dell'aquila arriverebbe sino a noi mediato dall'epoca normanna.

Essendo stata scelta Palermo come capitale del regno dai Normanni, e perciò luogo in cui dovevano avvenire le incoronazioni (Palermo corona regis), sul capo dell'aquila, simbolo adottato dalla real casa normanna, Guglielo I, il Malo, nel 1155 «chiamò Palermo città reale, e per cagione dell'incoronamento ornò di real corona l'antichissima sua insegna dell'aquila, che siccome l'aquila è a tutti gli uccelli superiore, così Palermo è di tutte le città ciciliane universal reina».

Altri autori antichi, però, ragionando sui primi fondatori della città, volevano che l'insegna fosse una fenice piuttosto che un'aquila, in quanto essa derivava secondo loro dai Fenici che tuttavia mai ebbero un vessillo identificativo: “Perché meritatamente s'appella felice essendo uguale di fecondità alla Fenicia, onde porta per arma la fenice d'oro, la qual si credono falsamente essere l'aquila [...] Perché nelle delizie unica e singolare in Sicilia, per questo porta il singolare augello per insegna...lasciatole dai Fenici suoi primi abitatori”.

Durante i moti del '48 Michele Amari rifiutò l'Aquila romana come emblema che rappresentasse la Sicilia perché lo riteneva un simbolo che denotava la storica schiavitù nei confronti di Roma, infatti vi si preferì la Trinacria, ma così non fu per Palermo che mantenne l'aquila anche dopo l'Unità d'Italia.

Aquila o Fenice che sia, c'è un punto che mi preme sottolineare, alla fine di tutto, ovvero il luogo in cui è stato ritrovato l'affresco che citavo all'inizio. Secondo un'antica tradizione nel Piano della Corte del Pretore è sempre esistito un edificio atto ad ospitare il senato cittadino o la Curti di lu Prituri. Quando si progettò il Palazzo Pretorio, il pretore Pietro Speciale disse che bisognava erigere “la casa pir la chitati [...] in loco iam deputato”, cioè in una zona tradizionalmente sede della municipalità palermitana. Che quell'aquila-fenice dorata sia uno dei primi simboli della nostra città affrescato nel soffitto dell'antico Palazzo Pretorio o dell'antica “Curti di lu Prituri”? Chissà!
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