Il teatro come una ferita aperta su Palermo: Emma Dante "racconta" il (suo) Leone d'oro
La regista ci parla delle emozioni e di alcuni aneddoti sul premio alla carriera ricevuto alla Biennale di Venezia. E poi riflette sulla città che ispira la sua arte
Da sinistra Pietrangelo Buttafuoco, Emma Dante e Willem Dafoe
Adesso, quell’idea di teatro che la regista palermitana porta ostinatamente avanti da più di trent’anni le è valsa il Leone d’oro alla carriera alla Biennale del Teatro di Venezia, un premio che lei definisce «una guida a conferma della strada intrapresa», conferitole dal presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, e dall’attore Willem Dafoe, direttore per il biennio 2025/2026.
E proprio con quest’ultimo – attore versatile e fuoriclasse, protagonista di capolavori e film sperimentali, così come di blockbuster estivi e horror d’autore, dagli ultimi “Nosferatu” e “Povere creature!” allo “Spider-Man” di Sam Raimi e il sequel del fortunato “Speed” con Keanu Reeves e Sandra Bullock – la consegna del premio sembra quasi la chiusura di un cerchio, apertosi nell’estate di quasi vent’anni fa in un piccolo teatro a Roma. In scena andava “Il festino”, per la regia di Emma Dante, e fra i presenti in sala uno dei posti era occupato proprio da lui, Willem Dafoe. «Non fu un incontro – dice la regista – perché lui venne a vedere lo spettacolo e poi se ne andò, non ci fu modo di parlare tra noi, non ricordo chi lo portò ma rimasi abbastanza colpita dal suo arrivo.
Eravamo in un piccolo teatro a Roma, non ricordo bene dove, ma sicuramente un teatrino di periferia. In quello spettacolo c’era Gaetano Bruno, che faceva un lavoro immenso. Non andai da Dafoe, non mi venne naturale, anche perché era venuto a vedere lo spettacolo e io sono molto discreta, lascio le persone in pace. L’ho conosciuto di persona solo l’anno scorso, mentre allestivo un’opera lirica alla Fenice, a Venezia».
Di certo Dafoe è uno di quegli attori che vanno sempre a caccia di nuovi stimoli, di modi diversi di rappresentare un personaggio, una storia, un sentimento: lo faceva agli albori della sua carriera, prima ancora che recitasse nel leggendario “I cancelli del cielo” di Michael Cimino, quando un’idea di teatro non ce l’aveva ancora, figurarsi adesso che la sua carriera si estende per oltre cinquant’anni, tra palcoscenico e cinema. Di storie, di personaggi, di regia e recitazione Willem Dafoe ne mastica.
«Questo premio – dice Emma Dante – mi fa sentire la speranza che nonostante tutto il percorso su cui cammino sia quello su cui devo continuare. I premi arrivano, secondo quello che racconta la storia, anche quando una storia è difficile – nel senso buono del termine. Se uno continua, se è ostinato a provocare nel pubblico una ferita, e non per fare male, ma per aprire uno spazio da cui guardarsi dentro, per vedere cose che uno aveva sottovalutato. Essere colpiti da qualcosa aiuta a tenere viva la conoscenza. Secondo me il teatro deve continuare a fare questo. I premi aiutano a dire alla gente che è giusto questo percorso, io ne sono felicissima».
E poi aggiunge: «Il mio teatro non è neanche così difficile, io faccio teatro proprio per la gente, per il popolo, il mio è un teatro che è stato ben accolto in questi anni, nonostante trattasse temi difficili. Ricevendo questo premio mi sono resa conto di avere una grande fetta di pubblico che mi segue, una comunità che mi osserva ed è sempre più numerosa, più strutturata, e questo è un grande dono che con questo premio è venuto fuori».
Nella motivazione con cui la Biennale ha conferito il premio a Emma Dante, si legge testualmente: «Emma Dante […] ha saputo portare la Sicilia alla ribalta, innervando la grande lezione di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, come pure di Ciprì e Maresco o Franco Scaldati, affrontando con coraggio non solo una ricerca linguistica unica, ma anche dando forza scenica a quei temi scomodi e dolorosi che da sempre sembrano connotare la sua terra».
E vedendo il suo nome al fianco di Pirandello, Sciascia, Camilleri e Scaldati, è naturale pensare che in un futuro neanche troppo lontano i suoi testi possano essere studiati con l’attenzione con cui oggi si legge "I giganti della montagna" o "Sei personaggi in cerca d’autore". Lei però non è di questo parere: «Adesso che sono viva succede questo – commenta ironicamente la regista – però c’è una differenza. Ciprì e Maresco fanno qualcosa che resta al cinema. Sciascia, Pirandello, Camilleri, sono stati tutti autori di romanzi, di testi, di qualcosa che finisce sulla carta. Gli spettacoli che faccio io non rimangono, perché io faccio una scrittura scenica, non mi metto a scrivere il teatro come Cechov o Pinter. I miei testi sono molto fragili senza la scena.
Non credo che fra cento anni qualcuno studierà Emma Dante. Ma l’importante è che ora che sono viva io per prima creda a questo teatro. Il mio presente è qui e nel mio futuro, in parte naturalmente anche nel mio passato. Poi quello che lascia il mio teatro ha poca importanza, anche perché è costruito su un’idea di fragilità e quindi non tenta – né ha mai tentato – di essere immortale. È sempre stato mortale, e questa è sempre stata la sua forza».
E se da un lato c’è un pubblico che segue gli spettacoli messi in scena dalla regista senza perdersi una singola evoluzione del suo teatro, c’è un mondo a cui spesso Emma Dante si rivolge – e da cui attinge per le sue storie – che resta molto distante non solo dal palcoscenico, ma anche dagli altri orli culturali che potrebbero fornirgli gli strumenti per non cadere vittima della violenza, della cultura della sopraffazione, dell’assetto mentale mafioso. È una larga fetta della periferia di Palermo, quella in cui negli ultimi anni, e negli ultimi mesi sempre più, si muovono ogni notte emissari di una microcriminalità silenziosa ed elettrica, disperata e violenta, di cui le cronache raccontano quotidianamente un nuovo delitto, o una nuova intimidazione o una nuova forma di violenza verso il mondo.
Ed Emma Dante, di questa periferia, ha un’idea molto chiara che esula dalla lettura facile offerta dalle prospettive che guardano solo alle ultime recrudescenze. «Il problema è la mancanza di strumenti – risponde la regista – . Il male esiste ovunque. Non è che la Sicilia ha più male del Nord. Io ho sempre creduto che il male si annidi ovunque, quello che fa la differenza è avere gli strumenti, e purtroppo il fatto di possederli ha a che fare con la cultura, con l’educazione culturale e l’educazione sentimentale. In una comunità si dovrebbe avere cura di tutte e tre, ma viviamo in un periodo storico in cui si hanno sempre meno strumenti. Il Sud ne risente di più, e adesso nelle città alberga la paura, in primis dei giovanissimi che vedono altri coetanei muoversi in bande, andare in giro con aggressività, con armi. Ci sono morti anche per liti stupide, esiste la mafia ma anche l’atteggiamento mafioso, che altro non è che non avere strumenti per contrastare l’attecchimento del male».
Così come il teatro, anche il cinema di Emma Dante è stato costellato di questi personaggi senza strumenti per riconoscere il male, che lo perpetrano quasi senza una bussola morale – vedasi il Polifemo di Fabrizio Ferracane in “Misericordia”. E proprio “Misericordia” è l’ultimo film che ha portato l’occhio della regista dietro la macchina da presa. Di nuove incursioni al cinema all’orizzonte non sembrano essercene, almeno non per adesso, ma lo spiraglio è sempre aperto e il prossimo film potrebbe essere l’ultimo della regista: «Sicuramente per ora mi sto dedicando di più al teatro, anche perché mi sono appena trasferita a Roma, con la compagnia abbiamo preso uno spazio nuovo al Pigneto, lo stiamo ristrutturando e siamo presi da questo momento. Il cinema è sempre stato, ovviamente, un’altra passione, di sicuro secondaria rispetto al teatro perché io sono più una teatrante.
La mia competenza è quella. Il cinema mi fa più "paura", bisogna essere veramente molto equipaggiati per fare un film. Anche il cinema deve colpire, deve prendere a pugni, deve avere la stessa identica vocazione del teatro, se non ha questa vocazione non ha senso farlo. Però col cinema io vado più previdente e se devo fare un film dev’esserci davvero una forte necessità in me. In più, se penso che fare un film significa poi andare in sala possibilmente per una settimana. È mortificante per chi lo dirige e per tutte le figure che lavorano per farlo. Adesso, dopo tre anni (da “Misericordia”, ndr) c’è in me una fiammella che ha ripreso a bruciare. Sicuramente ne farò un altro. Non so se sarà l’ultimo, ma lo farò. Considerando poi il periodo di crisi totale per il settore, il fatto che ci sono pochissime risorse a disposizione, credo sia giusto le usino quelle produzioni indipendenti che possono aiutare i giovani che vogliono davvero fare cinema e solo cinema. E che hanno qualcosa da dire».
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