AMBIENTE

Da terra incolta a oasi di biodiversità in Sicilia: l'Orto di Eugenio, fiore nel cemento

In un'Isola che affronta crisi climatica, siccità e perdita di spazi verdi, il progetto mostra come la rigenerazione possa partire anche da un terreno abbandonato

Vincenza Cammareri
Laureata in Giurisprudenza
  • 1 luglio 2026

L'Orto di Eugenio a Marsala

In una Sicilia sempre più alle prese con la siccità, la desertificazione e la perdita di biodiversità, c'è chi ha deciso di trasformare un terreno incolto in un laboratorio a cielo aperto di agricoltura rigenerativa, inclusione sociale e consapevolezza ambientale. Tra filari di ortaggi, piante aromatiche e spazi restituiti alla biodiversità, c'è un piccolo angolo di natura che prova a crescere là dove fino a pochi mesi fa c'era soltanto un terreno inutilizzato; è cosi che alla periferia di Marsala, in un'area fortemente cementificata, l'Orto di Eugenio è diventato nel giro di poco tempo un laboratorio a cielo aperto.

Dietro il progetto c'è Eugenio Piccione, sociologo dell'ambiente e divulgatore, che dopo anni di sensibilizzazione sui temi della desertificazione e della crisi idrica e di esperienze in altre realtà, ha deciso di trasformare le proprie idee in un'attività concreta. Un luogo dove la terra non serve soltanto a produrre ortaggi, ma diventa uno strumento per creare relazioni e consapevolezza. «Da bambino volevo fare il pecoraro», racconta sorridendo.

In una Sicilia che affronta crisi climatica, siccità e perdita di spazi verdi, il progetto mostra come la rigenerazione possa partire anche da un terreno abbandonato e dalla volontà di una comunità che decide di tornare a riprendersi i propri spazi in mezzo alla natura.

Un sogno che sembrava lontanissimo dalle aspettative tradizionali di una carriera professionale, ma che oggi appare quasi profetico. Dopo gli studi in Sociologia ambientale, Eugenio ha maturato una convinzione sempre più forte: il futuro della Sicilia passa dalla tutela degli ecosistemi, dell'acqua e del suolo. Negli anni si è occupato di divulgazione attraverso canali social sui temi della desertificazione e della riforestazione, partecipando a incontri e iniziative dedicate alle emergenze ambientali dell’Isola: tra queste, anche un intervento al TEDx dell’Università di Palermo, con un talk dedicato alle strategie per contrastare la desertificazione che investe la Sicilia.

«Senza acqua non si può fare agricoltura, turismo, industria o sviluppo sociale. La Sicilia sta affrontando una sfida enorme e serve una maggiore consapevolezza collettiva». L'interesse per questi temi nasce da una preoccupazione personale che negli anni si è trasformata in impegno pubblico. «Ciò che mi ha spinto è stata la paura del futuro. Ho poca fiducia nel fatto che le istituzioni riescano da sole a risolvere questi problemi. Per questo credo nella divulgazione: se i cittadini comprendono davvero la gravità della situazione, possono diventare protagonisti del cambiamento e chiedere risposte concrete».

Il progetto prende forma grazie all'affidamento di un terreno privato che per anni era rimasto inutilizzato. Un'opportunità che Eugenio ha deciso di trasformare in qualcosa di più di un semplice orto. Il luogo scelto non è casuale. «Ho voluto lanciare un messaggio preciso: anche in mezzo al cemento può nascere la natura. Non è lo spazio il vero limite, ma la volontà di fare le cose. Se esistono persone disposte a mettersi in gioco, anche un terreno abbandonato può tornare a essere un luogo vivo».

L'obiettivo, però, va oltre la semplice coltivazione. Il progetto punta alla creazione di una vera e propria oasi di biodiversità nel cuore di una delle aree più cementificate di Marsala: un piccolo ecosistema rurale con ortaggi, alberi da frutto, api e animali da cortile. Una sorta di fattoria sociale e didattica, pensata per ospitare attività educative, laboratori e momenti di incontro. In questo primo periodo di avvio, il progetto ha iniziato a prendere forma grazie al lavoro sul campo e al sostegno di volontari e cittadini.

Un percorso ancora agli inizi, costruito passo dopo passo tra sperimentazione agricola e cura degli spazi. Per trasformare il terreno in un'area operativa è stata avviata una raccolta fondi che ha permesso di acquistare le attrezzature necessarie alla gestione dell'area. Accanto al crowdfunding sono arrivate anche donazioni di materiali e attrezzature da parte di cittadini e sostenitori. Con il legname recuperato sono stati realizzati il casotto degli attrezzi, le aree dedicate al compostaggio e altre strutture funzionali alla vita dell'orto, mentre una parte importante delle risorse è stata destinata alla realizzazione dell'impianto idrico.

«Volevo che questo progetto fosse anche una testimonianza dell'altruismo della comunità. Molte persone hanno contribuito in modi diversi e oggi l'orto è il risultato di questo impegno collettivo». Un ruolo centrale nella crescita del progetto lo sta avendo anche la divulgazione sui social. Eugenio ha infatti scelto di raccontare l’Orto di Eugenio attraverso i canali digitali, trasformando il lavoro quotidiano nel terreno in un racconto accessibile e continuo. L’obiettivo non è solo mostrare cosa accade nell’orto, ma rendere comprensibili temi complessi come la crisi idrica, la desertificazione e l’agricoltura rigenerativa, parlando a un pubblico più ampio e non necessariamente specializzato.

«La divulgazione per me è fondamentale- spiega. Se le persone non conoscono questi problemi, non possono nemmeno chiedere che vengano risolti. I social servono proprio a questo: creare consapevolezza partendo dal basso». In questo senso, i social diventano uno strumento culturale, capace di costruire attenzione e partecipazione attorno ai temi ambientali. Alla base dell'iniziativa c'è l'agricoltura rigenerativa, un approccio che si ispira agli equilibri naturali del bosco. In natura il terreno non resta mai scoperto: foglie e materiale organico lo proteggono, conservano l'umidità e nutrono il suolo.

«Il terreno dovrebbe essere sempre coperto, spiega Eugenio-. Usiamo paglia, fieno o cartone per proteggere la flora batterica, ridurre l'evaporazione e mantenere fertile il suolo». All’interno del progetto, una delle riflessioni più importanti riguarda anche il confronto tra modelli agricoli diversi, come la food forest e l’agricoltura sintropica. La food forest è un sistema agroforestale che riproduce gli equilibri di un ecosistema naturale, dove convivono alberi, arbusti e piante commestibili in un ambiente strutturato ma fortemente ispirato alla foresta.

Nel caso dell’Orto di Eugenio, però, la scelta si orienta verso l’agricoltura sintropica, una tecnica che combina coltivazioni in filari con la presenza di specie diverse, incluse piante di supporto che vengono periodicamente potate o capitozzate per favorire la rigenerazione del sistema. «Gli alberi sono fondamentali - spiega Eugenio-. Fanno da habitat per gli insetti, ospitano gli uccelli, proteggono il terreno e migliorano la crescita delle colture. Senza alberi l’agricoltura perde equilibrio».

Accanto a queste pratiche, il progetto utilizza compost, humus di lombrico e macerati naturali, puntando molto sull’autoproduzione dei semi, selezionando varietà più resistenti e adattate al territorio. In questo modo l’orto diventa non solo un luogo di produzione, ma anche uno spazio di sperimentazione agricola e ricerca. Un altro elemento centrale è l'agricoltura sociale, che utilizza il lavoro agricolo come strumento di inclusione e formazione. Il progetto coinvolge associazioni e realtà del territorio lavorando con persone che vivono situazioni di fragilità.

Tra le prime esperienze realizzate c'è un viale sensoriale con piante aromatiche, creato insieme a volontari e ragazzi con disabilità, pensato per stimolare i sensi e il contatto diretto con la natura. Per Eugenio, però, il valore del progetto va oltre l'inclusione. «Fare sociale significa anche riavvicinare chiunque alla natura. Abbiamo perso il contatto con i tempi naturali e con il valore delle cose».

Dietro l'orto non c'è soltanto un progetto agricolo, ma una riflessione più ampia sul rapporto tra uomo e ambiente. Eugenio richiama spesso l'idea di "società liquida" di Zygmunt Bauman, in cui tutto è veloce e consumabile. «Viviamo in un tempo in cui tutto è immediato. La natura, invece, ha ritmi completamente diversi. Molti problemi nascono proprio da questo scollamento».

Lavorare la terra, racconta, gli ha insegnato soprattutto la pazienza. «Non tutto quello che seminiamo cresce e dà frutto. Ma questo non significa che non valga la pena seminare. La natura mi ha insegnato che ogni cosa ha il suo tempo». È forse questa la vera missione dell'Orto di Eugenio: non soltanto coltivare ortaggi e biodiversità, ma seminare consapevolezza.
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