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Per i greci era un dono, a Palermo è un'altra cosa: la storia degli "occhi a pampinedda"

Il detto palermitano ha origini antiche e aveva un'accezione positiva. Giunto in città ha cambiato significato. Anche Giuseppe Pitrè lo cita in un antico canto popolare

Francesca Garofalo
Giornalista pubblicista e copywriter
  • 15 luglio 2026

Un movimento calmo, a rallentatore, di quelli che puoi distrarti un attimo ma senza perderlo. Il “bacio” fra palpebra e palpebra, rima e rima. Non parliamo di un’effusione amorosa, ma di uno stato soporifero che in Sicilia investe chi ha dormito poco e per tal motivo ha “l’occhi a pampinedda - gli occhi socchiusi”.

Il detto siciliano, dai palermitani natali, appare di solito con i sintomi alle prime ore del mattino oppure verso l’ora X serale che riduce il volto a un frame in slow motion.

Tutto arranca: il viso è rilassato e gli sbadigli imperversano, mentre i tratti caratteristici rimangono loro, occhi che scendono come le migliori saracinesche automatiche.

Nulla di spaventoso, s’intende. C’è chi ha gli occhi da cerbiatto e chi a pampina o pampinedda. Normale evoluzione della specie sicula.

L’etimologia risalirebbe al latino pampinus, a sua volta dalla radice greca ampelos che significa “vite”. E sempre dal greco però in termini di mitologia, pare esistesse un satiro di nome Ampelo (Άμπελος). Amato da Dioniso, secondo il mito morì cadendo da un albero o da una vite per raccogliere un grappolo d’uva. Gli dei così sentenziarono: “Che il corpo sia trasformato nel primo tralcio di vite, donando all'umanità l'uva e il vino”.

Dunque, possiamo dire che è propria di questa espressione un certo tratto poetico e quasi romantico, essendo la “pampina” una foglia delicata. Ergo il significato letterale sarebbe avere gli "occhi a fogliolina", in particolare quelle della vite o dell’olivo. La prima, foglia ampia e dentata e la seconda, allungata ed entrambe ondeggiano, si piegano e contorcono al ritmo lento del vento.

L'essenza di questo detto lo troviamo persino in un antico canto popolare di Bagheria, arrivato ai posteri grazie allo scrittore ed etnologo palermitano Giuseppe Pitrè:

Vinni a cantari 'nta sta to vanedda
Venni a cantare in questa tua viuzza.

Pri ruditi lu senziu e la midudda
Per roderti il cervello e il midollo.

Nni voi cutugna? Nn haju na cartedda
Ne vuoi delle cotogne? Ne ho un cartoccio.

E appisi l'haju senza pidicudda
E l'ho appesa senza picciolo.

Quannu ti metti l’occhi a pampinedda
Dui grana nun cci vai mmenzu la fudda

Quando hai gli occhi mollemente socchiusi (ammiccanti)
due chicchi non arrivano (non valgono un soldo) in mezzo alla folla”*.

In questo caso, la vena poetica è quella di un uomo protagonista di una dichiarazione o un corteggiamento dispettoso e provocatorio sotto la casa della donna interessata. L’uomo, forse un contadino, porta in dono dei frutti e ci tiene ad avvertirla scherzosamente: più fai gli occhi a pampinedda, socchiusi e in questo caso all’apparenza ammiccanti o civettuoli, più rischi di non fare colpo tra la folla.

Un avvertimento che forse suona anche come paura nel vederla in altre braccia per quel possibile atteggiamento. Non è dato saperlo…

Quel che sappiamo con certezza è che occhi a pampinedda rimane tra le espressioni che meglio incarnano quella parte di Sicilia che fa a pugni con la sua metà mattiniera.


*Fonte: Canti popolari siciliani raccolti ed illustrati da Giuseppe Pitrè
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