CRONACA

Il piano paesaggistico è in bilico, gli architetti di Palermo: "Tracciamo una nuova rotta"

Dopo il ritiro del piano resta il confronto. Non come terreno di contrapposizione tra tutela e sviluppo, ma come spazio utile per costruire regole condivise

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • Pubblicato il
    1 ottobre 2026

Giuseppina Leone, presidente dell'Ordine degli Architetti di Palermo

Il paesaggio siciliano torna al centro del confronto. Non più soltanto come terreno di contrapposizione tra tutela e sviluppo, ma come uno spazio nel quale si misura la capacità delle istituzioni di costruire regole condivise, leggibili e capaci di guardare al futuro. Il ritiro del Piano paesaggistico della provincia di Palermo, deciso dalla Regione il 29 settembre dopo le criticità evidenziate dai territori, riapre infatti una partita che sembrava ormai avviata verso una fase diversa. L’adozione del Piano era stata disposta con il decreto assessoriale n. 24 del 10 giugno 2026 e aveva interessato gli ambiti 3, 4, 5, 6, 7, 8, 10 e 12 della provincia.

A che punto siamo

La vicenda, nelle ultime settimane, ha raccolto le preoccupazioni di diversi Comuni, che hanno segnalato le possibili ricadute dell’estensione dei livelli di tutela sulle trasformazioni urbanistiche e sulle prospettive di sviluppo dei territori. Un confronto che aveva già portato, l’8 settembre, a un incontro a Palazzo d’Orléans tra il presidente della Regione, l’assessore ai Beni culturali, i vertici del Dipartimento e della Soprintendenza e una trentina di rappresentanti delle amministrazioni locali e dell’Unione dei Comuni delle Madonie.

In questo scenario, l’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Palermo ha scelto di intervenire non per alimentare una contrapposizione, ma per mettere sul tavolo una posizione tecnica. Il Consiglio dell’Ordine ha approvato il 31 luglio il dossier con le proprie osservazioni, successivamente trasmesso alla Soprintendenza e al Dipartimento regionale dei Beni culturali. Un contributo che, nelle parole della presidente Giuseppina Leone, parte da un principio preciso: «Il paesaggio non è il terreno di uno scontro tra conservazione e sviluppo, ma il luogo in cui la comunità decide quali valori trasmettere alle future generazioni».

È proprio da questo punto di equilibrio che prende forma la riflessione dell’Ordine. La tutela, spiega Leone, «è irrinunciabile e deve orientare le trasformazioni attraverso una conoscenza aggiornata dei luoghi e la qualità del progetto». Non si tratta dunque di scegliere tra proteggere e trasformare, ma di comprendere quali parti del territorio debbano essere conservate, quali recuperate e quali possano invece essere trasformate attraverso una progettazione consapevole.

Il ruolo di architetti e progettisti

Un ruolo decisivo, in questa prospettiva, appartiene agli architetti e ai progettisti. Recuperare il patrimonio esistente, ricucire i margini urbani, intervenire sulle aree degradate e ridurre il consumo di suolo sono, secondo la presidente, alcune delle strade attraverso cui la qualità del progetto può diventare uno strumento concreto di tutela. Anche l’agricoltura compatibile, osserva Leone, può contribuire alla manutenzione del paesaggio e alla prevenzione dell’abbandono, chiarendo che «I vincoli diventano strumenti di qualità quando chiariscono gli obiettivi della tutela e guidano il progetto verso un beneficio collettivo e duraturo».

La questione, però, non riguarda soltanto il contenuto delle norme. Riguarda anche il modo in cui quelle norme vengono costruite e applicate. Per chi deve recuperare un edificio, realizzare un servizio pubblico o mantenere un’attività agricola, osserva la presidente, «servono dati aggiornati, cartografie precise e norme chiare, coordinate e accessibili».

La certezza delle regole

La certezza delle regole diventa così parte integrante della tutela. È soprattutto nelle aree già compromesse che, secondo l’Ordine, la disciplina paesaggistica dovrebbe riuscire a dialogare con la rigenerazione urbana. «La rigenerazione deve ridurre l’impermeabilizzazione del suolo, eliminare gli elementi di degrado e migliorare le relazioni ecologiche e gli spazi pubblici», sottolinea Leone.

E l’architettura contemporanea non viene vista come una minaccia al patrimonio, ma come la possibilità di esprimere le esigenze del presente costruendo un rapporto consapevole con ciò che esiste. Da qui la proposta di un Tavolo Tecnico Permanente presso l’Assessorato, con il coinvolgimento di Dipartimento, Soprintendenza, Città Metropolitana, Comuni, Ordini professionali ed Enti Parco.

L’obiettivo è accompagnare la fase delle controdeduzioni e l’adeguamento degli strumenti urbanistici, evitando che il confronto resti confinato a una successione di osservazioni formali. «L’Ordine degli Architetti - dichiara la Presidete Leone - chiede una norma transitoria che stabilisca un termine massimo per l’esame delle osservazioni e per l’approvazione definitiva del Piano, oltre a una legge regionale organica in attuazione dell’art.144 del Codice dei Beni Culturali e del paesaggio, che disciplini tempi, partecipazione digitale, controdeduzioni e adeguamento dei PUG comunali, ai sensi dell’art. 145».

Tra le proposte richieste dall’Ordine figura anche la possibilità di delegare le funzioni autorizzatorie previste dall’articolo 146, comma 6, del Codice dei Beni culturali agli enti locali o a forme associate di area vasta, purché siano garantite adeguate strutture tecniche e una netta separazione delle funzioni.

Una questione ancora aperta

Il ritiro del Piano, dunque, non chiude la questione. La sposta. E forse proprio per questo diventa ancora più importante capire che cosa accadrà adesso: quali osservazioni saranno accolte, quali modifiche verranno introdotte e soprattutto quale sarà il ruolo dei territori nella costruzione del nuovo strumento. Per fare il punto su una vicenda che intreccia norme, territorio, professione e responsabilità pubblica, l’Ordine degli Architetti ha quindi proposto una tavola rotonda dal titolo «Piano paesaggistico: punto e a capo. Criticità normative, tecniche e deontologiche dopo il ritiro del Piano Paesaggistico della Provincia di Palermo», in programma il 12 ottobre, dalle 17.30 alle 20, nella sede dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Palermo.

Un appuntamento che arriva in un momento particolarmente significativo: quando il Piano è stato ritirato. Il problema della tutela del paesaggio e del futuro dei territori però è tutt’altro che risolto. Perché il vero punto, adesso, non è semplicemente ricominciare da capo. È capire se dal confronto possa nascere un modo diverso di progettare la Sicilia: capace di proteggere ciò che non può essere perduto, recuperare ciò che è stato trascurato e lasciare spazio a ciò che ancora deve nascere. «L’obiettivo - conclude Leone - è una tutela efficace, sostenuta da procedure certe e da una partecipazione che incida sulle decisioni», perché le comunità possano «progettare consapevolmente il proprio futuro».

È su questo terreno che l’Ordine degli Architetti chiede di aprire una nuova fase: un Tavolo Tecnico Permanente che metta allo stesso tavolo Regione, Soprintendenza, Comuni, Città Metropolitana, Ordini professionali ed Enti Parco; tempi certi per l’esame delle osservazioni e per l’approvazione del Piano; una legge regionale organica che renda più chiare procedure, partecipazione e adeguamento degli strumenti urbanistici; e un maggiore coinvolgimento degli enti locali nelle funzioni autorizzatorie, a condizione che siano garantite competenze e strutture tecniche adeguate.

Non è, dunque, soltanto una richiesta di modifica delle regole, ma di un metodo diverso per costruire il futuro del territorio. Perché la Sicilia non ha bisogno di scegliere tra la tutela della propria bellezza e la possibilità di crescere: ha bisogno di progettare una crescita capace di riconoscere quella bellezza come il proprio valore più prezioso. Il paesaggio non è ciò che resta quando tutto il resto è stato deciso: è il punto da cui ripartire per immaginare una Sicilia contemporanea, consapevole della propria storia e finalmente capace di progettare il proprio domani.
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