In Sicilia 15mila persone lavorano con la droga: "Preoccupa il ritorno di alcuni boss"
La relazione della Commissione Antimafia all'Ars rileva un quadro preoccupante. Il presidente Cracolici: "Sta crescendo un esercito alimentato dal traffico di droga"
Il presidente della Commissione Antimafia all'Ars, Antonello Cracolici
Un fenomeno che, secondo il presidente della Commissione, ha ormai assunto dimensioni «numericamente devastanti», centinaia di piazze di spaccio diffuse in tutta la Sicilia, un aumento dei consumatori e un sistema criminale capace di coinvolgere fasce sempre più ampie della società. «Il problema non è soltanto chi gestisce lo spaccio ma un vero e proprio esercito che viene utilizzato e, in qualche modo, invogliato a entrare dentro questo sistema attraverso il controllo del traffico della droga», ha spiegato Cracolici.
Secondo lui, infatti, il fenomeno ha superato i confini dei tradizionali ambienti criminali riguardando sempre più persone comuni: «Aumentano i consumatori e questi sono i nostri figli, i nostri fratelli, persone insospettabili che diventano le vittime, ma anche dei finanziatori e dei sostenitori delle organizzazioni criminali e di Cosa nostra in particolare».
La droga, dunque, rappresenta uno dei principali capitoli della relazione approdata all’Ars. Un documento che fotografa una Sicilia nella quale la criminalità organizzata continua a cambiare pelle, adattandosi ai nuovi mercati e rafforzando la propria capacità di infiltrazione nell’economia legale, nella pubblica amministrazione e nella società.
Dopo l’analisi sul traffico di stupefacenti, Cracolici ha tracciato il quadro generale emerso dal lavoro della Commissione nel corso dell’anno. Un quadro definito senza mezzi termini preoccupante. «La Sicilia è peggiorata e non c’è consapevolezza, cresce l’indifferenza». Con queste parole il presidente della Commissione ha aperto il suo intervento in aula, spiegando che la relazione non deve essere considerata soltanto un atto burocratico, ma un’occasione per comprendere lo stato della nostra regione.
«Questa relazione è il viaggio che la Commissione Antimafia ha fatto durante il 2025 in giro per la Sicilia. Rendicontare il lavoro svolto deve essere anche un momento di approfondimento e di presa di coscienza sulle condizioni in cui si trova oggi la nostra terra». Secondo Cracolici, il rischio maggiore è rappresentato dalla normalizzazione del fenomeno mafioso.
Negli anni, ha spiegato, si è diffusa l’idea che la mafia fosse meno pericolosa perché non più protagonista della stagione delle stragi. «È passata la favoletta secondo cui la mafia non spara più e quindi non sarebbe più un’emergenza. Ma se non è un’emergenza, alla fine si può anche provare a convivere con essa».
Un atteggiamento che, secondo il presidente della Commissione, ha prodotto un abbassamento dell’attenzione pubblica e istituzionale.
«La mafia è stata considerata quasi un fenomeno intrinseco alla nostra vita, come lo scirocco, il sole caldo o le piogge torrenziali. Qualcosa con cui convivere. Ma questo è un errore enorme». Cracolici ha quindi richiamato la responsabilità della politica: «I siciliani e probabilmente anche la politica non hanno contezza della dimensione del fenomeno mafioso e soprattutto delle vittime».
Nel corso del 2025 la Commissione Antimafia dell’Ars ha, infatti, proseguito il proprio lavoro attraverso una serie di approfondimenti su alcuni settori considerati particolarmente esposti al rischio di infiltrazioni, condizionamenti e inefficienze amministrative. Tra i principali filoni affrontati c’è quello relativo ai beni confiscati alla criminalità organizzata, un percorso avviato già nel 2023 e portato avanti negli anni successivi con l’obiettivo di fotografare lo stato del patrimonio sottratto alle cosche.
La Commissione ha concentrato l’attenzione sulla mappatura dei beni confiscati, sulle difficoltà che spesso ne rallentano la gestione e sulle procedure di assegnazione agli enti locali. Dalla relazione emerge la necessità di individuare nuovi strumenti per rendere più efficace il riutilizzo sociale di questi patrimoni, anche attraverso la possibile costituzione di consorzi tra Comuni e altri enti territoriali, così da superare le criticità legate alla carenza di competenze, risorse economiche e capacità amministrative.
Un altro capitolo dell’attività ispettiva ha riguardato l’affidamento del servizio regionale di elisoccorso, nato dopo una doppia segnalazione della deputata di Forza Italia Margherita La Rocca. L’indagine ha fatto emergere alcune criticità relative alle procedure di affidamento, alla nomina del responsabile unico del procedimento, al ricorso a consulenze esterne e, più in generale, al funzionamento del sistema regionale di prevenzione della corruzione.
Al termine dell’approfondimento la Commissione ha chiesto al governo Schifani di intervenire con maggiore tempestività, rafforzando la dotazione di personale della Centrale unica di committenza, avviando una riforma del sistema regionale anticorruzione e garantendo una reale applicazione del principio di rotazione negli incarichi pubblici.
Tra i dossier affrontati anche quello relativo alla gestione del lido di Mondello, nato dalla segnalazione del deputato Ismaele La Vardera sulla concessione demaniale affidata alla Italo Belga Spa. Si parla di un «quadro fortemente preoccupante» rispetto alla gestione del bene demaniale e alla trasparenza dei rapporti tra soggetti privati e patrimonio pubblico regionale, evidenziando possibili profili di incompatibilità con la normativa antimafia.
Ma c’è molto di più. Uno dei temi centrali della relazione riguarda il racket delle estorsioni. Secondo la Commissione, Cosa nostra, pur avendo modificato le proprie strategie, continua a esercitare un controllo sul territorio attraverso forme di pressione nei confronti di commercianti e imprenditori.
La richiesta del pizzo, secondo quanto emerge dal documento, non avrebbe più soltanto una funzione economica. Il pagamento dell’estorsione rappresenterebbe soprattutto un atto simbolico, un modo per riaffermare la presenza mafiosa. Le somme richieste possono essere anche contenute, ma il messaggio criminale rimane lo stesso, ovvero riconoscere l’autorità dell’organizzazione.
A fronte di questo fenomeno, però, resta molto basso il numero delle denunce. La Commissione evidenzia come spesso gli investigatori arrivino a scoprire episodi di racket nell’ambito di altre indagini e non attraverso le segnalazioni delle vittime. «Molto spesso commercianti e imprenditori si trovano davanti a un bivio: denunciare oppure rischiare di essere accusati di complicità», ha spiegato Cracolici.
Il capitolo droga rappresenta, anche questo, uno degli elementi più allarmanti della relazione. Il fenomeno del crack, inizialmente concentrato soprattutto nelle aree urbane di Palermo e Catania, si è ormai esteso a molte altre zone dell’Isola. È stato evidenziato come il traffico degli stupefacenti rappresenti oggi una delle principali fonti di guadagno della criminalità organizzata, consolidando rapporti con altre realtà criminali, in particolare con la ’Ndrangheta, e favorendo il riciclaggio dei capitali illeciti.
Cracolici ha citato i dati emersi durante le audizioni con gli investigatori catanesi: nella sola città di Catania sarebbero attive 44 piazze di spaccio. «Se si considera che Catania rappresenta circa un quarto della popolazione della provincia, è facile immaginare una dimensione ancora più ampia sul territorio. Solo a Catania possiamo parlare di circa 3 mila persone che ogni mattina ricevono il proprio reddito dal traffico della droga».
Una stima che potrebbe essere addirittura prudenziale: «A livello regionale possiamo immaginare oltre 15 mila persone che lavorano attorno al traffico degli stupefacenti. È diventato probabilmente il più grande sistema produttivo di reddito della Sicilia».
Armi, Kalashnikov e il ritorno dei boss. Tra gli altri dossier affrontati, anche la diffusione delle armi da guerra, utilizzate sempre più spesso con finalità intimidatorie. Il fenomeno è tornato di stretta attualità dopo diversi episodi di sparatorie e dopo indagini che hanno fatto emergere traffici di armi destinati ai gruppi criminali.
La relazione evidenzia inoltre la preoccupazione per il ritorno in libertà di alcuni boss condannati negli anni Novanta e Duemila, che avrebbero mantenuto o ricostruito rapporti con ambienti criminali, economici e sociali. Un ulteriore elemento riguarda l’utilizzo dei telefoni cellulari all’interno degli istituti penitenziari. Cracolici ha riportato il dato fornito dal procuratore di Palermo Maurizio De Lucia: tra il carcere dell’Ucciardone e quello del Pagliarelli sarebbero stati sequestrati 297 telefoni. «Questi sono soltanto quelli che siamo riusciti a scoprire. La situazione reale è probabilmente molto più ampia».
Spazio anche alla corruzione e pubblica amministrazione: «Non esiste solo quella dei soldi». Per Cracolici, il fenomeno non riguarda soltanto gli episodi di scambio economico, ma anche il sistema dei favori e delle relazioni personali. «La corruzione non è solo il denaro in cambio di un beneficio. Esiste anche la corruzione del favore, dell’amichettismo, del favoritismo».
Secondo il presidente della Commissione, gli strumenti di prevenzione devono essere rafforzati. «Le autorità anticorruzione e i responsabili della prevenzione sembrano spesso delle prese in giro. Nessuno risponde di nulla e ognuno fa quello che vuole».
Da qui la richiesta di un nuovo sistema di controlli e responsabilità all’interno della macchina regionale.
La relazione della Commissione Antimafia dell’Ars consegna dunque l’immagine di una Sicilia attraversata da fenomeni criminali ancora profondamente radicati, ma anche da fragilità istituzionali e sociali che rischiano di favorirne l’espansione. Dalla gestione dei beni confiscati al traffico di droga, dal sistema degli appalti pubblici alle condizioni delle carceri, il quadro delineato mette in evidenza la necessità di un cambio di passo che coinvolga politica, amministrazioni e società civile.
Il messaggio lanciato da Antonello Cracolici in Aula è stato chiaro: la lotta alla mafia non può ridursi alla memoria delle vittime o all’attesa dell’intervento della magistratura, ma deve tradursi in scelte concrete di prevenzione, trasparenza e responsabilità pubblica. «La Commissione Antimafia non può essere un fiore all’occhiello da esibire in una legislatura, ma deve essere uno strumento capace di dire a tutti noi di svegliarci».
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