Il futuro (incerto) del San Saverio a Palermo: "Ballarò non può perdere altri spazi"
Un luogo che per molti abitanti non è semplicemente un edificio o un contenitore di attività, ma una presenza: una porta aperta per l'intero quartiere
San Saverio
A Palermo c’è uno spazio che da quarant’anni tiene insieme pezzi di quartiere. Non lo fa con grandi insegne, né con il linguaggio ordinato dei progetti istituzionali, ma con quello più faticoso e quotidiano delle relazioni: bambini che fanno doposcuola, anziani che trovano compagnia, adulti che tornano a studiare, persone fragili che vengono accompagnate, cultura, teatro, percorsi di inclusione, presidi di socialità in una parte di città dove spesso i bisogni arrivano prima delle risposte.
È il centro sociale San Saverio, all’interno dell’ex Reclusorio femminile di Ballarò, nel cuore dell’Albergheria. Un luogo che per molti abitanti non è semplicemente un edificio o un contenitore di attività, ma una presenza: una porta aperta da prima che parole come “rigenerazione”, “hub”, “coprogettazione” e “valorizzazione” entrassero stabilmente nel vocabolario urbano. Adesso, però, il suo futuro è diventato incerto.
L’Opera Pia Istituto Santa Lucia, proprietaria dell’immobile, ha pubblicato un avviso per raccogliere manifestazioni di interesse finalizzate alla coprogettazione, al recupero strutturale e alla gestione integrata dell’ex reclusorio. Nell’ipotesi indicata dall’ente si parla di un nuovo “Hub socioculturale Ballarò”, con funzioni sociali, educative e culturali, ma anche servizi pensati per garantire sostenibilità economica, come ospitalità sociale, coworking, caffetteria e laboratori artigianali.
Un progetto che, sulla carta, guarda alla riqualificazione di un immobile storico e alla sua apertura a nuovi impieghi. Ma è proprio qui che si apre la frattura: che posto avrà, in questo futuro ridisegnato, il Centro San Saverio? E soprattutto: si può parlare di rigenerazione senza partire da ciò che in quel luogo esiste già? Il San Saverio nasce nella primavera del 1986, dopo una serie di assemblee popolari nel quartiere.
All’inizio non c’era un progetto compiuto, ma un’urgenza: capire come entrare in relazione con l’Albergheria, con le sue necessità, con le sue ferite e, soprattutto, con i suoi bambini. Le prime attività partirono proprio da loro, dalle strade e dalle piazze, con giochi, doposcuola, alfabetizzazione.
Poi il Centro è cresciuto, diventando negli anni un punto di riferimento per minori, adolescenti, anziani, donne, famiglie, persone in difficoltà e per percorsi di reinserimento sociale e misure alternative alla pena. Una storia lunga, legata anche alla figura di don Cosimo Scordato, sacerdote e teologo che proprio all’Albergheria ha costruito una parte importante del suo impegno sociale.
Ma anche alla presenza di Franco Scaldati, che per anni ha fatto del San Saverio la sua base creativa e teatrale, portando dentro quelle stanze un lavoro culturale profondamente legato alla lingua, alle ombre e alle voci popolari di Palermo. Non solo assistenza, dunque. E non solo doposcuola.
Il San Saverio è stato, ed è tuttora, laboratorio sociale, culturale e politico nel senso più ampio del termine: uno spazio in cui il quartiere non viene raccontato da fuori, ma prova a raccontarsi, organizzarsi e immaginare risposte. Per questo, dal Centro, la preoccupazione viene posta in termini molto concreti.
«Abbiamo chiesto garanzie per la nostra permanenza dopo quarant’anni di impegno», spiegano. Un atto formale che consenta alle attività di continuare negli stessi locali, come avvenuto finora. E invece «nessuna garanzia, ci hanno invitato a partecipare all’avviso», continuano.
Il Centro una proposta l’ha comunque presentata. Non perché consideri risolto il problema, ma per non essere escluso dalla procedura e per evitare che la mancata partecipazione possa essere interpretata come disinteresse. Il timore, però, resta. Attorno al San Saverio si è mossa anche SOS Ballarò, la rete territoriale che da anni riunisce associazioni, abitanti, commercianti e realtà civiche impegnate sulla vivibilità e sul rilancio del quartiere.
La loro lettura è ancora più netta: il problema non riguarda soltanto il destino di un centro sociale, ma il metodo con cui si sta decidendo il futuro di uno spazio storico del quartiere. Secondo Sos Ballarò, la prima questione è il modo in cui l’ex Reclusorio viene raccontato.
Non un posto vuoto da riempire, ma un edificio attraversato ogni giorno da diverse esperienze. «Non è vero che è uno spazio abbandonato - è il senso della contestazione -. Da quarant’anni c’è il centro sociale San Saverio. Per anni c’è stato don Cosimo Scordato, per anni Franco Scaldati ne ha fatto la propria base creativa. È un luogo vivo».
La preoccupazione è aumentata dopo una visita organizzata dall’Opera Pia insieme alla fondazione Made in Sicily, alla presenza del sindaco Roberto Lagalla, dell’assessora regionale alla Famiglia e alle Politiche Sociali Nuccia Albano, di esponenti dell’amministrazione e del cda dell’Opera Pia.
Un appuntamento che, secondo SOS Ballarò, non avrebbe coinvolto le realtà del quartiere che da anni lavorano dentro e attorno al San Saverio. Il nodo, alla fine, è tutto qui: chi decide cosa deve diventare uno spazio che ha già una storia? E che cosa significa “rigenerare” un luogo se nel farlo si rischia di indebolire proprio le relazioni che lo hanno tenuto vivo? Perché la vicenda del San Saverio non riguarda solo l’Albergheria.
Parla di Palermo e del modo in cui la città guarda ai suoi spazi sociali: luoghi spesso fragili dal punto di vista amministrativo, ma fortissimi nella vita quotidiana, che suppliscono all’assenza dei servizi, intercettano bisogni, costruiscono fiducia, accompagnano persone che altrove rischierebbero di restare invisibili.
E che però, quando arrivano bandi, avvisi, progetti e piani di valorizzazione, rischiano di essere trattati come presenze provvisorie, quasi accessorie. La mobilitazione, intanto, è uscita dal perimetro del quartiere ed è arrivata in Consiglio comunale.
A sollevare il caso è Mariangela Di Gangi, prima firmataria di un’interrogazione presentata insieme ad altri consiglieri e consigliere di opposizione, che chiede al sindaco e alla giunta chiarimenti sulla procedura avviata dall’Opera Pia, sul ruolo avuto dal Comune e sulle garanzie per il futuro del Centro. Il punto non è secondario.
L’Opera Pia Istituto Santa Lucia è una IPAB, ossia un ente pubblico di assistenza e beneficenza, e nel suo consiglio di amministrazione siede anche un componente designato dal sindaco di Palermo. Per questo l’opposizione chiede di sapere se il Comune fosse a conoscenza dell’avviso prima della pubblicazione, quale mandato sia stato dato al proprio rappresentante e quale sia stato il significato istituzionale della visita organizzata insieme alla fondazione Made in Sicily mentre la manifestazione di interesse era ancora aperta.
«Parliamo di un luogo che per decenni ha rappresentato un presidio sociale, educativo e culturale per l’Albergheria», spiegano i consiglieri, chiedendo che ogni scelta avvenga «nella massima trasparenza» e con il coinvolgimento della comunità territoriale.
La rigenerazione, è il senso dell’interrogazione, non può trasformarsi nella sostituzione delle funzioni sociali che rendono vivi i quartieri: «Ballarò non ha bisogno di perdere spazi di comunità, ma di rafforzarli», dicono.
La questione, però, non si ferma a Sala delle Lapidi. Il caso è arrivato anche all’Ars, dove i deputati Valentina Chinnici, Ismaele La Vardera e Adriano Varrica hanno presentato un’interrogazione all’assessora Nuccia Albano per chiedere chiarimenti su un percorso che, secondo loro, presenta diversi aspetti da approfondire: dalla visita istituzionale dei giorni precedenti alla pubblicazione dell’avviso per la concessione della struttura, fino alle finalità indicate nello stesso avviso, che sembrano andare oltre i compiti sociali storicamente affidati all’Opera Pia.
Nel testo entra anche la posizione di Vito Raso, ex collaboratore di Totò Cuffaro, indicato dai deputati in relazione al suo ruolo nel consiglio di amministrazione dell’Opera Pia Istituto Santa Lucia. Un passaggio che nelle ultime ore ha avuto un ulteriore sviluppo: sul sito dell’ente, nella pagina dedicata agli incarichi, accanto al nome di Raso compare da ieri la dicitura «dimissioni presentate a far data 11.11.2025».
Un aggiornamento che comunque non scioglie i dubbi sollevati. Resta infatti da capire se il futuro dell’ex Reclusorio sia stato costruito dentro un percorso davvero trasparente e coerente con la natura pubblica dell’Opera Pia, oppure se si stia muovendo una partita già troppo avanzata e troppo poco condivisa con il territorio.
La parola passa quindi alle istituzioni, chiamate a chiarire cosa sia accaduto finora e quali garanzie esistano per il futuro. Perché dietro il caso San Saverio non c’è solo la gestione di un immobile, ma una scelta molto più concreta: decidere se il lavoro costruito nel quartiere sarà il punto di partenza del progetto o qualcosa da lasciare fuori.
È il centro sociale San Saverio, all’interno dell’ex Reclusorio femminile di Ballarò, nel cuore dell’Albergheria. Un luogo che per molti abitanti non è semplicemente un edificio o un contenitore di attività, ma una presenza: una porta aperta da prima che parole come “rigenerazione”, “hub”, “coprogettazione” e “valorizzazione” entrassero stabilmente nel vocabolario urbano. Adesso, però, il suo futuro è diventato incerto.
L’Opera Pia Istituto Santa Lucia, proprietaria dell’immobile, ha pubblicato un avviso per raccogliere manifestazioni di interesse finalizzate alla coprogettazione, al recupero strutturale e alla gestione integrata dell’ex reclusorio. Nell’ipotesi indicata dall’ente si parla di un nuovo “Hub socioculturale Ballarò”, con funzioni sociali, educative e culturali, ma anche servizi pensati per garantire sostenibilità economica, come ospitalità sociale, coworking, caffetteria e laboratori artigianali.
Un progetto che, sulla carta, guarda alla riqualificazione di un immobile storico e alla sua apertura a nuovi impieghi. Ma è proprio qui che si apre la frattura: che posto avrà, in questo futuro ridisegnato, il Centro San Saverio? E soprattutto: si può parlare di rigenerazione senza partire da ciò che in quel luogo esiste già? Il San Saverio nasce nella primavera del 1986, dopo una serie di assemblee popolari nel quartiere.
All’inizio non c’era un progetto compiuto, ma un’urgenza: capire come entrare in relazione con l’Albergheria, con le sue necessità, con le sue ferite e, soprattutto, con i suoi bambini. Le prime attività partirono proprio da loro, dalle strade e dalle piazze, con giochi, doposcuola, alfabetizzazione.
Poi il Centro è cresciuto, diventando negli anni un punto di riferimento per minori, adolescenti, anziani, donne, famiglie, persone in difficoltà e per percorsi di reinserimento sociale e misure alternative alla pena. Una storia lunga, legata anche alla figura di don Cosimo Scordato, sacerdote e teologo che proprio all’Albergheria ha costruito una parte importante del suo impegno sociale.
Ma anche alla presenza di Franco Scaldati, che per anni ha fatto del San Saverio la sua base creativa e teatrale, portando dentro quelle stanze un lavoro culturale profondamente legato alla lingua, alle ombre e alle voci popolari di Palermo. Non solo assistenza, dunque. E non solo doposcuola.
Il San Saverio è stato, ed è tuttora, laboratorio sociale, culturale e politico nel senso più ampio del termine: uno spazio in cui il quartiere non viene raccontato da fuori, ma prova a raccontarsi, organizzarsi e immaginare risposte. Per questo, dal Centro, la preoccupazione viene posta in termini molto concreti.
«Abbiamo chiesto garanzie per la nostra permanenza dopo quarant’anni di impegno», spiegano. Un atto formale che consenta alle attività di continuare negli stessi locali, come avvenuto finora. E invece «nessuna garanzia, ci hanno invitato a partecipare all’avviso», continuano.
Il Centro una proposta l’ha comunque presentata. Non perché consideri risolto il problema, ma per non essere escluso dalla procedura e per evitare che la mancata partecipazione possa essere interpretata come disinteresse. Il timore, però, resta. Attorno al San Saverio si è mossa anche SOS Ballarò, la rete territoriale che da anni riunisce associazioni, abitanti, commercianti e realtà civiche impegnate sulla vivibilità e sul rilancio del quartiere.
La loro lettura è ancora più netta: il problema non riguarda soltanto il destino di un centro sociale, ma il metodo con cui si sta decidendo il futuro di uno spazio storico del quartiere. Secondo Sos Ballarò, la prima questione è il modo in cui l’ex Reclusorio viene raccontato.
Non un posto vuoto da riempire, ma un edificio attraversato ogni giorno da diverse esperienze. «Non è vero che è uno spazio abbandonato - è il senso della contestazione -. Da quarant’anni c’è il centro sociale San Saverio. Per anni c’è stato don Cosimo Scordato, per anni Franco Scaldati ne ha fatto la propria base creativa. È un luogo vivo».
La preoccupazione è aumentata dopo una visita organizzata dall’Opera Pia insieme alla fondazione Made in Sicily, alla presenza del sindaco Roberto Lagalla, dell’assessora regionale alla Famiglia e alle Politiche Sociali Nuccia Albano, di esponenti dell’amministrazione e del cda dell’Opera Pia.
Un appuntamento che, secondo SOS Ballarò, non avrebbe coinvolto le realtà del quartiere che da anni lavorano dentro e attorno al San Saverio. Il nodo, alla fine, è tutto qui: chi decide cosa deve diventare uno spazio che ha già una storia? E che cosa significa “rigenerare” un luogo se nel farlo si rischia di indebolire proprio le relazioni che lo hanno tenuto vivo? Perché la vicenda del San Saverio non riguarda solo l’Albergheria.
Parla di Palermo e del modo in cui la città guarda ai suoi spazi sociali: luoghi spesso fragili dal punto di vista amministrativo, ma fortissimi nella vita quotidiana, che suppliscono all’assenza dei servizi, intercettano bisogni, costruiscono fiducia, accompagnano persone che altrove rischierebbero di restare invisibili.
E che però, quando arrivano bandi, avvisi, progetti e piani di valorizzazione, rischiano di essere trattati come presenze provvisorie, quasi accessorie. La mobilitazione, intanto, è uscita dal perimetro del quartiere ed è arrivata in Consiglio comunale.
A sollevare il caso è Mariangela Di Gangi, prima firmataria di un’interrogazione presentata insieme ad altri consiglieri e consigliere di opposizione, che chiede al sindaco e alla giunta chiarimenti sulla procedura avviata dall’Opera Pia, sul ruolo avuto dal Comune e sulle garanzie per il futuro del Centro. Il punto non è secondario.
L’Opera Pia Istituto Santa Lucia è una IPAB, ossia un ente pubblico di assistenza e beneficenza, e nel suo consiglio di amministrazione siede anche un componente designato dal sindaco di Palermo. Per questo l’opposizione chiede di sapere se il Comune fosse a conoscenza dell’avviso prima della pubblicazione, quale mandato sia stato dato al proprio rappresentante e quale sia stato il significato istituzionale della visita organizzata insieme alla fondazione Made in Sicily mentre la manifestazione di interesse era ancora aperta.
«Parliamo di un luogo che per decenni ha rappresentato un presidio sociale, educativo e culturale per l’Albergheria», spiegano i consiglieri, chiedendo che ogni scelta avvenga «nella massima trasparenza» e con il coinvolgimento della comunità territoriale.
La rigenerazione, è il senso dell’interrogazione, non può trasformarsi nella sostituzione delle funzioni sociali che rendono vivi i quartieri: «Ballarò non ha bisogno di perdere spazi di comunità, ma di rafforzarli», dicono.
La questione, però, non si ferma a Sala delle Lapidi. Il caso è arrivato anche all’Ars, dove i deputati Valentina Chinnici, Ismaele La Vardera e Adriano Varrica hanno presentato un’interrogazione all’assessora Nuccia Albano per chiedere chiarimenti su un percorso che, secondo loro, presenta diversi aspetti da approfondire: dalla visita istituzionale dei giorni precedenti alla pubblicazione dell’avviso per la concessione della struttura, fino alle finalità indicate nello stesso avviso, che sembrano andare oltre i compiti sociali storicamente affidati all’Opera Pia.
Nel testo entra anche la posizione di Vito Raso, ex collaboratore di Totò Cuffaro, indicato dai deputati in relazione al suo ruolo nel consiglio di amministrazione dell’Opera Pia Istituto Santa Lucia. Un passaggio che nelle ultime ore ha avuto un ulteriore sviluppo: sul sito dell’ente, nella pagina dedicata agli incarichi, accanto al nome di Raso compare da ieri la dicitura «dimissioni presentate a far data 11.11.2025».
Un aggiornamento che comunque non scioglie i dubbi sollevati. Resta infatti da capire se il futuro dell’ex Reclusorio sia stato costruito dentro un percorso davvero trasparente e coerente con la natura pubblica dell’Opera Pia, oppure se si stia muovendo una partita già troppo avanzata e troppo poco condivisa con il territorio.
La parola passa quindi alle istituzioni, chiamate a chiarire cosa sia accaduto finora e quali garanzie esistano per il futuro. Perché dietro il caso San Saverio non c’è solo la gestione di un immobile, ma una scelta molto più concreta: decidere se il lavoro costruito nel quartiere sarà il punto di partenza del progetto o qualcosa da lasciare fuori.
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