"Dio ride" a Catania e Palermo: Veronesi ci racconta il nuovo film con Favino e Orlando
L'intervista al regista del film di chiusura all’ottantatreesima Mostra del cinema di Venezia, già guardato da tanta critica come il migliore della sua carriera
Il regista di "Dio ride" di Giovanni Veronesi
Film di chiusura all’ottantatreesima Mostra del cinema di Venezia, già guardato da tanta critica come il migliore del suo regista, “Dio ride” di Giovanni Veronesi – David di Donatello alla miglior sceneggiatura per “Per amore, solo per amore” (1993), fra gli autori del successo de “Il ciclone” di Leonardo Pieraccioni (1996), regista della trilogia di “Manuale d’amore” – si avvia all’uscita in sala (il 29 ottobre con PiperFilm), forte dell’accoglienza ricevuta il mese scorso al Lido e dell’interpretazione di Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi, Paolo Rossi e Carlo Cecchi.
Orlando e Veronesi presentano il film in sala in Sicilia, in anteprima, prima a Catania (martedì 13 all’EPlanet Ariston, ore 20.30) e poi a Palermo (mercoledì 14, alle 18 al cinema Aurora e alle 21 al Tiffany).
Naturalmente, il fra’ Leopoldo da Casamacchia – interpretato da Pierfrancesco Favino – non potrà che avere problemi con l’Inquisizione, che gli darà filo da torcere. Del resto, continua Veronesi, «il potere c’ha sempre paura della comicità, della satira, dell’ironia, perché sono armi, armi che il popolo può avere nei confronti del potere. Anche Umberto Eco, nel suo romanzo famoso “Il nome della rosa”, diceva che il popolo, se viene rilassato dalla comicità può mettersi a pensare, e quando il popolo pensa, il potere trema».
Fra’ Leopoldo da Casamacchia è un personaggio totalmente inventato, «ma inserito in un contesto molto credibile nella metà del diciassettesimo secolo, un momento di transizione fra rinascimento e illuminismo. Ho riflettuto molto sulla società che lo circondava, e fra’ Leopoldo si inserisce come catalizzatore del cambiamento, in un mondo che non poteva andar avanti così, in cui la Chiesa veniva percepita distante dal popolo. Per avvicinarla al potere, che altrimenti sarebbe diventato solo punitivo, bisognava attrarre la gente con un linguaggio nuovo».
Una delle chiavi per la risata, secondo lui, è il dialetto: «Io apprezzo moltissimo il siciliano, che fa molto ridere – continua il regista – . Ho lavorato con Dario Bandiera, che fa tanto ridere, che riesce a usarlo in modo giusto. È molto potente e dà forza alla comicità. La Sicilia è uno dei posti dove ancora viene usato molto anche dai giovani, per cui se c’è un comico che cresce accompagnato dal dialetto, i siciliani lo amano per sempre, perché diventano proprio dei loro beniamini. Un siciliano, per esempio, non tradirebbe mai Ficarra e Picone».
Con “Dio ride”, Veronesi è entrato in una fase in cui si sente molto più libero da un punto di vista creativo: «Da qualche anno mi hanno dato la pensione (ride, ndr.), per cui so che da un film devo esigere quello che veramente vuole raccontare, senza dover compiacere nessuno se non il film stesso. E poi lo sto vedendo adesso, durante le anteprime che faccio, che la soddisfazione più grossa è quando il film passa dal pubblico e diventa suo. Ognuno si porta a casa il suo film e le sue considerazioni, ed è la cosa migliore. Quando faccio gli incontri alla fine della proiezione, è una soddisfazione enorme, al di là di un eventuale risultato economico, o di eventuali premi. Quelle cose lì sono veramente indipendenti da quello che uno si pone come scopo. La cosa importante è che invece, davvero, gli spettatori riescano a farlo proprio, il film. Perché molto probabilmente ha una freccia che centra il bersaglio, e insieme – il pubblico e il film – compiono un’evoluzione sentimentale durante la durata della proiezione della pellicola. In questo caso accade proprio questo, si parte in un modo e si arriva in un altro, è successo sinora in tutte le anteprime».
Con me, su “Dio ride”, c’erano lo scenografo Carmine Guarino (“Parthenope” di Paolo Sorrentino, “Comandante” di Edoardo De Angelis e “Nostalgia” di Mario Martone, giusto per citarne alcuni, ndr.), Carlo Poggioli ai costumi (candidato ai David di Donatello per “La grazia” e “Parthenope” di Paolo Sorrentino, oltre che ai British Academy Film Awards per i costumi di “Ritorno a Cold Mountain” di Anthony Minghella, ndr.) e Maurizio Calvesi come direttore della fotografia (suo il lavoro su “L’abbaglio” e “La stranezza” di Roberto Andò, ma anche nella miniserie “Sicilia Express” di Ficarra e Picone e, oltre dieci anni fa, nel cult “Non essere cattivo” di Claudio Caligari, ndr.). Essendomi messo accanto attori di quel calibro e una troupe così alta, non ho potuto che costringermi a dare il massimo».
Orlando e Veronesi presentano il film in sala in Sicilia, in anteprima, prima a Catania (martedì 13 all’EPlanet Ariston, ore 20.30) e poi a Palermo (mercoledì 14, alle 18 al cinema Aurora e alle 21 al Tiffany).
Un film diverso
È un film diverso, da quanto racconta il suo regista, rispetto a tutto quello che ha girato in passato. «Sono partito dal fatto – dice Giovanni Veronesi – che volevo parlare della comicità in modo serio. La comicità è sempre stata reputata in modo troppo superficiale, e per chiudere un cerchio della mia vita volevo parlarne seriamente. Dopodiché sono andato a capire chi poteva parlare di comicità senza essere retorico. Le persone più pure, anche ingenue, ho pensato che potessero essere efficaci e ho costruito questo frate del Seicento, analfabeta, molto ignorante, che ha un dono, cioè quello di parlare di Cristo ma facendo ridere le persone, senza accorgersi di commettere quella che per l’epoca era una grave blasfemia».Naturalmente, il fra’ Leopoldo da Casamacchia – interpretato da Pierfrancesco Favino – non potrà che avere problemi con l’Inquisizione, che gli darà filo da torcere. Del resto, continua Veronesi, «il potere c’ha sempre paura della comicità, della satira, dell’ironia, perché sono armi, armi che il popolo può avere nei confronti del potere. Anche Umberto Eco, nel suo romanzo famoso “Il nome della rosa”, diceva che il popolo, se viene rilassato dalla comicità può mettersi a pensare, e quando il popolo pensa, il potere trema».
Fra’ Leopoldo da Casamacchia è un personaggio totalmente inventato, «ma inserito in un contesto molto credibile nella metà del diciassettesimo secolo, un momento di transizione fra rinascimento e illuminismo. Ho riflettuto molto sulla società che lo circondava, e fra’ Leopoldo si inserisce come catalizzatore del cambiamento, in un mondo che non poteva andar avanti così, in cui la Chiesa veniva percepita distante dal popolo. Per avvicinarla al potere, che altrimenti sarebbe diventato solo punitivo, bisognava attrarre la gente con un linguaggio nuovo».
La comicità come filo conduttore
E di comicità Giovanni Veronesi ne sa qualcosa: la sceneggiatura che firmò insieme a Leonardo Pieraccioni per “Il ciclone” vinse il Nastro d’argento, quella per il primo capitolo di “Manuale d’amore”, firmata con Ugo Chiti, gli valse il Globo d’oro. Ma non solo. Sua è la firma sulle sceneggiature dei film di Francesco Nuti, in “Lucignolo” di Massimo Ceccherini, in diversi altri film di Pieraccioni (tra cui il suo esordio alla regia, “I laureati”, del 1995) o in “C’era un cinese in coma” di Carlo Verdone.Una delle chiavi per la risata, secondo lui, è il dialetto: «Io apprezzo moltissimo il siciliano, che fa molto ridere – continua il regista – . Ho lavorato con Dario Bandiera, che fa tanto ridere, che riesce a usarlo in modo giusto. È molto potente e dà forza alla comicità. La Sicilia è uno dei posti dove ancora viene usato molto anche dai giovani, per cui se c’è un comico che cresce accompagnato dal dialetto, i siciliani lo amano per sempre, perché diventano proprio dei loro beniamini. Un siciliano, per esempio, non tradirebbe mai Ficarra e Picone».
Con “Dio ride”, Veronesi è entrato in una fase in cui si sente molto più libero da un punto di vista creativo: «Da qualche anno mi hanno dato la pensione (ride, ndr.), per cui so che da un film devo esigere quello che veramente vuole raccontare, senza dover compiacere nessuno se non il film stesso. E poi lo sto vedendo adesso, durante le anteprime che faccio, che la soddisfazione più grossa è quando il film passa dal pubblico e diventa suo. Ognuno si porta a casa il suo film e le sue considerazioni, ed è la cosa migliore. Quando faccio gli incontri alla fine della proiezione, è una soddisfazione enorme, al di là di un eventuale risultato economico, o di eventuali premi. Quelle cose lì sono veramente indipendenti da quello che uno si pone come scopo. La cosa importante è che invece, davvero, gli spettatori riescano a farlo proprio, il film. Perché molto probabilmente ha una freccia che centra il bersaglio, e insieme – il pubblico e il film – compiono un’evoluzione sentimentale durante la durata della proiezione della pellicola. In questo caso accade proprio questo, si parte in un modo e si arriva in un altro, è successo sinora in tutte le anteprime».
Un nuovo lavoro in costume
Allo stesso tempo, “Dio ride” è stato uno degli sforzi produttivi più importanti per il regista (il budget stimato, lo scorso anno, era di 9,1 milioni di euro): «Non è la prima volta che mi confronto con un film in costume (c’è, appunto, “Per amore, solo per amore”, del ’93, ma anche “Il mio West”, in cui Veronesi si ritrovò a dirigere Pieraccioni, David Bowie, Harvey Keitel ed Alessia Marcuzzi, e “Moschettieri del re – La penultima missione”, del 2018, con Favino nel ruolo di D’Artagnan, Rocco Papaleo in quelli di Athos, Valerio Mastandrea come Porthos e Sergio Rubini come Aramis, ndr.), ed è sempre una cosa bellissima e un impegno notevole. Però è anche vero che per rendere credibile un posto e un’epoca, durante la lavorazione di un film i reparti che stanno accanto a te devono essere tutti ad altissimo livello.Con me, su “Dio ride”, c’erano lo scenografo Carmine Guarino (“Parthenope” di Paolo Sorrentino, “Comandante” di Edoardo De Angelis e “Nostalgia” di Mario Martone, giusto per citarne alcuni, ndr.), Carlo Poggioli ai costumi (candidato ai David di Donatello per “La grazia” e “Parthenope” di Paolo Sorrentino, oltre che ai British Academy Film Awards per i costumi di “Ritorno a Cold Mountain” di Anthony Minghella, ndr.) e Maurizio Calvesi come direttore della fotografia (suo il lavoro su “L’abbaglio” e “La stranezza” di Roberto Andò, ma anche nella miniserie “Sicilia Express” di Ficarra e Picone e, oltre dieci anni fa, nel cult “Non essere cattivo” di Claudio Caligari, ndr.). Essendomi messo accanto attori di quel calibro e una troupe così alta, non ho potuto che costringermi a dare il massimo».
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Sui canali social
|
LEGGI ANCHE
-
ARTE E ARCHITETTURA
"Moon", a Palermo le opere di Pierdonato Taccogna: quando l’ombra genera la luce
di Daria Castellese























