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Da Palermo ai palchi del mondo: il pianista sordo che insegna ad ascoltare la musica

Anni di concerti, studio, ostacoli superati e un percorso umano che continua a trasformarsi insieme alla sua musica. Oggi insegna al Conservatorio della sua città

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • 13 giugno 2026

Il pianista Davide Santacolomba

Nella vita di alcuni artisti, accadde che la propria storia smette di essere soltanto una battaglia personale e diventa qualcosa di più ampio: un linguaggio condiviso, una possibilità offerta agli altri. Per Davide Santacolomba quel momento sembra essere arrivato oggi, dopo anni di concerti, studio, ostacoli superati e un percorso umano che continua a trasformarsi insieme alla sua musica. Per molto tempo il pubblico lo ha conosciuto soprattutto come “il pianista sordo”.

Una definizione inevitabile, quasi naturale, considerando l’unicità della sua storia. E lui stesso non la rifiuta. «La mia figura sarà inevitabilmente sempre collegata alla sordità, perché il mio percorso è qualcosa di molto particolare», racconta. Durante il festival internazionale Beats of Cochlea di Varsavia, dove ha incontrato musicisti e persone con impianto cocleare provenienti da tutto il mondo, ha avuto conferma di quanto la sua esperienza sia rara. «Ho conosciuto tante realtà straordinarie, ma nessun altro concertista professionista con il mio percorso». Eppure oggi il desiderio è diverso.

Più essenziale. Più profondo. «Vorrei che chi viene ad ascoltarmi venga soprattutto per la musica. Non per vedere “un pianista che non sente”, ma per vivere un’esperienza autentica». Nelle sue parole non c’è rivendicazione, ma una sorta di approdo interiore. La sordità resta parte della sua identità, ma non vuole più essere il centro del racconto. «Penso spesso a Beethoven: il mondo lo ricorda per la grandezza della sua musica, non per la sua sordità».

Negli anni è cambiato anche il suo rapporto con l’ascolto. O forse sarebbe più corretto dire: si è trasformato. Santacolomba continua a studiare e costruire il suono attraverso memoria, immaginazione, percezione fisica. «Suonavo con il corpo», spiega ricordando il periodo precedente all’impianto cocleare, quando il tatto, il peso dei tasti e le vibrazioni diventavano strumenti di orientamento musicale. L’impianto ha aperto nuove possibilità, ma anche nuove complessità. «Ho recuperato alcune frequenze acute e medio-acute, ma ho perso completamente il mio residuo uditivo naturale nei registri gravi». Oggi ascoltare un accordo pianistico può significare affrontare un intreccio sonoro difficile da decifrare. «L’impianto tende ancora a confondere molti suoni simultanei».

Per questo il lavoro sul pianoforte continua a passare attraverso l’analisi mentale, il movimento lentissimo delle mani, la costruzione quasi architettonica della musica. Ed è forse proprio qui che nasce la parte più affascinante del suo percorso: la convinzione che il suono non sia l’unica porta possibile verso le note. «Attorno al suono esistono infiniti altri modi di percepire». Negli ultimi anni Davide Santacolomba si è esibito in contesti internazionali di enorme prestigio. Uno dei momenti più significativi è stato il concerto alla Warsaw Philharmonic Hall con il Concerto in re minore di Bach. «Lì ho imparato davvero a gestire la pressione».

La sala simbolo del Concorso Chopin rappresenta per un pianista quasi un luogo mitologico, ma la sfida più grande, per lui, resta sempre quella percettiva: seguire orchestra, direttore e flusso musicale compensando contemporaneamente le difficoltà dell’ascolto. Ma il concerto che più lo ha segnato umanamente è stato quello a San Francisco, invitato da Apple e dal dipartimento di acustica della Silicon Valley. Davanti a ingegneri e ricercatori impegnati nello studio della percezione sonora e dell’accessibilità, ha scelto di portare non il repertorio classico, ma le sue composizioni. «Avevo paura che la mia musica non potesse essere compresa emotivamente». È accaduto il contrario. Standing ovation, partecipazione profonda, un dialogo emotivo immediato. «In quel momento ho capito davvero quanto la musica sia un linguaggio universale».

La tecnologia ha cambiato radicalmente la sua vita, ma Davide Santacolomba parla dell’impianto cocleare con grande lucidità, lontano da ogni retorica. «È una conquista incredibile della medicina, ma resta comunque una macchina. Non equivale all’udito naturale». Ogni esperienza uditiva è diversa, personale, legata alla storia di ciascuno. Nel suo caso, l’impianto è arrivato a venticinque anni, quando alcune aree cerebrali avevano già completato il proprio sviluppo.

Anche per questo il suo percorso assume un significato che supera il semplice ambito musicale. Diventa una riflessione più ampia sulla percezione, sul limite e sulle possibilità del corpo umano. E dentro questo cammino la Sicilia continua ad avere un ruolo centrale. Dopo gli anni vissuti tra Lugano e Como, Santacolomba ha scelto di tornare. «Mi mancava la mia terra, il mio mare, in modo viscerale». Oggi insegna al Conservatorio di Palermo, lo stesso luogo in cui, anni prima, tra mille difficoltà. «Questa è una delle vittorie più importanti della mia vita».

La sua storia conserva inevitabilmente un valore simbolico per molti giovani siciliani che cercano un percorso artistico fuori dagli schemi. Non perché racconti una favola semplice, ma perché parla di resistenza, disciplina, ostinazione. «Vorrei dire ai ragazzi di non smettere di credere nel proprio percorso, anche quando sembra impossibile.

Oggi il futuro ha il suono di un progetto molto intimo: il suo primo album di composizioni originali, Desiderio - Verso un altrove possibile. Nato durante il lockdown, nei mesi di isolamento trascorsi sul lago di Como, il disco attraversa il tema del desiderio come forza capace di trasformare il dolore e il limite. «I brani sono come piccoli cortometraggi sonori». Nove composizioni nate tra il 2020 e il 2021, culminate in Profectio, pezzo finale per pianoforte, archi e coro. Un lavoro dedicato al padre, scomparso improvvisamente nell’ottobre 2020, presenza silenziosa che attraversa tutto l’album.

Parallelamente è iniziata anche la collaborazione con INRI Classic e con Dardust, figura che da anni accompagna il suo percorso umano e artistico. Già nel 2018 lo aveva coinvolto in una sperimentazione multisensoriale capace di trasformare la musica in vibrazione corporea, esperienza che ha influenzato profondamente la sua ricerca. Nel frattempo è anche uscito Emergency, primo singolo del progetto Desiderio - Verso un altrove possibile. Un brano nato dall’impressione profonda suscitata dagli incendi che nel 2020 devastarono l’Australia, con le immagini dei koala in fuga dalle fiamme che fecero il giro del mondo.

A quella ferita ambientale si sono poi aggiunte le paure e le fragilità collettive, emerse durante la pandemia. «Emergency nasce come un appello sonoro», così Davide fa emergere una delle caratteristiche più interessanti e nuove del suo essere artista: non più raccolto sulla propria vicenda personale, ma un musicista che con la sua sensibilità invita a guradare il mondo con le sue fragilità, esortando l’ascoltatore ad una responsabilità non solo individuale ma anche e soprattutto colletiva, ad una partecipazione attiva e ad una presa di coscienza necessaria per rispettare il mondo in cui siamo chiamati a vivere.

Questi messaggi, idee, progetti, pensieri il pianista li trasforma in musica, e forse proprio cosi, attraverso le note musicali riescono a viaggiare più velocemente e raggiungere luoghi e persone lontani. Questa è la magia e il potere della musica. Ma più del disco, dei concerti o dei riconoscimenti internazionali, a colpire è forse la domanda che continua ad attraversare tutto il suo cammino artistico e umano: «Cosa significa davvero ascoltare? E fino a che punto la musica può esistere anche oltre il suono?». Dunque, forse, è proprio lì, in quella domanda ancora aperta, che Davide continua a costruire il suo futuro e a farci apprezzare la sua musica che sa di impegno, costanza e passione.
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