Il coraggio delle parole di Giulia Mei: dalla "sua" Palermo al Premio Rino Gaetano
La sua musica è stata premiata come strumento di trasformazione sociale. Un riconoscimento che lega la cantautrice palermitana all'eredità di Rino Gaetano
Ci sono voci che fanno la differenza, che non restano nascoste, che hanno voglia di comunicare, urlare e perché no, anche di far ballare. Voci che creano riflessioni, che ti spingono a guardarti intorno. Voci che dietro quella forza nascondono un mondo fatto di ferite, solitudine e pugni presi in faccia. Ma è proprio da quelle voci che spesso nasce qualcosa che lascia il segno. E succede che una voce di Palermo sappia più di chiunque altro quanto siano importanti le parole e come vadano usate. Giulia Mei questo lo sa bene.
Classe 1993, overthinker di professione, impulsiva, fragile e ironica. La sua scrittura diretta e coraggiosa le è valsa il Premio Rino Gaetano, riconoscimento che celebra la centralità delle parole e la capacità della musica di diventare strumento di trasformazione sociale. Un premio che per lei rappresenta molto più di una targa da appendere al muro. «Significa riconoscimento - racconta -. Riconoscermi che esiste un filo che unisce la sua musica e le sue parole alla mia».
Un legame che Giulia individua soprattutto nell'irriverenza e nel coraggio di esporsi. Perché se c'è una cosa che ha sempre amato di Rino Gaetano è proprio la sua capacità di scrivere canzoni che non cercavano riparo. Canzoni disposte a risultare scomode pur di raccontare il proprio tempo. Un'attitudine che oggi, secondo lei, manca sempre più spesso. «A volte si vorrebbe che le canzoni restassero dentro una zona franca, in cui le parole vengono dosate. In verità la realtà va da tutt'altra parte». Ecco perché il riferimento a Rino Gaetano non è soltanto musicale, ma quasi etico. «Lui ha raccontato le contraddizioni del suo tempo con coraggio, rischiando anche il tutto per tutto». Essere associata a una figura del genere attraverso un premio, aggiunge, «è un motivo di orgoglio grandissimo».
Ma chi è Giulia Mei quando i riflettori si spengono? «Sono un'umana con tutte le mie fragilità e contraddizioni». Una persona che ama stare tra la gente ma che sente anche il bisogno di isolarsi. Che riflette troppo, forse, ma che a volte agisce d'istinto. E soprattutto una persona che continua a cercare nella musica uno spazio di incontro. Laureata in Pianoforte classico al Conservatorio Bellini di Palermo e in Didattica della Musica al Conservatorio di Bologna, dal 2022 vive a Milano. Eppure Palermo non è mai rimasta indietro. Si sente nelle parole che sceglie, nelle storie che racconta e perfino nella lingua che porta sul palco. Potremmo dire che quella voce ha iniziato a farsi sentire sventolando un vessillo.
Dai provini di X Factor, che l'hanno portata a un passo dai live, fino all'esplosione sui social di "Bandiera" e di quel verso diventato manifesto: "Della mia figa farò una bandiera". Una dichiarazione d'esistenza prima ancora che una provocazione. Da lì è arrivata la dimostrazione che forse non serve vincere un talent e a volte nemmeno partecipare davvero quando si ha qualcosa da dire.
Sono arrivati i concerti in tutta Italia, i festival, i premi, un pubblico sempre più ampio e un disco dal titolo autoironico e disarmante: "Io della musica non ci ho capito niente". Nel suo percorso Palermo resta il centro di gravità. «L'identità territoriale nella mia musica è piuttosto centrale - spiega -. Cerco di portare con me le mie origini, la mia città e la mia lingua, anche nei luoghi in cui sono conosciute soltanto attraverso gli stereotipi». Per questo insiste nel definire il palermitano una lingua e non un semplice dialetto. Per questo continua a scrivere utilizzandolo. Perché farlo significa portare in giro una parte di sé. E quando parla del suo rapporto con la città abbandona ogni mediazione: «Io non sono nata a Palermo, io sono di Palermo. Che è ben diverso. Io sono Palermo». Un'affermazione che contiene tutto l'amore e tutte le contraddizioni di chi è cresciuto all'ombra di questa città. «È un rapporto di odio e amore, di forte impotenza davanti a una realtà che facciamo fatica a cambiare, ma anche di nostalgia e senso di appartenenza».
E poi quella frase che probabilmente ogni palermitano comprende al volo: «Palermo non è fatta per i deboli di cuore. Però sicuramente è fatta per me». Forse è anche per questo che nelle motivazioni del Premio Rino Gaetano si parla della sua musica come di uno strumento di trasformazione. Una definizione che l'ha colpita profondamente. «Per me la musica è uno strumento per parlare con la gente, non alla gente».
Uno spazio in cui costruire collettività, mettere insieme persone che condividono lo stesso desiderio di cambiamento. «Quella rabbia piena d'amore che crea trasformazione, evoluzione e rivoluzione». Adesso per lei è tempo di tornare a viaggiare. Il 16 giugno partirà da Roma un tour che attraversa l'Italia fino ad arrivare allo Sziget Festival di Budapest. Un live pensato come uno spaccato di vita, una montagna russa emotiva in cui si balla, si ride, ci si abbraccia e qualche volta si piange. Ma prima di tutto c'è un ritorno a casa. Il 20 giugno sarà a Palermo come madrina del Pride.
Alla fine resta una posizione volutamente sospesa rispetto a tutto il resto. “Della musica non ci ho capito niente”, ammette. Ma è proprio da questa incertezza che sembra partire tutto il resto: il bisogno di cantare, di stare dentro il suono, e di tornare ancora una volta a Palermo.
Classe 1993, overthinker di professione, impulsiva, fragile e ironica. La sua scrittura diretta e coraggiosa le è valsa il Premio Rino Gaetano, riconoscimento che celebra la centralità delle parole e la capacità della musica di diventare strumento di trasformazione sociale. Un premio che per lei rappresenta molto più di una targa da appendere al muro. «Significa riconoscimento - racconta -. Riconoscermi che esiste un filo che unisce la sua musica e le sue parole alla mia».
Un legame che Giulia individua soprattutto nell'irriverenza e nel coraggio di esporsi. Perché se c'è una cosa che ha sempre amato di Rino Gaetano è proprio la sua capacità di scrivere canzoni che non cercavano riparo. Canzoni disposte a risultare scomode pur di raccontare il proprio tempo. Un'attitudine che oggi, secondo lei, manca sempre più spesso. «A volte si vorrebbe che le canzoni restassero dentro una zona franca, in cui le parole vengono dosate. In verità la realtà va da tutt'altra parte». Ecco perché il riferimento a Rino Gaetano non è soltanto musicale, ma quasi etico. «Lui ha raccontato le contraddizioni del suo tempo con coraggio, rischiando anche il tutto per tutto». Essere associata a una figura del genere attraverso un premio, aggiunge, «è un motivo di orgoglio grandissimo».
Ma chi è Giulia Mei quando i riflettori si spengono? «Sono un'umana con tutte le mie fragilità e contraddizioni». Una persona che ama stare tra la gente ma che sente anche il bisogno di isolarsi. Che riflette troppo, forse, ma che a volte agisce d'istinto. E soprattutto una persona che continua a cercare nella musica uno spazio di incontro. Laureata in Pianoforte classico al Conservatorio Bellini di Palermo e in Didattica della Musica al Conservatorio di Bologna, dal 2022 vive a Milano. Eppure Palermo non è mai rimasta indietro. Si sente nelle parole che sceglie, nelle storie che racconta e perfino nella lingua che porta sul palco. Potremmo dire che quella voce ha iniziato a farsi sentire sventolando un vessillo.
Dai provini di X Factor, che l'hanno portata a un passo dai live, fino all'esplosione sui social di "Bandiera" e di quel verso diventato manifesto: "Della mia figa farò una bandiera". Una dichiarazione d'esistenza prima ancora che una provocazione. Da lì è arrivata la dimostrazione che forse non serve vincere un talent e a volte nemmeno partecipare davvero quando si ha qualcosa da dire.
Sono arrivati i concerti in tutta Italia, i festival, i premi, un pubblico sempre più ampio e un disco dal titolo autoironico e disarmante: "Io della musica non ci ho capito niente". Nel suo percorso Palermo resta il centro di gravità. «L'identità territoriale nella mia musica è piuttosto centrale - spiega -. Cerco di portare con me le mie origini, la mia città e la mia lingua, anche nei luoghi in cui sono conosciute soltanto attraverso gli stereotipi». Per questo insiste nel definire il palermitano una lingua e non un semplice dialetto. Per questo continua a scrivere utilizzandolo. Perché farlo significa portare in giro una parte di sé. E quando parla del suo rapporto con la città abbandona ogni mediazione: «Io non sono nata a Palermo, io sono di Palermo. Che è ben diverso. Io sono Palermo». Un'affermazione che contiene tutto l'amore e tutte le contraddizioni di chi è cresciuto all'ombra di questa città. «È un rapporto di odio e amore, di forte impotenza davanti a una realtà che facciamo fatica a cambiare, ma anche di nostalgia e senso di appartenenza».
E poi quella frase che probabilmente ogni palermitano comprende al volo: «Palermo non è fatta per i deboli di cuore. Però sicuramente è fatta per me». Forse è anche per questo che nelle motivazioni del Premio Rino Gaetano si parla della sua musica come di uno strumento di trasformazione. Una definizione che l'ha colpita profondamente. «Per me la musica è uno strumento per parlare con la gente, non alla gente».
Uno spazio in cui costruire collettività, mettere insieme persone che condividono lo stesso desiderio di cambiamento. «Quella rabbia piena d'amore che crea trasformazione, evoluzione e rivoluzione». Adesso per lei è tempo di tornare a viaggiare. Il 16 giugno partirà da Roma un tour che attraversa l'Italia fino ad arrivare allo Sziget Festival di Budapest. Un live pensato come uno spaccato di vita, una montagna russa emotiva in cui si balla, si ride, ci si abbraccia e qualche volta si piange. Ma prima di tutto c'è un ritorno a casa. Il 20 giugno sarà a Palermo come madrina del Pride.
Alla fine resta una posizione volutamente sospesa rispetto a tutto il resto. “Della musica non ci ho capito niente”, ammette. Ma è proprio da questa incertezza che sembra partire tutto il resto: il bisogno di cantare, di stare dentro il suono, e di tornare ancora una volta a Palermo.
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