Le meraviglie della Riserva dello Zingaro: il tour delle sei calette (più una nascosta)
Il percorso è stato di circa 13 km. La Riserva dello Zingaro è uno di quei luoghi presi d’assalto dal turismo, una cartolina da esportare in tutto il mondo
Se il Sentiero Alto (montano) è rude, duro e impervio (con le scalate dello Speziale e del Monte Lupo), il Sentiero Costiero ti mette a dura prova con i “dettagli estivi”. Senza parafrasare le classiche citazioni poetiche, è giunto il momento di cogliere al volo l’idea - nella sua vera essenza - di quanto sia importante il contatto con la natura.
Sono i momenti a scandire i passi e noi, nell’umile accettazione delle condizioni, attiriamo forza e volontà per toccare con mano le bellezze di ogni singola porzione “zingarese”. La nostra visita ha inizio dal parcheggio della riserva lato Castellammare. Lasciato il mezzo di trasporto, compagno di lunghi ed estenuanti viaggi, gambe e coraggio sono i nuovi amici della giornata.
Sappiamo quanto, in una condizione di “normalità”, la differenza sia solo una questione mentale. A un centinaio di metri circa ecco la “Galleria”. Approfittiamo di questi metri per respirare una "ventata sbarazzina". Tornerà utile nei prossimi chilometri. I primi passi scandiscono una velocità consistente ma attenta. Il sentiero è ben tracciato; sebbene, con lucidità ferma, ci rendiamo conto della presenza di un percorso dissestato e pieno di rocce. In gergo “trekkista” lo definiamo “sterrato roccioso”.
Il nostro obiettivo di giornata è quello di raggiungere le sei calette facenti parte della riserva. Ma, con attenzione, abbiamo sempre sentito parlare di sette calette. Qualcosa non torna, o forse, a dirla tutta, una spiegazione esiste - da sempre. La Cala del Varo è una perla nascosta, raggiungibile solo via mare. Un tempo, dicono i custodi, c’era un sentiero secondario abbastanza impegnativo - oggi cancellato dalla metamorfosi climatica (alluvioni e frane).
Sin da subito sveliamo il nostro programma di giornata, per evitare di rimanere invischiati in uno stato di eccitazione che, alla lunga, potremmo pagare a caro prezzo. Le prime due calette che troveremo lungo il percorso (Capreria e Disa) verranno visitate e toccate con mano durante il viaggio di ritorno. La scelta, di per sé, è di natura organizzativa (e fisica).
Dopo tanti chilometri percorsi, la fatica potrebbe giocare un ruolo importante e, quindi, un “bagno rinfrescante” prima dell’arrivo sarebbe il giusto riconoscimento. I primi 3,7 km scorrono in modo chiaro, dove a prevalere è il paesaggio. Se alla nostra sinistra svettano il Pizzo Sant’Anna e, poi, lo Speziale nella sua meravigliosa rotondità, alla nostra destra il Tirreno chiede - gentilmente - quanto i colori facciano la differenza.
Il Golfo di Castellammare è, da sempre, uno dei panorami più genuini dell’intera costa tirrenica. Lasciamo prevalere lo spirito di osservazione e continuiamo la corsa verso le sei calette. Finalmente, dopo quarantacinque minuti di camminata (e di stanchizzi), decidiamo di scendere verso la Cala Berretta. La discesa è leggera, morbida, quasi a darci una spinta ulteriore per non abbandonare i nostri obiettivi quotidiani. Una volta raggiunta la caletta, respiriamo profondamente. Ci guardiamo attorno; i colori della natura si lasciano contagiare ampiamente dal profondo blu delle acque. Le rocce, o cosiddetti scogli, fanno la differenza, creando una piccola insenatura che (ci) protegge dai venti. Questo, con estrema delicatezza, scioglie ogni sorta di dubbio: Berretta è apprezzata.
Li “cuti” giocano un ruolo quasi determinante, come a Cala Mazzo di Sciacca e, successivamente, nelle altre calette. Il riposo meritato non cambia i nostri piani: Berretta rappresenta una spinta non eccessiva e calma i nostri bollori. È tempo di andare, di riprendere la nostra passeggiata. La salitella è un gioco da ragazzi rispetto a quello che, nei prossimi chilometri, ci attende.
A partire da un chilometro abbastanza impervio che segna il passaggio tra Berretta e Marinella. Ecco il caso in cui, la vegetazione apre l’intero ambiente e lo rende scoperto a eventuali “colpi di sole”. Sono i dettagli a fare la differenza, no? Un cappellino e un paio di occhiali da sole possono salvarci dai classici imprevisti. La stradella per la caletta è leggera, poco dispendiosa… in attesa di quel che verrà. Che panorama! Uno spiraglio naturalistico da mille e… un bagno. Marinella è un luogo imperdibile, ma non di facile accesso.
Sono le rocce a fare la differenza, a tingere i contorni dell’intera area. L’acqua cristallina riflette le nostre anime stanche. Di certo, con molta attenzione, bisogna camminare tra le rocce per raggiungere la “limpidezza tirrenica”. Nel lato sinistro si apre, con fare naturalistico, una spiaggetta dove poter ammirare i pesciolini che girovagano nel loro habitat tanto agognato. Marinella è la chiara espressione selvaggia e incontaminata, lontana dagli standard spesso cercati dai turisti. Il ritorno ci spinge a piccoli spunti di riflessione. Tali, assumeranno una loro consistenza “di pensiero” strada facendo. Dalla suddetta cala a quella dell’Uzzo sono circa 1,4 i km da percorrere. Il tracciato è ormai parte integrante di noi stessi. Assolviamo le difficoltà, ne siamo consapevoli. Prima di svoltare a destra per iniziare il sentiero, alla nostra sinistra sentiamo l’eco preistorico: la Grotta dell’Uzzo. Di fronte alla cavità abbiamo solo pensieri immaginari e cenni storici.
Approfonditi in periodi ormai lontani, lasciamo spazio a due elementi in particolare: il respiro “fresco” e la nostra piccolezza (in dimensioni) di fronte alla maestosa e intagliata roccia. Prima di scendere, concediamo lo spazio necessario alla visita del Museo dell’Intreccio con un pensiero: “L’Intreccio può considerarsi tra le più antiche arti esercitate dall’uomo, che trasforma le idee in strumenti di uso quotidiano [...]”. Oggetti e utensili di varia natura, con spiccate doti rurali, sono i veri ingredienti per chi, anche se per pochi minuti, deciderà di calarsi nel passato.
La strada è abbastanza irta e insidiosa. Assume forme geometriche curve, nel bel mezzo della macchia mediterranea. Un gioco fisico da non sottovalutare, con caviglie e ginocchia messe a dura prova. Superata la “grande” prova, si apre - di fronte a noi - la Cala dell’Uzzo. Oggetto di spiragli rocciosi e rientranze ben definite, i colori sporgenti fanno la differenza. Le acque celestiali lasciano spazio al forte blu marcato. Due pesi e due misure? No, due profondità da non sottovalutare. Le numerose imbarcazioni sono testimoni di quanto le calette siano apprezzate. Questa, per chi proviene dall'ingresso di San Vito Lo Capo, rappresenta la seconda caletta.
Presi dall’eventuale sconforto emotivo, troviamo venia in un percorso intermedio (per evitare l’acchianata) che dall’Uzzo ci porta dritti alla Cala Tonnarella dell’Uzzo. Il sentiero si snoda accanto al mare, tra conformazioni rocciose di corso millenario e una vegetazione poco fitta. Questo tratto ci accompagna dapprima al Museo delle Attività Marinare e poi, alla caletta tanto desiderata. Il museo rispecchia a pieno le attività legate a quel lontano 1980 e alla protesta che portò alla vittoria della società civile (oltre agli aspetti legati alla pesca).
Per raggiungere la caletta, bisogna scendere dei gradoni. Si ammirano le montagne sanvitesi e la torre dell’(Impisu?). È l’ultimo passaggio del “girone di andata”. Le acque cristalline sono monopolizzate dalla massiccia presenza di turisti. L’area è invasa, tra le più battute dello Zingaro. Il riposo è quasi forzato. La piccola area picnic è preda dei turisti. Bastano dieci minuti, il tempo di ricaricare le pile, e si riparte più forti che mai! Del ritorno, in attesa delle ultime due calette, registriamo - oltre a li “acchianati” e li “scinnuti” tanto cari (ma quando mai) a noi - la calma apparente e qualche folata di vento che ci permette di respirare. I chilometri si fanno sentire e non poco, mentre, finalmente, siamo a pochi metri dalla Cala della Disa.
Prima di affrontare la discesa, diciamo, al netto di qualsiasi critica successiva, che i custodi sconsigliano di scendere fino alla caletta. Difatti, sono state tolte tutte le indicazioni. Si trova a 345 metri di distanza dalla Cala Berretta. Per mera curiosità scendiamo, solo ed esclusivamente per scattare un paio di foto. La caletta è nascosta in un’insenatura di natura rocciosa. Li “cuti” luccicano al passaggio/scontro con le acque cristalline, provocando un suono “orchestrale naturale”. Genera enfasi, tanta. La salita, poco tortuosa, ci immerge in mezzo alle palme nane.
Sappiamo che, a breve, la Capreria rappresenterà l’ultimo vero atto della nostra lunga visita. Le punte Leone e di Capreria Grande sono “passaggi” panoramici da non sottovalutare. Il nostro obiettivo dichiarato è la caletta di tutti: la Capreria. La discesa deve essere affrontata con le pinze e con la massima attenzione.
Assediata da molti turisti, gli spazi sono risicati, ma non importa. Il mare è tormentato, forse vive la stessa nostra situazione. Turisti che vengono, turisti che vanno. È stanco: le onde, sempre più alte, sbattono con rabbia contro le rocce. Il Mar Tirreno ha deciso di chiudere i battenti per oggi. La salita è un peso da sostenere.
L’ultima di questa lunga giornata. Il percorso è stato di circa 13 km. La Riserva dello Zingaro è uno di quei luoghi presi d’assalto dal turismo, una cartolina da esportare in tutto il mondo. Preserviamola con tutte le nostre forze - è parte integrante dell’intero patrimonio naturale della Sicilia.
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