Centri chiusi, servizi al palo e giovani schiavi del crack: in Sicilia emergenza salute mentale
La sfida per la salute mentale in Sicilia non è solo medica, è una scelta sociale: nell'articolo le interviste a Gaetano Sgarlata e a Valentina Chinnici
Salute mentale
C’è, però, anche una rete densa di resistenza umana e civile: da un lato le associazioni e i familiari che chiedono risposte concrete ; dall'altro, le istituzioni che si muovono a passi troppo lenti, impantanate in una burocrazia che ignora i progetti già approvati.
A fare il punto sul delicato equilibrio tra tutela della salute psichica e reinserimento sociale sono le voci di chi questa battaglia la combatte ogni giorno sul campo:
«Da sei anni lavoriamo per aggregare sindacati, cooperative e associazioni in tutta l’Isola, perché solo muovendoci insieme possiamo dare risposte a un problema enorme», racconta a Balarm il dottor Gaetano Sgarlata, presidente dell’associazione “Si può fare per il lavoro di comunità”, il gruppo capofila del Movimento delle Organizzazioni per la salute mentale in Sicilia, che l’1 luglio ha presentato all’Ars un documento di interrogazione all’Assessore regionale della Salute.
I numeri della salute mentale in Italia, e in Sicilia in particolare, infatti, parlano chiaro: gli investimenti nazionali superano appena il 2,6% del budget sanitario, a fronte di una media europea che nei Paesi tocca il 10%.
Sull’Isola, la situazione è aggravata da una serie di fattori: «In primo luogo sperimentiamo una grossa carenza di operatori - continua il dottor Sgarlata - la media regionale è infatti di appena 5,2 operatori per 100.000 abitanti, contro una media nazionale, già insufficiente, di 6,4 operatori.
In secondo luogo, in Sicilia si registra un numero di Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio, ndr) che è quasi il doppio di quello registrato nel resto d’Italia».
Cosa comporta tutto questo? La scomparsa delle strutture intermedie: «I centri diurni, presidi fondamentali, aperti 8 ore al giorno e che permettono ai pazienti di vivere nelle proprie case, sono quasi completamente chiusi».
Il blocco dei servizi territoriali crea un pericoloso effetto domino. Le comunità terapeutiche, concepite come luoghi di riabilitazione, si ritrovano sature di pazienti autori di reato mandati dai giudici, trasformandosi di fatto in strutture chiuse.
Per sbloccare questa paralisi, il tavolo tecnico regionale, nato dopo diverse manifestazioni delle associazioni, ha approvato all’unanimità tre proposte concrete, oggi ferme nei cassetti della burocrazia o della politica:
«La prima proposta portata avanti riguarda la necessità di avere nuove piante organiche che valorizzino équipe multi-professionali, formate da psicologi, assistenti sociali, educatori, tecnici della riabilitazione, ed ESP (esperti in supporto tra pari) per supportare i pochissimi psichiatri rimasti. In questo modo si riuscirebbe ad affrontare la malattia da un punto di vista psicosociale e non solo farmacologico».
Un altro elemento di criticità riscontrato dalle associazioni è la quasi inesistenza di servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC) ad alta assistenza: «Ad oggi gli SPDC sono solo a media assistenza. Avere un servizio ad alta assistenza vuol dire essere messi nelle condizioni di gestire le crisi psicotiche non solo con i farmaci, ma rilanciando un PTI (Progetto Terapeutico Individualizzato), garantendo un rientro del paziente sul territorio. Cosa che oggi, invece, non avviene».
La terza richiesta, riguarda invece la legge del budget di Salute: «Chiediamo che questa legge che abbiamo sospinto venga applicata su tutto il territorio regionale. Allo stato attuale è applicata a macchia di leopardo e in maniera del tutto insufficiente, si devono sbloccare i 60 milioni di euro fermi nelle casse delle Asp che non riescono a spendere, realizzando il budget di salute».
Queste sono le domande poste dalle associazioni all’Assessore alla Salute Marcello Caruso: «Non vogliamo raccontare ancora una volta queste cose, sono da anni che ne parliamo. Non abbiamo alcun tono di polemica nei confronti delle istituzioni, con cui collaboriamo. Ma se non avremo risposte utili dobbiamo alzare ulteriormente il tiro con una manifestazione». Conclude Sgarlata.
A raccogliere il grido d’aiuto delle oltre 40 associazioni riunite nel Movimento delle Organizzazioni per la Salute mentale in Sicilia, è la politica che ha scelto la via del dialogo trasversale. L’onorevole Valentina Chinnici, coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare sulla salute mentale all'Ars, denuncia apertamente l'immobilismo istituzionale:
«La Consulta regionale dell'assessorato alla Sanità non viene convocata da due anni, e il coordinamento tecnico regionale è fermo da gennaio 2025 - racconta a Balarm l’Onorevole Valentina Chinnici -. In tre anni sono cambiati tre assessori alla Sanità, e finora non è stata mostrata la giusta e doverosa sensibilità al problema. Noi non facciamo polemica, ma vogliamo risposte: la politica deve dirci cosa vuole e cosa può fare, con un cronoprogramma chiaro”.
Proprio in questi giorni, il Partito Democratico ha depositato una nuova interrogazione parlamentare in commissione – dove vige l’obbligo di risposta entro 15 giorni – incentrata sulla gravissima carenza di psicologi.
«A Palermo non viene bandito un vero concorso pubblico per questa figura da più di 20 anni, almeno dal 2001. Avevo già presentato un’interrogazione parlamentare nel novembre 2025. Ancora, dopo quasi un anno, non ho ricevuto risposta, quindi ho scelto di ripresentarla in commissione.
Anche la legge sullo psicologo di base arranca, con una presenza irrisoria di appena due professionisti ogni 50.000 abitanti. Più massiccia dovrebbe essere anche l’introduzione dello psicologo nelle scuole, sia a sportello che nelle equipe. Nella nostra proposta, abbiamo avanzato la richiesta di potenziare i distretti scolastici, gli osservatori sulla dispersione e creare equipe multidisciplinari».
Curare, nel modello post-basagliano, non significa isolare. Significa restituire cittadinanza. Per questo, la battaglia più importante combattuta all'Ars negli ultimi mesi riguarda l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità psichica: «Due mesi fa è stato approvato all'unanimità un emendamento che prevede una riserva del 15% nei concorsi delle partecipate regionali e degli enti locali per i disabili psichici».
Una norma pionieristica che, tuttavia, ha sollevato le riserve del ministero del Lavoro, ipotizzando un’iniquità rispetto alle altre regioni: «La Sicilia farebbe un salto in avanti che le altre regioni non hanno la possibilità di fare, perché chiaramente da un lato vogliamo sfruttare lo statuto di autonomia. Noi siamo pronti a rispondere facendo valere anche i precedenti giuridici del Tar e del Cga siciliano che hanno già dato ragione alle famiglie - spiega Chinnici, ricordando il caso di un giovane con disagio psichico assunto all'Asp dopo una lunga battaglia legale del padre -.
L'inserimento lavorativo è parte stessa della cura. Ma lo stigma è ancora così forte che inserire un disabile psichico è cento volte più difficile rispetto a un disabile fisico».
L'assenza di servizi strutturati sul territorio si riflette drammaticamente sulle fasce più vulnerabili della popolazione. L'allarme sociale più immediato è legato alla dipendenza da crack a Palermo: «Una vera e propria bomba criminale e sociale che conta almeno 7.000 casi in città.
Ragazzi giovanissimi spinti al furto e alla violenza per dosi che oggi costano 20 euro (contro i 5 di qualche anno fa). Eppure, in tutta la Sicilia, esiste una sola struttura pubblica per la "doppia diagnosi" (psicopatologia e dipendenza), a Leonforte».
Non va meglio nelle carceri, come il Pagliarelli o il minorile Malaspina, dove i detenuti con gravi disabilità mentali vengono trascurati, anche a causa di bandi per psichiatri che vanno regolarmente deserti.
«Le carceri hanno già i loro problemi gravissimi, sappiamo che d’estate sono un calvario per i detenuti. Ma dentro le carceri ci sono tantissimi malati psichici che non dovrebbero stare in carcere. Dovrebbero essere curati, ma si ritrovano invece imbottiti di farmaci per mancanza di psichiatri all’interno delle strutture, che li possano trattare adeguatamente.
Per non parlare del fatto che una persona con disabilità mentale dovrebbe stare nelle Rems (strutture sanitarie d'accoglienza per autori di reato) purtroppo però, nell’Isola ci sono solo 50 posti totali, suddivisi tra Caltagirone e Naso, a fronte di centinaia di richieste».
Infine, c'è il dramma invisibile degli adolescenti. La Garante dell'infanzia e dell'adolescenza, Carmela Tata, ha più volte denunciato la totale mancanza di strutture specifiche per minori affetti da disturbi mentali o disturbi del comportamento alimentare come l'anoressia.
Il risultato? “Bambini ricoverati in reparti per adulti o lasciati in lungodegenza impropria negli ospedali pediatrici, oppure spediti fuori (a Torino, nelle Marche, in Piemonte) con costi altissimi a carico della Regione Siciliana. Risorse che basterebbe investire qui, creando strutture e dando lavoro ai nostri operatori», conclude Chinnici.
La sfida per la salute mentale in Sicilia non è solo medica, è una scelta di modello sociale. Fino a quando la politica continuerà a girarsi dall'altra parte, ci penseranno i familiari, i medici e le associazioni a presidiare le piazze, anche a quaranta gradi. Ma il tempo delle proroghe è scaduto.
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