Palermo "è una città distrutta": quando gli intellettuali del '700 presero un granchio
Una delle opere più ambiziose e importanti dell'intelletto umano: l’Encyclopédie, fece una gaffe sul capoluogo siciliano, non senza conseguenze. Ve lo raccontiamo
Tra il 1751 e il 1772 vide la luce una delle opere più ambiziose e importanti dell'intelletto umano: l’Encyclopédie, o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. Curata da Diderot e d’Alembert, l’opera si poneva l’obiettivo monumentale di creare un compendio universale del sapere che fosse, finalmente, completo e di facile accesso.Tuttavia, anche i giganti possono inciampare. E nel caso della voce dedicata a Palermo, l’inciampo fu un vero e proprio crollo rovinoso.
Nella voce dedicata a Palermo, de Jaucourt scrisse testualmente e tragicamente, quasi "fantozzianamente": "Palermo: città della Sicilia, distrutta, situata nella Valle di Mazara. Prima di essere distrutta da un terremoto, Palermo competeva con Messina per il ruolo di capitale".
Anzi, in quel momento, era la seconda città più popolosa d’Italia e tra le più grandi d’Europa. La notizia della "distruzione" suscitò immediatamente un misto di ira e derisione negli ambienti intellettuali siciliani. Un misto di amor patrio e antifrancesismo che in Sicilia, dal tempo del Vespro siciliano, non mancava a nessuno.
Certo, la Sicilia del XVIII secolo soffriva un certo isolamento, stretta tra le scorribande dei pirati berberi nel Mediterraneo, la mancanza di una viabilità interna e il pregiudizio politico dei francesi. Ai quali l'isola non stava particolarmente simpatica, sia per il ricordo dei Vespri, sia in quanto ormai dominio spagnolo. Ma dichiarare rasa al suolo una delle più grandi e fiorenti città d’Italia era decisamente un eccesso di fantasia.
In un pamphlet infuocato, il benedettino mise alla berlina il progetto enciclopedico e l'arroganza francese. Con tagliente sarcasmo, Di Blasi scrisse di non sapere se ridere o indignarsi per un errore così grossolano. Accusò i dotti parigini - figli di quel clima illuministico e anticlericale che avrebbe portato alla Rivoluzione Francese e poi ai disastri napoleonici - di non conoscere né la storia, né l'attualità, né tantomeno la Sicilia. La sua stoccata finale fu micidiale: "Sarebbe bastato che questi 'grandi dotti' avessero letto i libri di geografia scritti dai loro stessi connazionali, che invece conoscevano benissimo la bellezza e la vitalità di Palermo".
Il Cavaliere onnisciente ma non tropo
Gran parte del lavoro difficile della stesura delle voci dell’enciclopedia fu affidato a Louis de Jaucourt, un nobile parigino di vastissima cultura. Aveva studiato teologia a Ginevra, scienze naturali a Cambridge e medicina a Leida. Eppure, nonostante il curriculum stellare, il "Cavaliere" sembrava aver marinato le lezioni di geografia. A lui appartengono almeno 17.000 voci del testo, corrispondenti a circa il 25% di tutta l’enciclopedia.Nella voce dedicata a Palermo, de Jaucourt scrisse testualmente e tragicamente, quasi "fantozzianamente": "Palermo: città della Sicilia, distrutta, situata nella Valle di Mazara. Prima di essere distrutta da un terremoto, Palermo competeva con Messina per il ruolo di capitale".
Una città "morta" più viva che mai
Il problema di questa definizione era squisitamente pratico: le oltre 180.000 persone che abitavano a Palermo in quel momento non avevano la minima idea di vivere in una città distrutta.Anzi, in quel momento, era la seconda città più popolosa d’Italia e tra le più grandi d’Europa. La notizia della "distruzione" suscitò immediatamente un misto di ira e derisione negli ambienti intellettuali siciliani. Un misto di amor patrio e antifrancesismo che in Sicilia, dal tempo del Vespro siciliano, non mancava a nessuno.
Certo, la Sicilia del XVIII secolo soffriva un certo isolamento, stretta tra le scorribande dei pirati berberi nel Mediterraneo, la mancanza di una viabilità interna e il pregiudizio politico dei francesi. Ai quali l'isola non stava particolarmente simpatica, sia per il ricordo dei Vespri, sia in quanto ormai dominio spagnolo. Ma dichiarare rasa al suolo una delle più grandi e fiorenti città d’Italia era decisamente un eccesso di fantasia.
La furia dell'Abate
Il volume incriminato fu pubblicato nel 1765. Qualche anno dopo, a rispondere per le rime alla "castroneria" d’oltralpe fu Salvatore Di Blasi, abate benedettino dell’Abbazia di San Martino delle Scale (e fratello del celebre storico Giovanni Evangelista). Di Blasi, palermitano doc nato nel 1719, era uomo di profonda cultura, bibliofilo e viaggiatore instancabile; divenne Abate a San Martino delle Scale nel 1788 e dedicò gran parte della sua vita alla cura della biblioteca e dell’archivio del monastero di San Martino, ma anche a quello di Messina a Cava de’ Tirreni.In un pamphlet infuocato, il benedettino mise alla berlina il progetto enciclopedico e l'arroganza francese. Con tagliente sarcasmo, Di Blasi scrisse di non sapere se ridere o indignarsi per un errore così grossolano. Accusò i dotti parigini - figli di quel clima illuministico e anticlericale che avrebbe portato alla Rivoluzione Francese e poi ai disastri napoleonici - di non conoscere né la storia, né l'attualità, né tantomeno la Sicilia. La sua stoccata finale fu micidiale: "Sarebbe bastato che questi 'grandi dotti' avessero letto i libri di geografia scritti dai loro stessi connazionali, che invece conoscevano benissimo la bellezza e la vitalità di Palermo".
Una macchia indelebile
Nessuno oggi mette in dubbio l’importanza epocale dell’Encyclopédie nel cammino verso l'Illuminismo. Tuttavia, la "gaffe" su Palermo rimane scolpita nella pietra come monito: anche la più grande opera di divulgazione del mondo può fallire se perde il contatto con la realtà del territorio. Insomma ancora oggi questa storia ci ricorda che persino i lumi della ragione possono lasciare qualcuno al buio.|
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