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Pronte ma in sospeso: perché le fermate Porto e Politeama sono (ancora) chiuse

Dopo anni di cantieri, rinvii e previsioni slittate, già nell’estate scorsa le due fermate erano tornate nel dibattito per un’apertura annunciata e poi rimandata

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 3 luglio 2026

Le banchine ci sono, le fermate sono quasi pronte, ma i passeggeri continuano ad aspettare. Porto e Politeama, due delle stazioni più attese dell’anello ferroviario di Palermo, rischiano di restare ancora fuori servizio non per un nuovo cantiere, ma per un passaggio amministrativo che non sarebbe stato ancora definito: il trasferimento dell’opera dal Comune di Palermo a Rete ferroviaria italiana.

A sollevare il caso è il deputato regionale del Movimento 5 Stelle Adriano Varrica, che accusa l’amministrazione Lagalla e il governo nazionale di non avere risolto per tempo un nodo noto da anni. «Le amministrazioni Lagalla e Meloni hanno avuto quasi quattro anni per risolvere il problema, ma non lo hanno ancora fatto», denuncia il pentastellato. Il rischio, sostiene il deputato, è che Porto e Politeama, pur essendo «ormai praticamente pronte», non possano essere aperte alla cittadinanza nei tempi previsti.

Il nuovo tratto dell’anello ferroviario è uno dei tasselli più importanti per la mobilità del centro città. L’opera deve prolungare la linea da Giachery verso Politeama, portando il servizio ferroviario in un’area strategica tra il porto, via Roma e piazza Castelnuovo.

Dopo anni di cantieri, rinvii e previsioni slittate, già nell’estate scorsa le due fermate erano tornate al centro del dibattito per un’apertura annunciata e poi rimandata. La loro attivazione era attesa come il passaggio capace di rendere finalmente più concreta la funzione urbana dell’anello.

Il problema, però, secondo Varrica, non riguarda più soltanto lavori e collaudi. Accanto all’iter tecnico per l’autorizzazione alla messa in servizio, ci sarebbe ancora da sciogliere il nodo del passaggio dell’infrastruttura dal Comune a Rfi. Una questione che, per il deputato del M5S, avrebbe dovuto essere affrontata e chiusa da tempo.

«Da anni è noto il problema relativo alla definizione dell’anello ferroviario come infrastruttura ferroviaria nazionale», ricorda Varrica, rivendicando il lavoro avviato durante il governo Conte. Il deputato richiama un proprio atto parlamentare del 2020 che avrebbe favorito l’apertura di un confronto tra Comune, ministero e Rfi per arrivare a una soluzione. Un percorso che, secondo la sua ricostruzione, si sarebbe poi fermato.

A dimostrare che la criticità sarebbe ancora aperta, Varrica cita gli emendamenti presentati negli ultimi mesi in Parlamento da esponenti della stessa maggioranza nazionale per consentire il passaggio dell’opera a Rfi. Tentativi che, secondo il parlamentare, non sarebbero andati a buon fine: in un caso il governo avrebbe espresso parere contrario per problemi di copertura finanziaria, in un altro la norma sarebbe stata bocciata al Senato.

Da qui l’attacco politico. Per Varrica si tratta di «un disastro tutto in salsa centrodestra», con il Comune e il governo nazionale incapaci, a suo dire, di produrre una soluzione normativa efficace. Il deputato chiama direttamente in causa il sindaco Roberto Lagalla, accusandolo di non essersi mosso abbastanza su un dossier che incide sui tempi di consegna di un’infrastruttura attesa da migliaia di cittadini.

Dentro questa cornice, Varrica contesta anche il rischio che il centrodestra possa intestarsi il risultato al momento dell’apertura. «Lagalla e il centrodestra saranno pronti a esultare in pompa magna all’inaugurazione, meglio se a ridosso delle elezioni», afferma il deputato, ricordando che lo sblocco dell’appalto, con il passaggio dalla Tecnis alla D’Agostino, sarebbe avvenuto durante il governo Conte.

Al netto dello scontro politico, resta però il tema dei tempi. Perché, anche se le fermate sono ormai in una fase avanzata, una data certa per l’apertura non c’è ancora. Da Rfi fanno sapere che il passaggio burocratico legato al trasferimento dell’opera dal Comune a Rete ferroviaria italiana viene considerato praticamente superato e che proseguono collaudi e verifiche di Ansfisa, in continua interlocuzione con la stessa Rfi.

Prima dei treni e dei passeggeri serve quindi chiudere le procedure. Ed è proprio su quest’ultimo miglio, fatto di carte, documenti e autorizzazioni, che rischia di consumarsi l’ennesimo ritardo dell’anello ferroviario di Palermo.
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