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Dal nome fa paura, c'è anche in Sicilia: quali sono i veri rischi del batterio "mangia-carne"

Trovato anni fa nel mare nei pressi dello Stretto di Messina da alcuni ricercatori. La novità è che la sua presenza è aumentata per via dell'acqua sempre più calda

Aurelio Sanguinetti
Esperto di scienze naturali
  • 11 agosto 2026

Il Vibrio vulnificus, il batterio "mangia-carne"

Il nome è quello che più di ogni altro attira l'attenzione: batterio “mangia-carne”. Dietro questa definizione, però, c'è un microrganismo reale e conosciuto dalla comunità scientifica, il Vibrio vulnificus, capace in alcuni casi di provocare infezioni molto gravi e rapidamente progressive. E mentre le temperature del mare continuano a salire, cresce l'interesse degli esperti per la presenza di questi batteri nelle nostre acque costiere.

Questo batterio è stato infatti trovato alcuni anni fa nei pressi dello Stretto di Messina, da alcuni ricercatori dell'Università di Messina. La prima segnalazione avvenne all'inizio degli anni Duemila, ma negli ultimi anni gli studi hanno dimostrato che la sua presenza è aumentata nello stretto.

La novità, oggi, riguarda soprattutto le condizioni ambientali. Il Vibrio vulnificus trova infatti un ambiente più favorevole quando l'acqua marina raggiunge temperature elevate, quindi le estati sempre più calde e il progressivo riscaldamento dei mari non stanno facendo altro che aumentare il rischio sanitario.

Questo non significa che il mare sia diventato improvvisamente pericoloso o che ogni bagno comporti un rischio concreto di infezione. Questo batterio rimane infatti un agente patogeno relativamente raro. Il problema riguarda soprattutto determinate situazioni. Un taglio, un'abrasione o una lesione recente possono infatti consentire al batterio di superare la barriera cutanea e raggiungere i tessuti.

Per questo motivo è particolarmente prudente evitare di immergersi in mare con ferite aperte quando le temperature sono elevate e si è consapevole di immergersi in un mare in cui è stato individuato questo patogeno. La stessa attenzione vale per lesioni recenti provocate da interventi, piercing o tatuaggi.

Esiste poi una seconda modalità di esposizione, questa volta legata all'alimentazione. Il batterio può infatti concentrarsi nei molluschi e in particolare nelle ostriche. Consumare frutti di mare crudi o non sufficientemente cotti può quindi rappresentare una via di infezione. Le forme alimentari possono manifestarsi inizialmente con disturbi gastrointestinali, ma nei casi più seri il microrganismo può raggiungere il sangue e provocare un'infezione sistemica.

Per farvi capire la gravità, dopo l'ingresso dentro una ferita, i batteri cominciano a proliferare, facendo divenire la zona dolorosa, arrossata e gonfia. Nei casi più severi possono comparire vesciche, alterazioni della pelle e necrosi dei tessuti, con esposizione dei legamenti. L'infezione può inoltre estendersi rapidamente e arrivare a provocare una sepsi, cioè una risposta sistemica dell'organismo a un'infezione che può mettere seriamente a rischio la vita del paziente.

È proprio questa capacità di provocare la distruzione dei tessuti che ha contribuito alla diffusione dell'espressione “batterio mangia-carne”. Per fortuna, per la maggior parte delle persone sane, la presenza del batterio nell'ambiente non significa automaticamente andare incontro alla malattia. Il rischio maggiore riguarda alcune categorie di persone, come bambini, anziani, persone debilitate e diabetici.

Il messaggio che vogliamo trasmettere, quindi, non è quello di avere paura del mare. È piuttosto quello di conoscere un rischio raro ma potenzialmente grave e adottare alcune precauzioni semplici per aver salva la vita.
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