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La Sicilia che resiste con la forza delle parole: Borgese trasformò le Madonie in letteratura

Semi sconosciuto fu molto più di uno scrittore. Critico, giornalista, docente universitario, antifascista, intellettuale madonita ma europeo. La sua storia

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • 28 giugno 2026

Lo scrittore Antonio Giuseppe Borgese

Immaginate una Sicilia che resiste al tempo attraverso le parole. Una Sicilia fatta di montagne severe, silenzi interiori, biblioteche polverose e coscienze inquiete. È la Sicilia di Giuseppe Antonio Borgese, nato a Polizzi Generosa nel 1882, uno degli intellettuali più raffinati del Novecento italiano e, paradossalmente, anche uno dei meno raccontati al grande pubblico.

Eppure Borgese è stato molto più di uno scrittore. Critico letterario, giornalista, docente universitario, antifascista, intellettuale europeo prima ancora che italiano, ha attraversato il secolo breve lasciando un’eredità culturale che oggi appare persino più attuale di allora. Parlare di lui significa parlare della Sicilia che pensa, che osserva, che non si piega. Una Sicilia lontana dagli stereotipi folkloristici e vicina invece alla profondità della riflessione umana.

Nelle Madonie, tra le pietre antiche e il vento freddo che attraversa i vicoli di Polizzi, Borgese costruisce il suo immaginario. La sua formazione nasce proprio lì, in quella dimensione appartata che lui stesso avrebbe poi trasformato in materia letteraria. Fondamentale fu la biblioteca paterna, un luogo che gli permise di entrare in contatto con i grandi autori europei già in giovane età. Successivamente si trasferì a Firenze, dove studiò Lettere all’Istituto di Studi Superiori, seguendo le lezioni di maestri come Pio Rajna e Pasquale Villari.

Ma il tratto che rende Borgese una figura straordinariamente moderna è la sua capacità di unire letteratura e responsabilità civile. Collaborò con il Corriere della Sera, La Stampa e Il Mattino, insegnò nelle università di Torino, Roma e Milano, ma soprattutto rifiutò il conformismo culturale imposto dal fascismo. Nel 1931 lasciò l’Italia per gli Stati Uniti dopo essersi opposto al regime, scegliendo l’esilio piuttosto che il silenzio. In America continuò a insegnare e a scrivere, entrando in contatto con alcune delle menti più brillanti del Novecento, tra cui Thomas Mann, di cui sposò la figlia Elisabeth. Ma anche oltreoceano Borgese non smise mai di essere profondamente siciliano.

La Sicilia, nei suoi scritti, non è soltanto un luogo geografico: è una condizione dell’anima. È memoria, malinconia, conflitto tra immobilità e desiderio di emancipazione. Il suo romanzo più celebre, Rubè, pubblicato nel 1921, viene considerato uno dei testi fondamentali della narrativa italiana del primo Novecento. Attraverso il protagonista Filippo Rubè, Borgese racconta la crisi morale dell’uomo moderno, anticipando temi esistenziali che diventeranno centrali nella letteratura europea degli anni successivi. Eppure, dentro quella crisi, si intravede sempre il peso delle origini, il legame con una terra capace di formare caratteri inquieti e lucidissimi.

Oggi Polizzi Generosa continua a custodire la memoria dello scrittore attraverso la Fondazione G. A. Borgese e il Parco Letterario a lui dedicato, un itinerario che attraversa i luoghi della sua infanzia e della sua formazione interiore. Camminare tra quelle strade significa comprendere quanto il paesaggio madonita abbia inciso sul suo pensiero: le montagne, il silenzio, l’isolamento, ma anche quella tensione continua verso il mondo. A raccontare quanto oggi la figura di Borgese sia ancora viva nella memoria collettiva è la presidente della Fondazione “Giuseppe Antonio Borgese”, prof. Ssa Clara Aiosa che sottolinea il lungo percorso di recupero culturale compiuto dalla comunità polizzana dopo anni di dimenticanza: «C’è sempre un debito di riconoscenza che le generazioni devono saldare con chi ci ha preceduto.

E Polizzi Generosa, città natale di Giuseppe Antonio Borgese, dopo anni di oblìo, ha recuperato la memoria del suo illustre concittadino a partire dalla consapevolezza che Borgese come i grandi pensatori e i grandi intellettuali ha fecondato la storia del pensiero e la stessa storia dell’umanità, con le sue utopie, le sue struggenti invocazioni, i suoi aneliti di giustizia e di pace, disseminati nelle pieghe delle sue parole, le sue esplorazioni critiche, le sue semantiche nuove, la possibilità di nuove grammatiche e nuove sintassi, innovative di altre modalità di approccio alla realtà umana, alle sue trame, ai suoi intrecci, alle sue relazioni dialettiche e dinamiche, ai suoi sistemi valoriali, capaci di provocare progresso e sviluppo».

Parole che restituiscono il profilo di un autore che non appartiene soltanto al passato, ma continua a dialogare con il presente. Ed è proprio il rapporto con le nuove generazioni uno degli aspetti più significativi dell’eredità borgesiana. Secondo Clara Aiosa, infatti, Borgese rappresenta ancora oggi una guida morale e intellettuale capace di sottrarsi agli estremismi e alle semplificazioni del nostro tempo: «Borgese, per Polizzi e non solo, è figura che non rimanendo prigioniero e vittima di un vicolo intellettualistico cieco e cinico, si propone - e oggi questo ci pare di evidente attualità - come emblema e simbolo dell’unica e apprezzabile via di uscita dalla crisi: quella della razionalità critica, della forza della ragione che si sottrae alle trappole delle ideologie e delle strettoie dialettiche, dei bizantinismi astratti e dilemmatici, dall’aut aut tra impegno e disimpegno sociale, politico e culturale».

Ed è forse questa la dimensione più moderna dello scrittore siciliano: la sua idea di cultura come responsabilità civile. Una visione che emerge tanto nei suoi saggi quanto nella sua esperienza personale di uomo costretto all’esilio per non rinunciare alla libertà di pensiero.

A colpire chi studia la sua opera, spiega ancora la presidente della Fondazione, è soprattutto la sua tensione etica, la capacità di restare dentro il proprio tempo senza smettere di guardare al futuro: «La figura e le opere di Giuseppe Antonio Borgese, il suo pensiero letterario, la sua passione civile e politica, suggeriscono a quanti si accostano al suo pensiero di essere cittadini autentici nel proprio tempo, ma con lo sguardo rivolto al futuro, intrecciando fecondamente nella propria storia i germi di una storia che profeticamente s’intravvede e a cui “generosamente” si offre il proprio umile contributo. Invitano a non piegarsi, a riconoscere la differenza che c’è tra il disinteresse e/o la rassegnazione e l’impegno nel qui e ora della storia, senza mai sottrarsi al proprio impegno etico».

Ma c’è un altro elemento che attraversa tutta la produzione borgesiana: il legame con la Sicilia e con il paesaggio delle Madonie. Un rapporto viscerale, mai interrotto, che emerge continuamente nelle sue pagine. La prof.ssa Clara Aiosa ricorda come Borgese abbia custodito per tutta la vita la nostalgia della sua terra: «Sicuramente Borgese, nel suo peregrinare, ha portato con sé il ricordo struggente della sua terra, i paesaggi magnifici della "sua" Polizzi. Ritornare nella sua terra è stato il suo sogno: “Sognai di tornare al mio paese nativo, il quale non è punto sul margine dell’alta Lombardia, ma nel cuore di un’isola lontana, aggrappato a un’alta roccia, e non ha un nome così svelto e breve, ma difficile a ritenersi da chi non vi sia nato o stato, e fa sorridere chi l’ode per la prima volta”».

E ancora: «Si può affermare senza timore di essere smentiti che Borgese nutriva un particolare interesse per la “bellezza” non solo della sua terra ma anche dell’intera Sicilia. Egli ha sognato un’Isola, la nostra, bisognosa, oggi, come non mai, di ritrovare le vie e i percorsi più adatti per un suo autentico sviluppo, che non può non passare dalla “sua” cultura, dai “suoi” paesaggi e dai “suoi” uomini più rappresentativi che ne hanno segnato la vita e la storia e ne hanno caratterizzato la sua composita identità, splendida e tuttavia attraversata da contraddizioni e paradossi. Borgese non ha smesso mai di dire, pensando alla sua terra: nec tecum nec sine te vivere possum(us)…».

Oggi quella memoria si traduce anche in progettualità concreta. Grazie al finanziamento europeo Next Generation EU dedicato alla rigenerazione culturale dei piccoli borghi, Polizzi Generosa ha avviato il progetto “G.A. Borgese Genius loci. Alla scoperta del territorio e delle tradizioni”, che ha trasformato la figura dello scrittore nel fulcro di eventi, incontri e percorsi culturali. «L’iniziativa condivisa tra il Comune di Polizzi Generosa e la Fondazione Borgese, spiega Clara Aiosa, ha prodotto significativi risultati sia in termini economici sia in termini culturali. Borgese è stato il focus centrale di tutti gli eventi e di tutte le manifestazioni che si sono realizzate».

E mentre il turismo culturale riscopre i piccoli borghi siciliani, Borgese torna così a essere simbolo di una possibile rinascita fondata sulla cultura e sull’identità dei luoghi. La Fondazione continua, infatti, a promuovere incontri, pubblicazioni, attività scientifiche e collaborazioni con università italiane ed estere, oltre all’implementazione del Parco Letterario dedicato allo scrittore.

«Si sta implementando il Parco Letterario Giuseppe Antonio Borgese - conclude la presidente - per collocarsi nell’orizzonte di un impegno teso a riscoprire il valore ineguagliabile della cultura, mediata dalla ricerca e dalla riflessione degli uomini che di essa si sono alimentati, su di essa hanno investito la loro stessa esistenza, consegnando alle generazioni future un patrimonio la cui carica dirompente fa da fondamento insostituibile alla costruzione della identità di un popolo e di un’intera nazione».

Oggi, mentre la Sicilia prova a ridefinire la propria identità culturale contemporanea, la figura di Borgese torna ad assumere un valore enorme. Perché la sua eredità non riguarda soltanto la letteratura. Riguarda l’idea stessa di intellettuale: libero, critico, capace di opporsi al potere e di difendere il pensiero come forma di responsabilità civile.

Questa, dunque, il suo più grande lascito per la Sicilia contemporanea: ricordarci che la cultura non è semplice memoria, ma strumento vivo per comprendere il presente e immaginare il futuro della Sicilia. Perchè la cultura non è ornamento, ma coscienza.
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