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Non è di un moro ma di Madame Serisse: l'altra leggenda della testa mozzata in Sicilia

È nella città sospesa tra Oriente e Occidente che nasce la leggenda di via Serisso: una storia di amore clandestino, fuga e vendetta destinata a finire in tragedia

Vincenza Cammareri
Laureata in Giurisprudenza
  • 26 maggio 2026

La testa femminile incastonata in via Serisso a Trapani

C’è un punto, nel centro storico di Trapani, in cui la città sembra stringersi tra il porto e le sue pietre antiche. È lì che si apre via Serisso: una strada che unisce i due mari, da Porta Botteghelle al porto. Il nome, secondo la tradizione, rimanda a una figura ambigua locale legata ad una tragedia che si è consumata proprio in città.

Secondo la tradizione popolare, il nome della via deriverebbe da Felice Serisso, ricco mercante vissuto tra la fine del Quattrocento e l’inizio del CinquecentoUn uomo del mare, abituato alle rotte del Mediterraneo. È in questa città sospesa tra Oriente e Occidente che nasce la leggenda di Via Serisso: una storia di amore clandestino, fuga e vendetta destinata a trasformarsi in tragedia raccontata dalla memoria popolare. Basta arrivare all’angolo tra la Marina e la via, per scorgere tra le facciate consumate dal vento salmastro un dettaglio quasi invisibile: una piccola testa femminile in marmo incastonata nel muro. Molti passano senza notarla; altri invece si fermano, perché a Trapani quella testa non è considerata una semplice decorazione. È il frammento di una storia che la città continua a custodire da secoli.

Le versioni della leggenda cambiano nei dettagli, ma il cuore della storia resta sempre lo stesso. Sposato a una giovane donna straniera, indicata in alcune varianti come francese e ricordata dalla tradizione come “Madame Serisse”. Durante una lunga assenza del marito, la donna si sarebbe innamorata di uno schiavo saraceno. Un amore clandestino cresciuto nel silenzio fino a trasformarsi in fuga: i due scappano da Trapani, attraversano il Mediterraneo e raggiungono la Barberia, sulle coste del Nord Africa. Quando Serisso torna e scopre il tradimento, l’uomo parte via mare alla ricerca dei due amanti. Attraversa le stesse rotte che un tempo percorreva per commercio, ma questa volta spinto soltanto dalla rabbia. E quando finalmente li raggiunge, la vendetta si compie: prima uccide il saraceno, poi la moglie. Infine la decapita e chiude la testa in un sacco per riportarla con sé a Trapani.

È questo il punto in cui la storia diventa memoria urbana. Secondo il racconto popolare, una volta tornato in città, Serisso avrebbe esposto la testa della donna davanti alla propria abitazione, come monito pubblico. Ed è proprio da quell’episodio che sarebbero nati il nome di Porta Serisso e quello della strada che ancora oggi attraversa il centro storico. Eppure la leggenda di Via Serisso non è un caso isolato. Al contrario, sembra inserirsi dentro una narrazione più ampia che attraversa tutta la Sicilia: quella delle teste recise trasformate in simbolo, memoria o oggetto domestico. Lo stesso schema ritorna infatti nelle celebri Teste di Moro, oggi considerate uno dei simboli più riconoscibili e tradizionali dell’isola.

La leggenda più famosa nasce tra le strade della Palermo araba, nel quartiere della Kalsa. Una giovane ragazza trascorre le giornate sul balcone di casa. Un giorno un giovane Moro la vede, se ne innamora e inizia a corteggiarla. Tra i due nasce una relazione intensa e segreta ma la felicità dura poco: la giovane scopre che l’uomo ha già una moglie e dei figli in Oriente e che presto partirà lasciandola sola. La notte prima della partenza, accecata dalla gelosia, lo uccide nel sonno e gli taglia la testa. Poi accade qualcosa che trasforma definitivamente la leggenda in simbolo: la donna usa la testa del moro come vaso per piantarvi del basilico. La pianta cresce rigogliosa e i vicini, colpiti dalla sua bellezza, iniziano a farsi creare vasi di terracotta con sembianze umane. Nascono così le Teste di Moro.

Ancora una volta il Mediterraneo racconta la stessa storia: amore, possesso, perdita e una testa che non viene nascosta, ma trasformata in memoria materiale. Il vero punto di contatto tra tutte queste storie trova le sue radice più indietro nel tempo, nella letteratura medievale. Nel Decameron di Giovanni Boccaccio compare infatti la storia di Lisabetta da Messina, giovane siciliana innamorata di Lorenzo, garzone dei suoi fratelli. Quando la relazione viene scoperta, i fratelli uccidono il giovane e ne nascondono il corpo. Attraverso un sogno, Lisabetta scopre dove si trova il cadavere dell’amato. Lo raggiunge, dissotterra il corpo e ne prende la testa. Poi la nasconde dentro un vaso di basilico che cura ogni giorno, annaffiandolo con le lacrime.

È un’immagine che attraversa i secoli senza perdere forza. La testa non è più soltanto un simbolo di vendetta. Diventa memoria che continua a vivere nella quotidianità. Ed è qui che il filo narrativo si ricompone: via Serisso, le Teste di Moro e la novella di Boccaccio sembrano parlare la stessa lingua simbolica, quella in cui amore e morte si intrecciano continuamente, lasciando dietro di sé oggetti che diventano racconto. E così Via Serisso resta molto più di una strada del centro storico di Trapani.

In quella strada stretta, in quella piccola testa di marmo consumata dal tempo, continua a sopravvivere un immaginario antico fatto di amore, gelosia e memoria. Lo stesso che attraversa le Teste di Moro e riaffiora nelle pagine del Decameron. Perché in Sicilia le leggende non spariscono mai davvero: restano lì, tra i vicoli e il mare, a raccontarsi sileziosamente nel corso dei secoli.
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